sabato 29 giugno 2019

Growing up third culture - a kid’s perspective

Una delle domande che spesso mi viene rivolta da chi si appresta a muovere i primi passi in una nuova vita all’estero o anche da chi si chiede se sta facendo le scelte giuste, pensando alla crescita equilibrata dei propri figli, è: ma i bambini, i ragazzi come reagiscono e soprattutto come ne usciranno alla fine? 
La paura è sempre tanta quando ci muove in famiglia, la paura di rompere delicati equilibri che i nostri bambini si sono faticosamente creati, la paura di sottoporli a dolorose separazioni, la paura del distacco e della solitudine. Saranno i nuovi a scuola, al calcio, alla danza, saranno quelli che devono reinserirsi in gruppi già fatti e a volte difficili da integrare, saranno quelli un po’ diversi perché avranno girato il mondo e ne avranno una percezione che forse non aiuta a fondersi nella massa.
Noi ormai siamo agli sgoccioli della nostra vita d’expat con figli al seguito. Stoccolma rimarrà l’ultimo spostamento in famiglia, l’ultimo luogo in cui come genitori abbiamo dovuto vegliare al benessere dell’ultima delle nostre figlie, abbiamo dovuto accoglierne i segni eventuali di disagio, ascoltare le sue difficoltà. Arrivata a questo punto posso quasi tirare le somme di questo nostro itinerare e osservarne l’effetto sulle nostre ragazze ormai grandi: direi ottimo, o meglio non sono io che lo dico ma lei la nostra diciassettenne, quella che tra 13 mesi prenderà il volo per la sua vita da studentessa universitari e che mi ha detto « mamma cosa ne pensi se ti scrivo due righe per il blog? » scrivi Camilla, scrivi!
Tokyo 2005

    I still remember the clank of every single container door which closed shut right before my eyes. Bittersweet it was. There I stood watching my whole life, our whole life packed in a forty-five cubic meter storage container. It felt small like not everything would fit inside, yet it did. And as they drove away with it, you would start to feel an overwhelming sense of responsibility. You wanted them to be cautious with it, not to drive too fast because inside lied your everything. For many years, during our many moves, I feared ours would get lost deep in the open ocean, never to be found again. My barbies left to rot. With that, the opening and closing of those container doors symbolized much more than just steps in a process which at times felt monotonous. It was our portal to new beginnings- with a slight chance of getting lost in the fourth dimension, and losing everything we’d ever known.


When at twenty-seven my mother decided to leave all she ever knew behind to join my father in Paris, I don’t think either could foresee what was to come. Without knowing it yet, they gave me and my sisters the greatest gift of a lifetime. It took me years to formally accept it, to thank them for it. At times I longed for normalcy, the suburbia you see in the movies. And it wasn’t until I was given a glimpse of what it was like that I realized otherwise.

It was my first day of second grade, and I could barely contain my excitement of returning back to school. We had just moved back from India, and with that returned to a more quiet life in the Parisian suburbs. I still remember that morning. The cautious picking of a shirt and then a skirt to match. The drive to school was met with apprehension of what it was going to be like, whether it would meet the expectations of a reality which itself was based on pure fiction. There I was, entering the green school gates of my new elementary school. I realized it was going to be harder than before. These kids had known each other since the very beginning of their lives, grown up in the same small village that was L’Etang la Ville. At that very moment I longed for India, for Japan, for the experiences which in my childhood felt normal, yet conventionally were not.

    Often times I second guessed who I was, where I came from, what the world wanted me to be. There was no one to look up to, not even my sisters. Each of our experiences whilst living abroad differed. Federica remembers California as a much somber time in her life. I, in contrast, remember it as some of the best years of my childhood. The main takeaway was that our experiences were and still are noninterchangable, and there is no wrong or right way to feel. The main thing that binded us together throughout these years of moving was our fluctuating identity. We were not solely from somewhere, sometimes feeling like splattered traces of paint on a world map.
   
    After moving to Japan, we had adopted a new routine of extracurricular activities and playdates. Japan for my mother was not like moving to Paris. She now had three kids by her side, in a country that unlike France did not resemble her native Italy. In the eyes of my three year old self, Japan felt like home. Chiara and I took swim lessons every week at our local aquatic center. We did not speak Japanese, yet we understood. A type of understanding which goes beyond the surface of words and sentences. It was the feeling of belonging, even in a lineup of Japanese kids. I had adopted Japan as home, but in these eyes of others I was no different than a tourist on holiday. To French and Italians I was the same; not enough of anything.

    Growing up as a third culture kid is not easy. Most of the time you feel like you are a tower of blocks being knocked right back to the ground. It is your roots being moved from left to right. But with that comes the learning of lessons others will never get out life. An ability to see the world not only through your lens, but that of others. The resilience of making any place feel like home, even if you do not belong. Often times my parents were told by others that we would become messed up. That by not giving us the gift of quiet and peaceful suburbia, the outcome would not look too good. Yet that could not be farther from the truth.


    I think the main takeaway from this on-the road life is understanding that there is no right way to live life. It is about doing what’s best for your family. While some kids do not envision moving away from their hometown, and leaving all that they know behind. I could have not seen us settled down. That’s probably because I would rather not see what the other outcome would have been. Somedays the biggest struggle is to not think too much about how your character, ambitions, and dreams would have differed had your parents accepted to move someplace else. Our last move to Sweden was not only unexpected, but marks the end of a chapter in my life. As I get ready to graduate, I now come to terms with the fact that this is the final destination aboard Cerruti Airlines. From now on, it will be my turn to pilot my aircraft (yes I’m that corny!).  

   

venerdì 28 giugno 2019

Paris Paris

Parigi è entrata a far parte della mia vita ormai più di 22 anni fa quando fresca sposina e futura neo mamma mi trasferì nella ville lumiere, prima tappa di questa vita itinerante che mi ha portata poi da una parte all’altra del globo.
Parigi da allora è diventata parte di me, una città che ho amato ma che mi ha anche spaventata, non è un posto in cui l’integrazione avviene con lo scoccare delle dita, non è una città semplice in cui rilassarsi, è una città che ti schiaccia e ti impone i suoi ritmi, una città in cui trovare i propri spazi è faticoso, ci si sente il fretta persi nella folla e isolati dal tutto.


Mi ricordo i primi mesi, io, la mia pancia, il nostro appartamentino sotto i tetti, quel nostro essere quasi famiglia, la vita di giovani adulti tutta da costruire, le responsabilità che non ci spaventavano ma che in fretta sarebbero arrivate a cambiare il ritmo delle nostre vite.
Le mie ragazze sono nate a Parigi, una, due, tre, e forse per questo il legame sarà per sempre indistruttibile e speciale. Loro con le loro radici parigine mi hanno legata a questa 
città e la sentono a loro volta parte di loro.
Negli anni siamo sempre tornate più o meno spesso nella nostra prima città, la prima di tutte le altre, ed ogni volta è un piacevole ritorno a casa, una casa di cui conosci i segreti, le strade, gli odori, di cui non ti stufi mai, ma che sei anche capace di vedere con occhi senza filtri, quelli che ti permettono di mettere a nudo i difetti, di criticarne i contorni.
Parigi è bella, elegante, era torrida in questi giorni di inizio estate, torrida come raramente sa essere, ma Parigi è anche caos, sporcizia, insofferenza, regna un senso di disagio, di sconforto, di incertezza, un qualcosa di cui non mi accorgevo 22 anni fa forse perché non c’era semplicemente o forse perché con il filtro dei mie quasi 50 anni vedo cose che allora ventisettenne non vedevo.

Passeggiare lungo la Senna suscita in me sentimenti profondi, porta in superficie ricordi latenti, piccole memorie di un tempo lontano ma anche presente. Il tempo in cui sono diventata grande, in cui la maternità con tutto quello che implica ha fatto di me una donna della ragazzina che ero fino a poco prima.  
Ma Parigi è molto di più, è stato il primo assaggio di questa vita girovaga e instancabilmente curiosa di quello che c’è al di là del proprio piccolo mondo. Parigi mi ha dato il gusto di mettermi in gioco, mi ha insegnato a superare me stessa, le mie paure, di uscir fuori dalle zone di confort sapientemente e faticosamente costruite, mettendomi a nudo nelle mie intime fragilità. 


È un delicato e difficile esercizio quello di uscire fuori dai propri confini e quello di vedersi privi di protezioni con la sola possibilità di guardare avanti e mai indietro.
Parigi mi ha insegnato a farlo, e questa prima importante lezione è stata poi il ritornello per tutte le volte in cui mi sono ritrovata lì da sola e priva di difese. La prima volta è stata la più dura, sicuramente perché era la prima, perché Parigi non è la città a primo acchito la più accogliente del mondo, perché avere 27 anni, essersi lasciata un lavoro alle spalle e aspettare un primo figlio non aiuta, perché forse la prima volta si idealizza molto e si analizza poco, con il tempo si impara a fare il contrario ed è poi tutto più semplice.
Ogni volta che sono atterrata in una nuova città ho sempre ripensato alla me di allora dicendomi che il più duro l’avevo fatto li lungo la Senna, che la prima traccia del mio libretto d’istruzioni l’avevo scritta nel nostro appartamentino a due passi dall’arco di Trionfo e che tutto il resto poi era stato solo un aggiungersi di dettagli...
Cammino per le strade di Parigi  con la maturità dei ventidue anni che delicatamente mi si sono  appoggiati sulle spalle, osservo la città con occhi che hanno visto molto più mondo di allora e soprattutto con un’esperienza di vita che non è la stessa di tanti anni fa. È una sensazione strana, cammino dove ho camminato con passeggini e marsupi, stringendo piccole mani che muovevano passi incerti, ascoltando discorsi freschi nei loro miscugli di parole. Cammino adesso con di fianco a me tre giovani donne felici di recuperare radici, attente ai dettagli della loro città, cercando di ricordare come negli anni l’hanno osservata diversamente, cambiare come sono cambiate loro, ma non perché la città sia veramente cambiata, ma perché diversi nel modo di osservare sono i loro occhi che ormai hanno accumulato paesaggi, sistemandoli in immagini che si sono sommate nella memoria.
Camminiamo fino all’île de la Cité, osserviamo da lontano Notre Dame, i vetri coperti di fuliggine, bella anche se ferita, ripenso ad un giro in bateau mouche con loro tre piccolissime con i loro cappottini petit bateau e i cappellini coordinati... oggi hanno vestiti leggeri, femminili, corpi dorati dal sole, longilinei, freschi, memoria delle bambine che erano, idea delle donne che saranno.

Ciao Parigi à la prochaine!

mercoledì 26 giugno 2019

tempo di vacanze

La scuola è finita da poco più di una settimana. Le ragazze sono partite insieme per regalarsi un paio di giorni tra sorelle nella loro città, Parigi, il posto in cui sono nate e hanno mosso i primi passi, pronunciato le prime parole, costruito le prime amicizie.

Le raggiungo adesso e mi lascio Stoccolma alle spalle. L’aria è piacevole, il cielo fino a ieri è stato terso, oggi sembra riempirsi di nuvole. Questo mese di giugno è stato perfetto, sole, temperature miti, il vento leggero, il cielo blu, giornate infinite con notti sempre troppo corte e mai completamente buie. L’estate qui al nord è così. Sono quasi triste di partire perché è in questi pochi mesi che la mia città scandinava da il meglio di sé. La voglia di godersi il sole, la vita all’aperto, il mare ovunque, questa natura che si è risvegliata a fatica e tardi ma adesso per pochi mesi è qui bella e presente.
Sono triste e felice allo stesso tempo. So che quando rientrerò in Svezia, l’estate sarà ancora lì ad aspettarmi, ma per poco. So che le lunghe giornate di luce lentamente si accorceranno. So che il freddo arriverà di nuovo, troppo rapidamente. Sono triste perché questa è la stagione migliore per vivere la mia città, per percorrerne le strade, per i pic-nic nel parco, per i pomeriggi sulla spiaggia. Sono felice perché le vacanze sono come sempre la giusta e meritata parentesi. Sono felice perché l’estate vuole dire riprendere il filo delle amicizie, incontrare nuovamente persone lontane che ci mancano e alle quelli manchiamo.
Strano miscuglio di sentimenti, ma tutto sommato positivo, vuol dire che quella che chiamo casa da ormai quasi due anni lo è diventata veramente. Ce l’ho fatta anche questa volta a ricostruire il nostro nido itinerante, a dargli piccole radici, ad ancorarlo ad un nuovo posto.
Proprio due anni fa in questa fine di giugno lasciavo la California con le lacrime a fare capolino all’angolo degli occhi. Lasciavo la mia casa e cinque anni di vita con la paura che non avrei trovato la forza per riuscirci di nuovo, per ripartire da zero. Invece eccomi adesso seduta su un aereo che mi porta a Parigi, la prima di una lunga serie di case, con la consapevolezza che casa ora è in Svezia, che Stoccolma  è la città in cui sono felice, adesso, come in precedenza lo sono stata in tutte le altre che con calore mi hanno accolta.

Non so se sia una dote comune a tutti, ma sicuramente lo è per noi espatriati, nomadi, itineranti, questa capacità di ricreare il tutto e sentirci bene alla fin fine ovunque, sarà che con il tempo, spostamento dopo spostamento, abbiamo imparato l’importanza degli atterraggi morbidi e soprattutto delle partenze con il piede giusto.

mercoledì 19 giugno 2019

Midsummer in Svezia

Fino ai miei 20 anni per me il 21 giugno oltre ad essere il primo giorno d’estate era semplicemente il compleanno di mia sorella, poi i francesi si sono inventati la fête de la musique, e allora il 21 era il primo giorno d’estate, il compleanno di mia sorella e in più l’occasione per andare in giro e sentire concertini qua e là.... poi siamo arrivati in Svezia e il 21 giugno è diventato midsummer, e la potenza dell’evento mette in ombra qualsiasi compleanno ( o lo esalta?).
Midsummer sta all’arrivo dell’estate come il 25 dicembre sta a Babbo Natale: non c’è estate che inizi senza festeggiamenti coi fiocchi, proprio come non c’e Natale senza la slitta e le renne. La città domani pomeriggio, vigilia di Midsummer incomincerà a svuotarsi per essere deserta il 21 ( deserta come solo sa essere il 24 dicembre alle tre del pomeriggio). Midsummer si festeggia in campagna, si festeggia nelle summer house in riva al mare, si festeggia nel verde e si festeggia con i fiocchi, mangiando e cantando, intrecciando corone di fiori e bevendo senza ritegno, tra un canto e l’altro. E lo si festeggia a lungo,  complice una giornata che sembra non finire, un sole che non tramonta mai o quasi, e pare quest’anno anche temperature degne di un’estate normale ( di solito piove e fa freddo a midsummer...)

Questo video spiega benissimo in sintesi cosa aspettarsi e come prepararsi per il 21 giugno per essere un po’ svedesi, e visto che noi amiamo integrarci abbiamo poco più di 24 ore per essere prontissimi!

domenica 16 giugno 2019

La mia Stoccolma: piccolo tour turistico e un po’ gastronomico.

Cosa fare a Stoccolma? Ecco una domanda che mi viene spesso posta da amici e conoscenti che vogliono venire a visitare questa stupenda città, dal fascino indiscusso anche in pieno inverno!

 Stoccolma è una città da girare a piedi, per coglierne l’essenza e scoprirne angoli deliziosi. Dopo due anni riesco ancora a estasiarmi quando passeggio. Il misto di acqua, natura e splendidi edifici sicuramente aiuta a dare alla città un aspetto interessante, spesso mi stupisco di come in pieno centro si abbia l’impressione di essere in campagna o in riva la mare. Per questo  adoro Djurgården dove vado a camminare tutti i venerdì e non mi sono ancora stufata, tanto il paesaggio vari ritmato delle stagioni che lo colorano di toni diversi. A Djurgården c’è il museo open air di  Skansen, carino da visitare con i bambini, ma anche senza. Accoglie la ricostruzione della Svezia di un tempo, casette tipiche, negozietti di una volta, la vecchia scuola...e in periodo pre natalizio un carinissimo mercatino di prodotti tipici, alimentari e no. Quando sono a Djurgården, da buona svedese d’adozione, non mi faccio mai mancare la pausa FIKA ( pausa caffè... nulla di sconcio ...) da Flikorna Helin café, con la sua  bellissima terrazza.
A Djurgården c’è Gröna Lund che è il parco di divertimenti abbastanza curioso da vedere, che ospita durante l’estate tantissimi concerti ( lunedì prossimo c’è Sting ad esempio) a prezzi molto democratici. Di fianco a Gröna Lund il museo degli ABBA, per gli appassionati del gruppo svedese.


Prima di lasciare Djurgården e passeggiare lungo Strandvägen o dal lato opposto nella zona detta Diplomatstaden ( case fantastiche e parecchi musei, oltre al centro di cultura italiano) perché non concedersi una pausa al ristorante Godthem con la sua tipica cucina svedese.
La città è suddivisa in quartieri ognuno con le proprie caratteristiche. Io adoro  Östermalm, dove abitiamo, bellissimi edifici e molto verde, zona residenziale con tantissimi ristoranti. Bella la passeggiata da Karlaplan a Humlegården posto ideale per un pic-nic. A due passi si può comperare dell’ottima pizza al taglio, da The Italian cousins all’inizio di Kugsgatan, subito dopo Starbucks. Carino anche scendere da Nybrogatan verso Strandvägen, passando vicino a Östermalmstorg, per ora ancora in ristrutturazione e accolto in una struttura provvisoria nella piazza, ma da vedere. 
Nella zona di Vasastan, accompagno sempre i nostri ospiti nel parco dell’osservatorio per osservare la città dall’alto, vista bellissima e poi
un giretto a St Joannes Kyrkogård, la chiesa vale la visita.
Vicino a Observatorielunden c’è un ottimo ristorante di cucina tipica svedese Rolf Kök e non lontano da Kyrkogård vale la pena un pranzo o una cena da Knut.
Per arrivare alla città vecchia scendere lungo la via pedonale Drottingatan, 
per me il punto d’ingresso più suggestivo a Gamla Stan, con il palazzo reale li di fronte. Prima di addentrarsi tra le stradine stupende della città vecchia, consiglio di prendere a destra Riddarholmsbron e andare all’isoletta collegata dalla quale si gode di una vista sublime sul palazzo del comune, su Södermalm e Kungsholmen. D’inverno quando il mare è ghiacciato si pattina ed è particolarmente suggestivo. Gamla Stan pullula di ristoranti super turistici ma qualcosa di tipico si trova: Den Gyldene Freden, è uno dei ristoranti storici di Stoccolma con la sua tipica cucina nordica, da provare.
Fuori da Gamla Stan ma a due passi, sempre in tema di cucina svedese tradizionale  Operabaren vicino alla bellissima piazza di Kunsträgården, che in primavera si colora di rosa con la fioritura dei ciliegi.
Sodermalm è la zona giovane della città, con tutta una parte ancora di vecchie case tipiche non lontano da Katarina Kyrka nella parte sovrastante Fotografiska, il museo della fotografia che ospita sempre esposizioni temporanee interessanti.( ottimo ristorante al suo interno o ottimo vegetariano a due passi Hermans).
Sempre a Södermalm per un’ esperienza gastronomica surrealista e ottima consiglio per soli maggiori di 14 anni Punk Royal, indimenticabile.
Giro molto carino è Kungsholmen, passeggiata che va dalla destra del ponte barnhusbron fino al Piren, ristorante piacevole  sul mare... sembra di essere in vacanza.
A due passi dal centro  molto bello Hagaparken, dove trascorrere qualche ora in modo relax e dove poter anche trovare una spiaggia per un tuffo nel lago.
Un po’ fuori città, ma si arriva con i mezzi, Drottingholmen vale la pena.
Come isole in giornata da Stoccolma consiglio un giro a Grinda, tanto per avere un piccolo assaggio dell’arcipelago, con un po’ più di  tempo  vale la pena una notte a Sandhamn, posto magico.
E per una pausa rilassante con vista consiglio tre roof top dove bere un bicchiere e godere di vista spettacolare
Tak (non lontano da Gamla Stan)
Urban deli roof top ( normalm)

martedì 11 giugno 2019

Fine anno scolastico in Svezia.

La scuola sta finendo qui a Stoccolma, gli ultimi tre giorni, venerdì alle 12 ci sarà il punto finale per questo anno scolastico.

Ho sentimenti strani, pensieri confusi. Ancora un anno che si chiude, un anno diverso dai precedenti, un anno che dopo la parentesi estiva vedrà ricominciare altre lunghi mesi di scuola,  che però saranno gli ultimi per Camilla prima della sua partenza per l’università. Ecco la mia numero tre ha solo più un anno di liceo davanti a se e poi, proprio come le sue sorelle, prenderà il volo, e questo che si chiude e l’ultimo anno di scuola normale, di quelli che si chiudono ma non completamente perché dopo le vacanze ci sarà di nuovo quel ritmo regolare della scuola a scandire le mie e le sue giornate.
La prossima fine anno scolastico sarà quella degli esami e poi delle mille cerimonie, dell’emozione del nuovo davanti a lei, di quel piccolo senso di vuoto che di sicuro seguirà la sua partenza, proprio come è stato per Federica e Chiara.
L’ultimo anno di liceo, mi ricordo il mio, la gioia, la paura, ma anche la certezza che tutto sommato dopo la maturità nulla sarebbe veramente cambiato, sarei andata all’università e sareirientrata a casa dopo le lezioni, proprio come al liceo,  niente di più niente di meno. Qui invece si gioca diverso, per lei e per noi. Lei diventerà grande di colpo, autonoma per forza e proiettata verso il futuro, i, suo. Noi con la stessa rapidità torneremo agli albori della nostra vita in due, senza più figli in giro per casa sempre, senza più mutande da raccogliere e senza più quella presenza che da coppia ti fa diventare famiglia.
Ma va bene così, perché così va la vita e la nostra, girovaga e vagabonda, di sicuro non ha reso le nostre ragazze sedentarie, ma le ha plasmate pronte ad andare con fragilità e insicurezze, ma pronte.
Venerdì andrò alla mia ultima assemblea di fine anno nella bellissima chiesa davanti a scuola che ci accoglie in tutto il suo splendore ad ogni fine semestre. Assisterò ai discorsi, ascolterò il concerto, vedrò mia figlia tra loro ancora un po’ bambina ma tutto sommato già grande. È dal 2000, dal primo settembre 2000, quando Federica  ha varcato per la prima volta il portone dell’école maternelle de la Republique, per il suo primo anno di scuola materna,  che i nostri anni da agosto a giugno sono stati ritmati da orari, vacanze, riunioni, feste varie, sempre legati alla scuola. 19 anni divisi e condivisi tra loro tre e con loro tre, anni di recite, saggi, festicciole, anni di visi nuovi, insegnanti gentili, professori complicati. Anni di compiti, dettati, poesie recitate, voti spesso ottimi, ogni tanto così così, raramente pessimi. Anni in scuole diverse, in lingue diverse, in paesi lontani, con compagni e amici incrociati e lasciati alle spalle.

Venerdì mettiamo un punto finale a questo anno scolastico, il 21 agosto se ne aprirà un altro particolare, diverso, con una fine che non sarà fine ma solo inizio di una vita nuova per lei e per noi!

mercoledì 5 giugno 2019

Benvenuti al Nord ... della Svezia

Week end nel Nord della Svezia questo appena passato. Due notti vista spiaggia con il tramonto alle 11 di sera e l’alba alle due del mattino. Due giorni a passeggiare in riva al mare, un mare gelido ma affascinante. Siamo andati a Skelefteå questo week end Paolo ed io, questa cittadina del nord che ha saputo rispondere un paio d’anni fa alla sfida di Northvolt e sbaragliare la concorrenza di una ventina di altre cittadine per essere la città che vedrà nascere Ett, la prima fabbrica di batteria al litio d’Europa, il motivo per cui da 22 mesi ormai la Svezia è casa.
Ero stata a Skelefteå un anno fa più o meno in questo periodo per la grande festa che dava il via ai lavori sull’immenso terreno che vedrà l’estate prossima sorgere Ett in tutto il suo splendore. Ero stata ma non avevo visitato, cittadina anonima del nord dove le giornate d’inverno sembrano non incominciare mai e dove invece d’estate non hanno fine.


Lo scopo di questo nuovo week end qui era guardarci intorno per trovare una casetta vista mare che possa fare al caso nostro. No, non lascio Stoccolma per il grande nord, sono tropo innamorata della città e della mia vita cittadina per aver voglia di andare a rinchiudermi tra metri di neve e freddo pungente. Ma Paolo nei prossimi anni dovrà passare da queste parti una buona parte del suo tempo e l’idea di vivere perennemente in albergo non lo alletta, allora perché non unire l’utile per lui al dilettevole per tutta la famiglia, gatto compreso e trovare un posticino dove regalarci rilassanti week end nella natura a un’ora di volo da Stoccolma.
Questo grande nord ha un fascino indiscusso, i paesaggi sono splendidi e conservano ancora tutta la loro bellezza, il mare che si insinua in anse e si mischia con i fiumi regala magia, le spiagge sono bianche, bagnate da un’acqua limpida, fresca per i mediterranei che siamo, ma che può d’estate regalare qualche sorpresa.
Abbiamo visitato terreni scrutando orizzonti di mare blu, abbiamo passeggiato sugli scogli immaginandoci lo spot migliore per costruirci una casa, abbiamo osservato dietro gli alberi il mare limpido, abbiamo passeggiato per la città e per i dintorni, chiacchierato con i locali accoglienti e entusiasti di vedere la loro comunità parte integrante di un progetto grandioso, incredibile vedere come una città sia pronta a trasformarsi ed accogliere la sfida di un’azienda all’avanguardia che farà crescere la sua popolazione in modo esponenziale e con essa le opportunità stesse per coloro che nella città già ci vivono.
Il nostro weekend è stato senza fretta, come deve essere un week end di relax, è stato soleggiato in parte, fresco ma non troppo, ci ha regalato anche qualche momento tiepido e soprattutto tanta, tantissima luce. 




Dal lato pratico Skelefteå è ad un’ora di volo da Arlanda e può essere un buon punto di partenza per poi spingersi più a Nord, su fino a Kiruna, approfittando dei bellissimi paesaggi che la zona regala.
Noi abbiamo preso un airbn sulla spiaggia, posto incredibile, un piccolo cottage a 20 metri dal mare, nel silenzio più assoluto. L’abbiamo usato solo per dormire.
Due colazioni allo Scandic di Skelefteå con un ottimo buffet.
Due cene, la prima in un ristorantino prenotato all’ultimo, non male, il Nygatan 57, buon maiale stufato per entrambi, preceduto dal come sempre ottimo in Svezia pane svedese e burro (smör... un’attentato a qualsiasi velleità di dieta, se uno ne avesse!) http://www.nygatan57.se/sv/start.htm
La cena, quella però con la C maiuscola l’avevamo prenotata in anticipo nel ristorante dello chef islandese Jon Oskar, Bryggatan, già provato da Paolo in diverse occasioni. Una delle belle tavole che la Svezia sa offrici. Uno di quegli chef innovativi che sanno presentarci una cucina contemporanea e ricca di sapori. Come antipasti mezza aragosta con la sua aioli per Paolo e uova di salmone per me accompagnate da dei waffle salati assolutamente incredibili. 
A seguire offerto dallo chef e servito da lui in persona ( questo anche la dice lunga su come la città e i suoi abitanti accolga Northvolt )un piatto assolutamente sensazionale con una base di pane al tartufo, ricoperta da un puré di sedano rapa, a seguire una leggera maionese ai funghi porcini e per concludere fettine fini di carne cruda lasciate a marinare in polvere di porcini essicati. Come secondo salmone semplicemente perfetto per Paolo accompagnato da una salsa di charcoal( sembra più attraente da scrivere di  carbonella) e per me yakitori di pollo marinati in salsa teriyaki, forse il miglior pollo che io abbia mai mangiato in vita mia, morbido, gustoso, perfetto, presentato su una base di sedano rapa grigliato e pure di sedano rapa.

Il dessert era di troppo, ma  condiviso, è stato il giusto coronamento alla cena... quella ciliegina sulla torta costituita da un delizioso fondant au chocolat accompagnato da una specie di crumble di cheese cake, perfetto anche questo.http://bryggargatan.se

domenica 2 giugno 2019

Cittadinanza e nazionalità: riflessioni

A lezione di svedese ho letto un articolo nel quale si parlava delle sostanziali differenze tra cittadinanza e nazionalità. ( non immaginate chissà che livello io abbia, ho sicuramente un insegnante fiducioso nelle mie capacità, senza il quale però avrei capito poco o nulla di questa complessa lettura).
La lettura mi ha fatta riflettere e anche discuterne più ampiamente con le mie ragazze, cittadine italiane, con passaporto italiano e di nazionalità italiana ma sicuramente molto diverse nella percezione del loro essere italiane rispetto a me, cittadina italiana, di nazionalità italiana, nata e cresciuta in Italia.

L’argomento mi tocca in modo particolare un po’ proprio perché ci sono le mie figlie con il loro percorso di vita sempre tra mondi e culture diverse, un po’ perché oggi come oggi trovo il concetto stesso di nazionalità lo trovo in sé molto limitativo.
Io sono italiana certo e mi portò dietro nel mio itinerarare la mia lingua e la mia cultura che ha radici molto profonde, pur un po’ sfilacciate ormai dal tempo e dal continuo vagare da un paese ad un altro. La mia lingua come la mia cultura si sono arricchite di elementi che provengono da lingue e culture diverse, dando al mio modo di essere e di vivere una connotazione molto meno italiana rispetto a quella dalla quale sono partita. 
Proprio qualche giorno fa parlando con un gruppo di mamme internazionali come me ci chiedevamo in quanto fosse diverso il nostro stesso modo di essere genitori rispetto a quello tipico del nostro paese, pur con tutte le sfumature del caso. Molto ma molto diverso ovviamente, negli anni credo di essermi plasmata come persona e come mamma osservando modelli che mi venivano proposti dalle varie culture in cui pian piano ho mosso i miei passi come adulta e come genitore. Non mi riconosco in un modello italiano, così come in nessun modello nazionale, sono il prodotto di un mescolarsi di input che derivano da mondi diversi e che alla fine sono riuscita a rendere armoniosi e compatibili.
Se la mia nazionalità mi rappresenta solo in parte ormai, rimango senza ombra di dubbio una cittadina italiana.
Fra il concetto di cittadinanza e quello di nazionalità ci sono delle differenze sostanziali, sulle quali non avevo riflettuto in modo profondo fino ad ora. Queste differenze spesso non vengono colte essendo i due termini utilizzati come sinonimi o quasi nei discorsi comuni.
Per cittadinanza si intende la condizione della persona fisica alla quale vengono riconosciuti, dallo Stato, tutti i diritti civili e politici. La cittadinanza è  uno status del cittadino, dal punto di vista giuridico, ma è anche una relazione particolare fra il cittadino e lo Stato, che implica una serie di diritti-doveri.
Il concetto di cittadinanza è storicamente un concetto abbastanza recente, espressione dello Stato moderno, caratterizzato dalla sovranità e dalla territorialità. Lo Stato esercita, su un territorio ben specifico, la sua autorità e questo crea un sistema di relazioni fra colui che subisce l’autorità, il cittadino e lo Stato.
Il cittadino mantiene questo particolare  rapporto col suo Stato d’appartenenza anche quando esce al di fuori dei suoi confini, a differenza di quello che avviene invece con lo straniero, il quale ha un rapporto più o meno intenso con lo Stato limitato al periodo della sua permanenza sul territorio nazionale. Un cittadino italiano all’estero rimane legato al suo Stato di appartenenza, con diritti e doveri, tra i quali il poter continuare a votare e i doverlo fare come facente parte appunto dei suoi doveri ( leggevo proprio oggi un commento sul voto degli italiani all’estero che proponeva la possibilità di togliere il diritto del voto a chi risiede all’estero per oltre dieci anni... assurdo) ma nello stesso tempo può sentirsi culturalmente più vicino allo stato che lo ospita in quel periodo di tempo e, diciamo, acquisirne una forma indiretta di nazionalità di facto.
Ma cos’è la nazionalità? La nazionalità è l’appartenenza ad una nazione, con quel misto di sentimenti di far parte di una comunità che si identifica attraverso una lingua, una culture, a tradizioni e abitudini he la contraddistinguono, a tutto un background di riferimento che le è proprio.
Questo lo si vede in modo chiaro vivendo all’estero quando ci si ritrova ad esempio tra italiani con quei riferimenti culturali immediati, con quella facilità nel capirsi attraverso una lingua comune che non è filtrata da lingue originarie diverse.
Però lo si può anche vedere appunto vivendo all’estero in certi modi di fare e pensare che assorbiamo, che non sono nostri ma facciamo nostri e che ci portano a rispecchiarci in una nazionalità pur non avendola legalmente. Le mie figlie nate e cresciute all’estero hanno la nazionalità italiana ma indubbiamente sono molto più vicine al modo di pensare, agire di altri paesi, quelli in cui realmente hanno vissuto, con un back ground culturale che è italiano solo in minima parte, soprattutto rapportato a quello dei loro coetanei, i riferimenti culturali della loro generazione sono più vicini a quelli americani che italiani!
La nazionalità  ha un’accezione meramente culturale, ben diversa da quella prettamente giuridica espressa dal termine cittadinanza.
Allora vivendo all’estero come ci posizioniamo? Sono sicuramente cittadina italiana, con i diritti e doveri che ne conseguono e che mi garantiscono una forma di protezione giuridica, ma sono veramente italiana 22 anni dopo esser partita, e al di là del tifare per la nazionale italiana ogni 4 anni ai mondiali ? Non credo, sono come tutti gli expat un miscuglio di nazionalità quelle dei paesi che mi hanno accolta e pian piano portata ad essere la persona che sono.
E voi?