Lasciamo crescere i nostri figli.

Qualche giorno fa leggevo un articolo sul New York Times su quanto la presenza e pressione genitoriale crei ragazzi non autonomi, adulti con le ali tarpate. Ci sono genitori, citando l’articolo, che arrivano al punto di contattare le mense delle università in cui studiano i figli per suggerire ai pargoli cosa mangiare, come se questi ultimi fossero dei bambini di pochi anni, imponendo anche da lontano la loro presenza.
Leggo quotidianamente sui social media post inquieti di genitori, soprattutto mamme, sul tempo da dedicare ai figli per i compiti e ogni piccola attività quotidiana. Sento amiche devote alla causa genitoriale che piantonano i figli per ore sette giorni su sette per aiutarli, guidarli, correggerli nei compiti.

Sento ansia da prestazione, che diciamo un filo va bene, ma poi spaventa.
Sento che si sta esagerando e che anziché lasciare questi nostri figli sempre più liberi lì si ingabbi sempre di più. Sono già una generazione un po’ più sfortunata, vivono in un mondo che sembra dare di matto ogni due ore tre, i pericoli sono dietro l’angolo o sembrano essere dietro l’angolo, le aggressioni e le violenze aumentano giorno dopo giorno, non ci si può neanche innamorare rilassati, vedendo che il fidanzatino ( ma anche la fidanzatina) di turno per uno screzio potrebbero decidere di prenderci a randellate.
E in tutto questo i genitori che fanno? Aggiungono ansia, pressione e tolgono autonomia. Accompagnano i figli a scuola fino alla maturità, e forse qualcuno anche alle porte dell’Università, non li lasciano neanche sbagliare, non fare i compiti, avere un brutto voto. Non possono neanche vivere quella bella sensazione di un tre buttato lì o di una nota perché ci si è dimenticati il quaderno, non possono perché il genitore avrà previsto, ripassato, organizzato.
Io mi ricordo facevo i compiti in cucina, mia mamma ogni tanto controllava che avessi veramente fatto tutto, ma controllava con la coda dell’occhio, tra una cosa e l’altra e via, lasciando che fossi responsabile del mio lavoro. Diventando mamma ho fatto lo stesso, ho sempre detto che la responsabilità di ciò che avevano in cartella e dei compiti fatti come si deve era loro e solo loro, molto, ma molto raramente mi sono seduta accanto per controllare. Sono sempre stata chiara che a scuola ci andavano loro e non io, io avevo dato e imparato, a loro di trarne il meglio.
Allo stesso modo ho cercato di renderle autonome nelle piccole e grandi cose, conscia che fosse il regalo più grande per muovere poi sicure i primi passi nella vita adulta. 
Due su tre sono partite ormai da casa, a 17 anni si sono ritrovate a vivere da sole e lontano da noi, a farsi la spesa, cucinare, fare il bucato, e ovviamente a dover studiare, organizzare il proprio tempo tra le lezioni, il tempo libero, la preparazione degli esami. Siamo stati attenti spettatori della loro crescita e fieri osservatori dell’acquisizione rapida e sicura dell’autonomia necessaria per essere considerate adulte. Diciamo che l’essere spettatori è stato uno dei nostri regali.
Ecco allora mi dico ma i genitori che ancora a 15 anni controllano i quaderni per vedere che tutto sia a posto, o che a sei tagliano ancora la carne o che a venti chiamano la mensa per capire cosa mangerà il pargolo, ma pensano veramente di fare del bene? Ma lo fanno veramente per i figli? O è un semplice modo per avere la coscienza pulita dicendo ecco sono genitore e devo fare così?

No perché io penso che ad un certo punto anche se fa male, anche se ci rende tristi, anche se ci fa sentire un po’ più vecchi, dobbiamo lasciarli sbattere il muso, cadere per terra e rialzarsi da soli, dobbiamo lasciarli diventare grandi altrimenti saranno bambini tutta la vita e questo non è amore!

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