Dov’è o meglio com’è il dottore: ammalarsi all’estero.

Il panico assoluto si sta impossessando dell’Italia e degli italiani, non entro nel merito del problema ma ne traggo spunto, da italiana all’estero, per parlare di malattia all’estero, di quando succede qualcosa di un po’ più grave di un semplice raffreddore (stavo per scrivere di una semplice influenza, ma visto la situazione attuale non vorrei essere presa a male parole e tacciata di irresponsabile e leggera).

La malattia all’estero, l’incidente, l’imprevisto medico, sono una delle più grosse preoccupazioni degli espatriati. 
Per me il sistema sanitario è uno dei primi pensieri quando mi trasferisco, ho bisogno di sapere che se succedesse qualcosa la struttura sanitaria del paese che mi ospita saprà supportarmi e rassicurarmi. Non sono l’unica, intorno a me sono tanti quelli che hanno bisogno di questo conforto. In realtà però il fatto di sapere che un paese funziona bene dal punto di vista medico, bene per i nostri canoni, non rassicura sempre completamente, perché poi a seconda di dove si è, subentrano altri elementi, il primo dei quali la lingua, la possibilità di comunicare nella propria lingua, di essere sicuri di essere capiti e di capire perfettamente
Qualche mese prima di partire in Giappone, Chiara si ruppe il polso giocando ai giardini. Mentre aspettavamo che glielo ingessassero arrivò vicino a lei un bambinetto anche lui sui cinque o sei anni, accompagnato dalla sua mamma, abbastanza malconcio dopo un incidente in bicicletta. La mamma non parlava una parola di francese, il bambino piangeva disperatamente, aspettavano l’interprete che potesse aiutare nella comunicazione. Io ero lì  e mi immaginavo nella stessa situazione in Giappone se fosse successo qualcosa, digiuna di quella lingua, che comunque anche volendo non avrei mai maneggiato a sufficienza per affrontare situazioni complesse in modo rilassante.
L’episodio mi tornò in mente quando a Tokyo, pochi mesi dopo il nostro arrivo, al pronto soccorso ci finì nuovamente Chiara, anche lei vittima di un incidente in bici. Nessuno parlava inglese e le poche ore di giapponese al mio attivo mi aiutarono semplicemente a riempire, più o meno, il modulo di ammissione. Chiesi più volte aiuto e alla fine fu un collega di mio marito al telefono a fare da tramite traducendo per me, fino al medico nessuno parlava inglese e anche il medico subito si scusò per il suo livello scarsino. Mi sentì persa e impotente, proprio come quella mamma in terra francese qualche mese prima.
Poter comunicare è fondamentale per sentirsi capiti e rassicurati. Poter comunicare è indispensabile per affrontare più serenamente qualsiasi problema. Anche però quando una lingua la si manipola in modo egregio, a volte, quando si sta male, si ha paura, si è indeboliti, si vorrebbe comunicare nella propria, poter esprimersi senza neanche pensare, essere rassicurati dal confort dei suoni famigliari. Quando mi sono rotta il legamento crociato tra il male e la paura, il fatto di dover comunicare in inglese è stato uno stress ulteriore, del quale in quel frangente avrei fatto sicuramente a meno.
La lingua è per me importantissima e viene addirittura prima della fiducia che posso avere per il sistema stesso o per il medico che mi sta davanti.
Certo un sistema sanitario che funziona bene, efficiente e reattivo, aiuta sicuramente a sentirsi protetti, e questo è un’altro aspetto fondamentale.
Diciamo che ogni volta le prime settimane in un nuovo posto le vivo un po’ con il pensiero fisso di scoprire come il sistema funziona e di trovare un medico che mi dia un minimo di fiducia. Invecchiando la necessità prende proporzioni non dico inquietanti ma comunque importanti. L’ipocondria che cresce in modo direttamente proporzionale all’aumentare delle mie primavere, mi spinge sempre più in fretta a cercare la perla rara della medicina, quella che sappia rassicurarmi e non prendermi troppo sul serio,
Se in America sono stata fortunatissima trovando una dottoressa perfetta della quale dalla seconda visita mi sono fidata al 100%, il sistema inizialmente mi sembrava eccessivamente votato alla ricerca del problema in un modo che sembrava più un volersi liberare da ogni responsabilità nel caso qualcosa sfuggisse, piuttosto che una reale volontà di capire e aiutare. Scavo, scavo mi sembrava il loro motto e qualcosa troverò!Grande vantaggio comunque il sentirsi presi fin troppo in considerazione, sensazione che per il momento non ho in Svezia, dove ho come l’impressione che finché non si arrivi al penultimo respiro nessuno si agiti più di tanto, e questo modo di fare rassicura poco, molto poco. Dal primo giorno in terra vichinga ho solo sentito critiche infuocate sulla sanità svedese che ha il grande vantaggio di essere pubblica e accessibile a tutti, il che è nello stesso tempo il suo enorme limite: un sistema pubblico deve sempre fare i conti con un budget che non è infinito e quindi spesso con lentezza e inaccessibilità di certo esami. Esiste in Svezia un’assicurazione che permette un po’ di bypassare certe lentezze e lungaggini burocratiche, ma ricasca sempre nell’unico sistema possibile, il pubblico senza via di scampo!
Lingua, una persona che ci dia fiducia con la quale interagire, un sistema che tutto sommato sembri abbastanza funzionante, (per me un misto di pubblico e privato come in Francia, il migliore) sono i tre elementi indispensabili per incominciare ( o proseguire) serenamente la propria expatlife... e questo anche in epoca di coronavirus!

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