Le sei lezioni del coronavirus.


Una dei primi insegnamenti che potremmo trarre da questo grosso caos mondiale legato al coronavirus, sarà sicuramente la debole e instabile realtà sociale che ognuno di noi ha creato intorno a se. Diciamo che il mondo, almeno quello piccolo ristretto nel quale pensavamo di essere capiti e al sicuro, si frantuma in fretta di fronte a paure irrazionali e egoismi da sopravvivenza primaria. Lo sguardo diffidente e spaventato, le mezze parole, i mezzi messaggi per sondare il terreno e capire il ma tu dov’eri, per quanto, ma quanto lontano da?? L’irrazionalità umana viene fuori prepotentemente, in tempo per accorgersi che siamo soli in questo mare e che se qualcosa di veramente peggiore, rispetto ad un virus altamente contagioso, dovesse capitare, beh contare solo su noi stessi ci sembrerà la sola opzione possibile. Pensiamo alla follia di chi nei giorni scorsi in Italia ha svaligiato i supermercati, senza minimamente pensare che se carenza ci fosse stata, forse dividere le risorse  sarebbe  stata cosa buona e giusta, ma no meglio strafogarsi da soli di merendina alla nutella piuttosto che condividerle con il vicino. Il fatto di essere una serie di generazioni che non hanno conosciuto guerre dirette, ci porta forse a vivere una possibile mancanza come una insopportabile privazione... se ci mancano i fusilli non sopravviveremo.
Primo insegnamento
Esiste anche un secondo insegnamento, legato anch’esso all’ irrazionale che c’è in noi, quel fare di tutta l’erba un fascio che sicuramente non aiuta. Ho sempre pensato che la geografia dovesse essere materia molto più approfondita, per aiutare gli individui a fare la differenza, adesso ne sono più che convinta. Se c’è un malato a Tenerife,  non è detto che Madrid sia invasa dal morbo, anzi la possibilità che lo sia è fondamentalmente la stessa che per la metà del globo.
Guardiamo una cartina e cerchiamo di capire. Non sottovaluto il numero di casi in Italia, anzi le cifre spaventano, ma rapportiamole ai 60 milioni di abitanti che popolano il bel paese ( eh si la Lombardia, l’ho imparato l’altro giorno ha lo stesso numero di abitanti della Svezia, 10 milioni e bruscolini).
Non siamo tutti geografi, ma terzo insegnamento che traiamo da queste intense settimane di virus, invece siamo tutti virologi, specialisti in malattie infettive che gli studiosi di ebola ci fanno un baffo, siamo campioni di studi statistici sul diffondersi dei peggiori mali, medici tutto fare e tutto sapere, pur senza aver mai visto un ospedale. Siamo seri lasciamo le discussioni sul tema agli addetti ai lavori, attenendoci alle regole che ci vengono trasmesse e che non vanno discusse.
Quarto insegnamento è invece un bel non fare al prossimo tuo quello che non vorresti fosse fatto a te stesso, perché poi ti si rigira contro. Adesso gli italiani, trattati come i nuovi cinesi untori, sono profondamente scandalizzati da come il resto dell’Europa, se non il resto del mondo guardi a noi e al nostro libero circolare in terre altrui... non dimentichiamo che un mesetto fa siamo stati tra i primi a chiudere i voli per la Cina e, by the way, a snobbare i ravioli di riso con gamberi. Adesso nessuno ci vuole, nessuno ci ama più e essere italiano pare l’estrema vergogna.
Il punto è che questo virus arriverà ovunque non guarderà in faccia nessuno, non valuterà colore della pelle, forma degli occhi e lingua parlata. E questo direi che è il quinto insegnamento.
Ultimo insegnamento, forse il più importante, in caso di crisi mondiali forse metterci tutti in pausa dai social media non sarebbe malaccio... ma no, non si può, protetti dallo schermo ci si sente tutti dei leoni, senza rischi di contagio! 

Commenti

Post più popolari