I cavalli di battaglia degli italiani all’estero.

Ma perché noi italiani valutiamo sempre quello che ci circonda con il filtro di un paese, il nostro, che per tanti versi ci è stato talmente stretto da portarci altrove? Perché non siamo capaci di osservare ciò che ci circonda con lo sguardo libero da pregiudizi e da aspettative legati ad un mondo che abbiamo lasciato alle nostre spalle?
Non si può vivere all’estero, cercare di adattarci a nuovi usi e costumi, tirando sempre in mezzo la nostra bella Italia, quello che si fa, si dice, si mangia, si studia.
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Il nostro è un paese stupendo, senza ombra di dubbio, un paese in cui si mangia bene, si respira cultura, ogni angolo è meraviglioso, ma nel momento in cui l’abbiamo lasciato alle spalle per un periodo più o meno lungo, dovremmo smetterla di vivere nel confronto, non è costruttivo. Non farlo non vuol dire dimenticare da dove veniamo, ma da un lato aiuta a renderci la vita più lieve nei posti in cui viviamo e dall’altro ci aiuta ad apprezzare meglio le differenze.
Ma quali sono i cavalli di battaglia che gli italiani portano sempre nel bel mezzo delle discussioni in modo nostalgico e con un pizzico di senso di superiorità?
Il cibo, la scuola/ cultura, il servizio medico.
Abbiamo il pudore di non tirar fuori la politica e siamo consci che non serva sottolineare quanto è bello il bel paese tutto da Nord a Sud...
Ma come si mangia in Italia, come si studia in Italia e come si è curati in Italia, sono i punti che difendiamo con un’aggressività a volte degna di un po’ di analisi...
Il cibo: in Italia si mangia bene, benissimo, lo dico io, lo dicono tutti, ma non è l’unico posto al mondo... certo forse è uno dei pochi in cui la pasta è al dente, la mozzarella ha il sapore che deve avere e il prosciutto non viene servito dello spessore di una fiorentina... ma non si può pensare di ritrovare l’Italia a tavola fuori dai propri confini nazionali e soprattutto girando il mondo ci si rende conto di come certe cucine siano assolutamente grandiose: per non andare troppo lontano la francese (critica principale: troppo burro, troppa crema- abitate come me per un po’ nella verde e piovosa Normandia e capirete come con il burro meraviglioso che hanno e la panna sensazionale, non possano che metterne un assaggio un po’ ovunque). L’indiana ( troppo speziata, e anche qui con il ghee, burro chiarificato, ci vanno pesante, ma non è che nella nostra cucina del sud si lesini sui condimenti). La Giapponese ( siamo poi sicuri che tutto sto crudo faccia bene? E poi mangiano anche roba un po’ strana... certo i fagioli rossi fermentati se li eviti stai meglio, ma pensiamo alla finezza e alla bellezza della cucina nipponica...) e potrei  continuare, l’iberico de Belota di spagnola memoria non ha nulla da invidiare ai nostri vari Parma e San Daniele, anzi, la cucina messicana è saporitissima, la Thai sublime, la cinese ha un suo perché e non non si riduce al solo riso cantonese, le scandinave riescono a inventarsi cose fantastiche partendo da quattro prodotti in croce.
Certo che se vivendo all’estero vogliamo mangiare come in Italia saremo delusi sempre. Il vivere all’estero dovrebbe, e uso il condizionale perché spesso non lo fa, aprire la mente e lo spirito, spingere a scoprire qualcosa di nuovo e dare la voglia di arricchire il proprio piccolo mondo e questo anche in cucina senza che tutto giri sempre e solo intorno a lasagne e pizze varie.
La scuola: non mi ero mai resa conto di essere cresciuta nell’unico paese colto e eccellentemente educato, finché non sono arrivata all’estero e soprattutto finché grazie ai social ho letto appelli disperati alla diffusione del sistema italiano nel mondo.
Ma sono un po’ scettica. Non tolgo nulla alla mia formazione scolastica, a quella classica, alle tante versioni di latino e greco, alla tanta teoria che dalla prima ora di prima elementare all’ultima di università mi è stata servita infiocchettata su un piatto d’argento. Potrei però dire come la mia maestra avesse i paraocchi e non abbia mai minimamete cercato di aprirci al mondo con curiosità, potrei sottolineare come il mondo del lavoro fosse sconnesso anni luci da quello scolastico e questo certo non abbia aiutato. Potrei dire diverse cose ma non lo faccio perché penso che la mia educazione non sia stata malaccio, anzi, ma sono ben lungi dal pensare che sia la migliore. Se sono la persona che sono ovvio non lo devo alla scuola ma a quella voglia innata di pensare out of the box che a scuola non mi è stata insegnata... ma va bene lo stesso, la si acquisisce con gli anni, le esperienze, gli incontri.
Ecco forse in tanti sistemi scolastici non studiano gli antichi romani, non travolgono i bambini con valangate di compiti, non studiano il latino e greco come si deve... no, ma fanno altro, danno altro, aprono ad altro e, mi spiace dirlo sono molto spesso più connessi alla vita odierna, al mondo del lavoro, rispetto al nostro.
Ho vissuto in diversi paesi e francamente non ho mai notato così tanta ignoranza dilagante... e a volte osservando l’uso malandato dei congiuntivi della nostra bella lingua mi chiedo che direzione stia prendendo la nostra tanto decantata scuola....
Lo dico sempre, non giudicate un sistema scolastico paragonandolo al solo che conoscete, giudicatelo sulla lunga distanza, sull’apertura mentale, sulla fiducia in se stessi che instilla, sulle capacità organizzative che da, sull’autonomia, il parlare in pubblico, la curiosità che genera.
La sanità: qui devo dire che io con la sanità italiana ho il dente avvelenato, le ultime esperienze mi hanno lasciata basita. Con questo non giudico le capacità dei medici, medici bravi e meno bravi si trovano ovunque, medici empatici, preparati, attenti ci sono in Italia come altrove. Siamo fortunati perché abbiamo un sistema sanitario  pubblico accessibile a tutti, ma non siamo l’unico paese al mondo, guardiamo i cugini d’oltralpe, sistema pubblico direi da prendere come modello. 
Bellissimo avere un sistema pubblico che cura tutti e che non discrimina nessuno, ma i tempi!? Uno ha tempo di morire in Italia a volte se si attende un esame con i ritmi dell’Asl.
Ecco per me un sistema che funziona sarebbe quello pubblico con la rapidità di azione di quello americano, che costa un’esagerazione ma dove se hai un problema in quattro e quattr’otto sei curato... almeno in gran parte degli States e non è vero che per curarti ti chiedono la carta di credito, sono tutte leggende metropolitane.
Per la sanità è importante guardare il quadro d’insieme e non aspettarsi di ritrovare lo stesso trattamento o non trattamento che avremmo in Italia: qui in Svezia, ad esempio, non danno antibiotici alla leggere, e questo manda in bestia i tre quarti degli italiani residenti qui, ad esempio a me è un approccio che piace tantissimo.

Viviamo all’estero, dovremmo essere consci che non è il nostro paese, accettarlo con pregi e difetti, senza spaghetti al dente, 5 ore di compiti a casa, e antibiotici a fiumi per un semplice raffreddore, questo è il bello, aria nuova, paese che vai usanze che trovi, senza critiche e giudizi!

Commenti

Mik63 ha detto…
Mi trovi molto daccordo ed anzi io sarei anche molto meno diplomatico visto che è una vita che sento italiani che guardano solo indietro e non avanti, ed anche in casa propria con ridicole discussioni su come è la vera carbonara e via di lì.
Paolo ha detto…
Ciao Giulietta, proprio oggi pensavo a qualcosa del genere, ma riferito ai nostri amici statunitensi ...
Dopo 6 anni faccio ancora fatica ad abituarmi ai sistemi di misura locali (inches/feet/yards, Farhenight, ouches/gallons) e faccio continuamente battute con i locali in merito, ma finche vivo qui mi devo adeguare.
Poi sento il presidente degli Stati Uniti che giustifica una cittadina americana che e' scapppata dalla Gran Bretagna dopo aver provocato un incidente stradale mortale perche' "gli inglesi guidano dalla parte SBAGLIATA" (https://www.washingtonpost.com/world/2019/10/10/trump-calls-death-british-teen-an-accident-says-driving-wrong-side-road-happens/) e allora penso che e' proprio un male comune quello di pensare che le altre culture sono sbagliate e tutto il mondo dovrebbe girare come noi siamo abituati.
E si è un male comune, però vivere all’estero dovrebbe insegnarcil’apertura...
la storia della cittadina britannica è incommentabile, vergognoso giustificarla....

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