Guarda cosa ti imballo: follie da trasloco.

Un’amica che ha appena traslocato posta su FB una foto di un actimel mezzo vuoto imballato con cura dai traslocatori... ecco nella mia mente affollarsi ricordi di assurdità imballate nei molteplici traslochi che ci hanno portati, allegramente, da una parte all’altra del mondo.
Diciamo che nei traslochi locali non è poi grave, anche un actimel mezzo rovesciato, che finirà in pattumiera istantaneamente non crea grandi danni, ma quando si tratta di container che viaggeranno per settimane, sballare assurdità non sarà sicuramente piacevole.
Quando abbiamo lasciato la Normandia per il Giappone, il peggior trasloco di tutti i tempi, io ho rischiato la crisi di nervi in molteplici occasioni. Gestire i traslocatori e impedir loro di imballare la qualunque senza logica e attenzione, rimarrà uno dei momenti più complicati della mia vita da giramondo.
Avevo messo sul lavandino della cucina tutta una serie di cose dallo zucchero ai prodotti di pulizia mezzi usati, con un cartello che diceva a chiare lettere NON IMBALLARE, la donna delle pulizie doveva recuperarli. Il tempo di andare a respirare un secondo per recuperare lo zen necessario a sopportare il ritmo imposto dai traslocatori, prodotti e cartello erano spariti... alla mia domanda dove sono? Nessuna risposta chiara. All’epoca avevamo una specie di triplo trascloco, una parte partiva in un deposito, un’altra nel container direzione Tokyo e la terza avrebbe preso il volo per Narita, con una serie di cose “salva vita” da avere per le prime settimane, nell’attesa del grosso che avrebbe attraversato mari vari per giungere a destinazione. Il dove si trovava lo scatolone con tutte quelle cosine messe da parte sarebbe rimasto un interrogativo almeno fino all’arrivo del container, nella speranza che 1) non volassero in Giappone occupando spazio prezioso destinato a cose più necessarie, 2) non venissero messe in giacenza in un deposito per chissà quanto.
Alla fine nessuno scatolone è arrivato in territorio nipponico con dentro CiF a fine corsa e un avanzo di zucchero, lo scatolone ha atteso con il suo improbabile contenuto per anni il nostro rientro in Francia dopo Giappone e India, finendo direttamente in pattumiera senza nessun tentativo di salvare neppure i contenitori. In compenso sapete cosa arrivò per via aerea direttamente nel nostro salotto al 18-1 Ichibancho, Chyioda-ku? L’olio motore che era stato riposto in garage in un angolo senza nessuna intenzione di partire con noi... e insieme all’olio le catene della nostra laguna station wagon ovviamente inutilizzabili sulla nostra Nissan sette posti e grandi ruote.
L’olio tra l’altro aveva viaggiato in compagnia di camicie e costumi di Paolo tutti belli freschi di tintoria ... vabbè non successe nulla di grave e ci facemmo allora delle sonore risate.
Quando partimmo dal Giappone per l’India i traslocatori procedettero ad una tale velocità da non darmi neanche il tempo di mettere i piedi in casa dopo aver aperto loro la porta che già uscivano con le prime cose perfettamente imballate. Con rapidità felina salvai in luogo protetto i passaporti, che altrimenti avrebbero seguito a ruota il resto delle nostre cose negli scatoloni: istinto di sopravvivenza misto a panico.
Il passaporto imballato e preziosamente rinchiuso nel container nel corso del nostro tanto spostarci, l’abbiamo comunque avuto... della serie non ci facciamo mancare nulla. Nel trasloco California Svezia, con le vicissitudini delle ultime ore con operazione d’appendicite d’urgenza praticamente in concomitanza con la chiusura del container e la sua partenza da Alvarado Avenue verso il porto, il mio passaporto, scannerizzato all’ultimo per ragioni di dogana, venne imballato con la stampante e riposto nello scatolone 124.
Nel mio andare e venire tra i traslocatori e l’ospedale di Stanford non me ne sono accorta subito, anzi non me ne sono proprio accorta fino a poche ore dalla partenza, un paio di giorni dopo. Panico totale. Per fortuna la lista numerata di scatoloni e contenuto era precisa, tanto da individuare subito lo scatolone incriminato, e altra fortuna il container non aveva ancora passato i controlli di dogana. Il solerte capo trasloco ci ha salvati recapitandomi il passaporto a casa a poche ore dal mio volo di rientro in Europa, e vendendosi ricompensato con una cassa di ottimo champagne francese. Tutto è bene quel che finisce bene.
Non sto poi a elencare la quantità di abbinamenti improbabili di oggettistica in certi scatoloni, dal vasino di plastica blu che ha tenuto compagnia alla cornice liberty, dal porta riviste accompagnato dai vestiti per le bambole, dai playmobil affiancati agli scarponi da sci. Logiche che mi sfuggono.

Ad ogni trascloco e ad ogni apertura di scatolone mi sono sempre ripromessa di fare più attenzione nella preparazione del trascloco successivo, creando io stessa mucchi di cose compatibili nell’essere imballate insieme...alla fine però i traslocatori riescono sempre a superarsi e gli accostamenti bizzarri sono all’ordine del giorno, regalando all’apertura dello scatolone quella suspence tutta natalizia del “chissà cosa trovo nel pacco”.
Certo non sta ai traslocatori riflettere su ciò che imballano, a forza l’ho capito, però ogni tanto mi sorge spontanea la domanda del perché alla vista del cibo, ad esempio, non si pongano la lecita domanda del devo o non devo chiudere questa mezza pagnotta nello scatolone? Alla fine risparmierebbero del tempo prezioso dedicandosi ad imballare altro anziché avvolgere futuro pane raffermo in strati di carta.
Comunque il prossimo trasloco parto con due valigie e il gatto e il resto starà tranquillamente in Brahegatan, contenuto del frigo compreso! 


Commenti

Speranza ha detto…
Questo post è esilarante. A parte la scomparsa del passaporto, ho sudato freddo pur sapendo che alla fine si è risolto tutto.

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