martedì 26 marzo 2019

Lasciamo crescere i nostri figli.

Qualche giorno fa leggevo un articolo sul New York Times su quanto la presenza e pressione genitoriale crei ragazzi non autonomi, adulti con le ali tarpate. Ci sono genitori, citando l’articolo, che arrivano al punto di contattare le mense delle università in cui studiano i figli per suggerire ai pargoli cosa mangiare, come se questi ultimi fossero dei bambini di pochi anni, imponendo anche da lontano la loro presenza.
Leggo quotidianamente sui social media post inquieti di genitori, soprattutto mamme, sul tempo da dedicare ai figli per i compiti e ogni piccola attività quotidiana. Sento amiche devote alla causa genitoriale che piantonano i figli per ore sette giorni su sette per aiutarli, guidarli, correggerli nei compiti.

Sento ansia da prestazione, che diciamo un filo va bene, ma poi spaventa.
Sento che si sta esagerando e che anziché lasciare questi nostri figli sempre più liberi lì si ingabbi sempre di più. Sono già una generazione un po’ più sfortunata, vivono in un mondo che sembra dare di matto ogni due ore tre, i pericoli sono dietro l’angolo o sembrano essere dietro l’angolo, le aggressioni e le violenze aumentano giorno dopo giorno, non ci si può neanche innamorare rilassati, vedendo che il fidanzatino ( ma anche la fidanzatina) di turno per uno screzio potrebbero decidere di prenderci a randellate.
E in tutto questo i genitori che fanno? Aggiungono ansia, pressione e tolgono autonomia. Accompagnano i figli a scuola fino alla maturità, e forse qualcuno anche alle porte dell’Università, non li lasciano neanche sbagliare, non fare i compiti, avere un brutto voto. Non possono neanche vivere quella bella sensazione di un tre buttato lì o di una nota perché ci si è dimenticati il quaderno, non possono perché il genitore avrà previsto, ripassato, organizzato.
Io mi ricordo facevo i compiti in cucina, mia mamma ogni tanto controllava che avessi veramente fatto tutto, ma controllava con la coda dell’occhio, tra una cosa e l’altra e via, lasciando che fossi responsabile del mio lavoro. Diventando mamma ho fatto lo stesso, ho sempre detto che la responsabilità di ciò che avevano in cartella e dei compiti fatti come si deve era loro e solo loro, molto, ma molto raramente mi sono seduta accanto per controllare. Sono sempre stata chiara che a scuola ci andavano loro e non io, io avevo dato e imparato, a loro di trarne il meglio.
Allo stesso modo ho cercato di renderle autonome nelle piccole e grandi cose, conscia che fosse il regalo più grande per muovere poi sicure i primi passi nella vita adulta. 
Due su tre sono partite ormai da casa, a 17 anni si sono ritrovate a vivere da sole e lontano da noi, a farsi la spesa, cucinare, fare il bucato, e ovviamente a dover studiare, organizzare il proprio tempo tra le lezioni, il tempo libero, la preparazione degli esami. Siamo stati attenti spettatori della loro crescita e fieri osservatori dell’acquisizione rapida e sicura dell’autonomia necessaria per essere considerate adulte. Diciamo che l’essere spettatori è stato uno dei nostri regali.
Ecco allora mi dico ma i genitori che ancora a 15 anni controllano i quaderni per vedere che tutto sia a posto, o che a sei tagliano ancora la carne o che a venti chiamano la mensa per capire cosa mangerà il pargolo, ma pensano veramente di fare del bene? Ma lo fanno veramente per i figli? O è un semplice modo per avere la coscienza pulita dicendo ecco sono genitore e devo fare così?

No perché io penso che ad un certo punto anche se fa male, anche se ci rende tristi, anche se ci fa sentire un po’ più vecchi, dobbiamo lasciarli sbattere il muso, cadere per terra e rialzarsi da soli, dobbiamo lasciarli diventare grandi altrimenti saranno bambini tutta la vita e questo non è amore!

mercoledì 20 marzo 2019

Gioie e dolori della vita d’expat...

Anni fa quando vivevamo in Giappone un giorno ricevetti in risposta ad una delle tante email che inviavo ad amici e parenti, un messaggio che all’epoca, e non solo, mi fece particolarmente riflettere. La laconica risposta  ad uno dei miei divertenti racconti di vita nipponica in sintesi diceva: okay bene ti piace, ti diverti, e noi invece siamo qui a farci il culo e a faticare...
Rimasi basita, mi si apriva un mondo, quello dello sguardo accusatore su chi è expat, visto come un viziato privilegiato, per nulla motore della sua vita, ma vittima in senso positivo di una serie di circostanze indipendenti dal suo agire, portatrici di agi e di serenità.
All’epoca risposi seccamente e i rapporti si chiusero li. Ero giovane e digiuna di vita e soprattutto di vita all’estero, con gli anni, i paesi e l’esperienza ho aderito al motto quel che avviene in espatrio resta in espatrio. Brutto ma pratico. Brutto perché non è divertente non condividere gioie e esperienze che questa vita itinerante ci da, pratico perché non si rischiano qui pro quo e passi falsi, non si rischia di dire la parola di troppo o di raccontare l’episodio che non sarà capito e che sarà anche mal interpretato.
Ogni tanto però ingenuamente si ha voglia di raccontare e tutte le volte mi morderei la lingua, io che ripeto tipo mantra alle mie figlie di fare profilo basso, poi ci casco e racconto sprazzi del nostro mondo, spontaneamente per voglia di condivisione, perché non abbiamo nulla di cui vergognarci ed ogni singolo pezzo di vita ce lo siamo guadagnato.
Sarà che io sono felice dei successi di chi mi sta intorno, mi piace condividere con le persone che penso mi siano vicine sentimenti e piccole conquiste, sarà che nonostante gli anni che delicatamente si posano sulle mie spalle, continuo ad essere ingenua e a vedere tutto rosa e fiori.
Le critiche, le frecciatine, i commenti mal detti, mal fatti, mescolati con un po’ di brutta invidia, fanno sempre male, non riesco ancora a lasciarli rimbalzare e a farli scivolare sulla mia pelle... rimangono lì piccole ferite che spesso non hanno neanche il tempo di chiudersi, altre si sovrappongono... e tu lì a chiederti dove hai sbagliato, quando hai detto la parola di troppo, quando non ti sei reso conto che aprivi troppo il tuo mondo.
Fa sempre riflettere, fa sempre un po’ male, ma difficile imporsi di mettere barriere, di chiudere completamente la porta e di non lasciare entrare nessuno se non quelli che vivono come noi.

Vivere in equilibrio, camminare sugli specchi, ecco in sintesi quello che dobbiamo fare quotidianamente...

venerdì 15 marzo 2019

Il mondo lo salverà Greta!

Quando ero al liceo ogni sabato si manifestava, i motivi erano tanti ma la pace nel mondo era spesso il motore di tutti. Un picchetto compatto rimaneva davanti al portone per convincere i più giovani a non mettere i piedi a scuola, senza violenza e con il sorriso. A me spesso bastava lo sguardo di mia sorella, schierata sempre in pole position all’epoca, per non varcare la soglia, leggevo nei suoi occhi un severo rimprovero per la mia poca partecipazione alle cause molteplici che invece alimentavano la sua passione politica. Lei aveva diciassette anni e io 14. Lei si divertiva ad urlare contro il sistema, io mi chiedevo se avesse senso o forse non me lo chiedevo neanche, seguivo lei, gli altri.

Ieri ma figlia è tornata a casa da scuola, aveva comperato un grosso cartellone bianco e si è preparata per scendere in piazza oggi come il 90% dei suoi coetanei in giro per il mondo, dall’Australia agli Stati Uniti, dall’Italia alla Svezia.
Io ho giustificato mia figlia per la sua assenza da scuola, come penso tutti i genitori dei suoi compagni e amici che come lei alle 11 si sono ritrovati a Stoccolma trascinati da una sedicenne che di nome fa Greta, che ha due treccine che le scendono sul petto e un faccina ancora da bambina, ma la forza di un vulcano in eruzione e una rabbia assurda e giustificata contro di noi, la generazione dei suoi genitori, quella dei nostri genitori e tutte quelle generazioni che hanno trascinato il mondo ad un punto di quasi non ritorno. Lei con i suoi occhietti vivaci oggi ha fatto urlare milioni di ragazzini in lingue diverse, tutti con in testa la stessa idea: o adesso o mai più, non esiste un pianeta B.
Ecco di pianeta ne abbiamo uno, stupendo in certi angoli da togliere il fiato, un pianeta che questi adolescenti vogliono trasmettere  ai loro figli e ai figli dei loro figli., un pianeta che noi trasmettiamo loro malato e zoppicante.

Io credo in questa generazione di ragazzini imberbi e giovani donne in divenire, credo nella loro forza, intelligenza, tenacia, voglia di agire, sono fiera quando li osservo, quando osservo le mie figlie, la loro voglia di cambiare il mondo e di darsi soprattutto gli strumenti per farlo. Bravi ragazzi continuate a prendere a schiaffi noi adulti, i politici che ci stanno intorno, inerti, tutti quelli che parlano e parlano ma alla fine non agiscono o agiscono poco. Noi abbiamo bisogno di voi e insieme forse ci riusciremo.

mercoledì 13 marzo 2019

Ammissioni nei college americani: quando il sistema fa acqua.

Notizie di cronaca americana,: si grida allo scandalo, le ammissioni in certi college prestigiosi sono state manipolate da un individuo senza scrupoli che ha spennato per bene più che agiati genitori desiderosi di garantire alla progenitura l'ingresso nell'élite delle università americane.
Il processo di ammissione nei college statunitensi è particolarmente intenso, di anno in anno la competizione si fa più serrata e per i ragazzi è uno dei momenti più stressanti della loro vita. Tanti sono i criteri, tante le caselle da riempire, viene richiesto loro di essere intelligenti, brillanti, di mantenere la rotta dal punto di vista accademico, sportivo e sociale. Viene spesso richiesto loro di essere come non è semplice essere a 17-18 anni, già personalità con i contorni definiti e con un qualcosa che li distingua dagli altri.
Ci siamo passati due volta  con ansie, qualche lacrima e ogni tanto la voglia di dire basta. Le abbiamo viste scrivere essay, rispondere a domande, mettere insieme pensieri, focalizzate in una sola e unica direzione entrare dove volevano entrare. Abbiamo atteso con loro trepidanti il famoso ADMITTED che ti cambia la vita. Abbiamo visto le nostre ragazze tese, preoccupate, poi le abbiamo viste piangere di gioia, lacrime infinite.
Le abbiamo appoggiate, abbiamo dato loro tutti gli strumenti per riuscire, incominciando dal sostegno continuo, dagli stimoli, dall'apertura mentale, dai viaggi, dalle discussioni costruttive in casa intorno a temi di ogni tipo, fino alla scelta di un ottimo liceo, con insegnanti capaci che potevano preparale bene, abbiamo pagato loro dei corsi per preparare i test necessari per essere poter sperare di essere ammessi, abbiamo anche "assunto" una consigliera per aiutarle a preparare i dossier, lei con pazienza le ha guidate, le ha aiutate a scegliere tra una scuola e un'altra, perché non si può applicare ovunque, ha dato loro linee guida. Le abbiamo ascoltate quando erano preoccupate, le abbiamo consolate quando erano stufe, le abbiamo tenute per mano in questo cammino verso la vita adulta. Abbiamo fatto il nostro dovere di genitori e loro quello di figli. Sono andate a scuola, hanno studiato, si sono rimboccate le maniche, hanno portato a casa i risultati che servivano per essere dove sono adesso, dove si meritano di essere.
Ecco allora mi chiedo ma quei genitori che invece hanno tirato fuori un libretto degli assegni per sostenere dei figli che forse non hanno mai provato a passare serate a studiare, a preoccuparsi per un risultato, a sognare di riuscire con le proprie forze, quei genitori come si sentono, fieri? orgogliosi? no perché il nostro compito non è togliere di mezzo gli ostacoli dal cammino dei nostri figli, è dar loro gli strumenti per imparare a superarli. Non è stendere un tappeto rosso dove passano perché la strada non sia troppo ardua, è spiegar loro come si cammina in salita, quando tutto diventa più duro, ma sempre possibile se ci si crede. Non è mostrare loro che con i soldi si può comperare tutto, ma far vedere che è con tenacia che si ottengono i risultati, che si realizzano i sogni, che ci si costruisce come individui.
Storia molto triste.

domenica 10 marzo 2019

Tempo che vola e percorsi di vita

Due anni fa lasciavo Stoccolma dopo quattro giorni surrealisti passati tra la scoperta della mia nuova città e l’inizio di una nuova fase dell’avventura professionale che 18 mesi prima era entrata prepotentemente nelle nostre vite. Dopo mesi di lavoro nell’ombra, i cui ultimi conditi con la decisione finale che si avremmo di nuovo colto la palla al balzo e ci saremmo trasferiti per l’ennesima volta, il progetto era finalmente svelato diventando quasi più concreto e tangibile. Nel giro di 24 ore si parlava di loro sui giornali di mezzo mondo e la nostra nuova vita si definiva in modo netto all’orizzonte. Sapevamo che i mesi successivi sarebbero stati intensi.

Nevicava fitto in quei giorni e io passeggiavo per la città come una californiana in vacanza, ma la frenesia e il vento di novità mi aiutavano  a resistere nonostante il freddo. Sulla scia dell’entusiasmo e del passaggio in Europa decisi di prendere il volo per Torino per dedicarmi un po’ a me e ai miei progetti. Il mio libro era pubblicato da pochi mesi e avevo la ghiotta occasione di presentarlo ad un pubblico più ampio. Nel giro di pochi giorni una serie di articoli sono apparsi sulla stampa italiana. Pochi giorni dopo aver condiviso con mio marito la gioia per l’inizio della sua nuova avventura, toccava a me essere sotto i riflettori.
Lasciai la neve di Stoccolma per una Torino primaverile. Lascia l’entusiasmo intorno a Northvolt per godermi quello intorno al mio libro, due progetti frutto di un lavoro di squadra, la nostra, il nostro team famigliare che sempre con entusiasmo ci guida in ogni passo e in ogni scelta.
Presentare il mio libro è sempre un po’ come presentare la mia vita, non ci sarebbe il libro senza ogni tappa di quello che da 22 anni viviamo. Non ci sarebbe il libro se un giorno non avessi detto si è fossi partita per Parigi, incinta di quattro mesi e assolutamente ignara di quello che sarebbe stato il dopo.
Più parlo del mio libro più mi rendo conto che il nostro non è un percorso banale, se ce ne sono tanti capaci di fare le nostre stesse scelte, ce ne sono molti ma molti di più assolutamente incapaci di muoversi di più di tre chilometri dalle loro sicurezze.
Più presento il libro e parlo di noi più ammiro quella che ero, la giovane mamma che si trascinava dietro bambini e valigie per saltare da un aereo all’altro e volare incontro all’avventura. 
È stata di nuovo una settimana intensa questa appena trascorsa, quasi il riflesso di quella di due anni fa, piccoli successi di nuovo si sono concatenati, voluti e cercati e come ciliegina sulla torta presenterò di nuovo il mio libro davanti ad un pubblico internazionale, specchio chiaro di come la mia vita è.
Ogni tanto fa bene fermarsi a riflettere su piccoli e grandi traguardi, mettersi lì un po’ spettatori e guardare la strada fatta senza malinconia ma con fierezza, ogni ostacoli superato o anche semplicemente affrontato come una deviazione di percorso ci insegna qualcosa, senza rimpianti e con entusiasmo.


giovedì 7 marzo 2019

l'otto marzo non serve....

Ammetto che da sempre la festa della donna mi ha un po’ irritata. Non credo sia necessaria una festa per ricordare e ricordarci che siamo donne e che il nostro posto nel mondo va di pari passo con quello di un uomo, né più né meno. Di ricevere una mimosa e un sorriso l’8 marzo non mi importa molto, anzi proprio non mi importa. Ho mille occasioni per festeggiare con le donne che mi circondano e mille altre per rendermi conto che in tanti paesi, e l’Italia ne fa parte, questa ricorrenza di fine inverno è solo un doloroso sottolineare che no, non ci siamo.
Avevo 8 anni quando mi sono accorta che avrei dovuto lottare un po’ di più in quanto donna, dolorosa constatazione. In un tema scrissi che da grande avrei voluto fare il chirurgo e operare a cuore aperto. Le prime operazioni di Barnard a Città del Capo riempivano le pagine dei giornali. Avevo otto anni e la maestra mi riconsegnò il tema dicendomi “ papà e mamma non te lo permetteranno, sei una femmina”. La maestra a Torino nel 1978. Papà e mamma ovviamente mi dissero che avrei potuto fare quello che volevo nella mia vita e che il fatto di essere femmina non avrebbe potuto impedirmelo (dissero due cortesi parole anche alla maestra). Effettivamente papà e mamma avevano ragione almeno sulla carta, mi bastò arrivare 16 anni dopo neo laureata al primo colloquio di lavoro per capire che non tutti la pensavano così in fatto di parità. Comunque sono sopravvissuta e ho trasmesso alle mie figlie la stessa ingenua convinzione che ovunque nel mondo il fatto di essere donne non impedirà loro di realizzarsi.

Ho la fortuna di vivere in un paese dove in tantissime cose la parità esiste davvero, dove le donne non sono discriminate e dove le nostre figlie possono guardare avanti senza la paura di farsi mettere i piedi in testa solo perché mancanti di attributi mascolini.
Ho la fortuna di constatare quotidianamente come sia bello vedere equilibrio anche all’interno delle famiglie, senza ruoli prestabiliti, fossilizzati in stereotipi di altri tempi.
Ho la fortuna di vedere padri che si prendono lunghi congedi di paternità per gestire un quotidiano di nanne e pannolini che nel mio di paese è ancora principalmente legato alla donna.
Ho la fortuna di osservare solo sguardi inteneriti su questi papà, per nulla sviliti nella loro essere uomini, mentre so che la stessa cosa nel mio di paese sarebbe vista con sospetto.
Il contesto è sbagliato da noi, la riproduzione di schemi antichi che fanno comodo forse a certi uomini, che si sentono onnipotenti, e piacere a tante donne allevate tutto sommato come individui di serie B. La società che ci sta intorno fa la differenza sul come uomini e donne in divenire si percepiranno in futuro, e rabbrividisco nel vedere che in libri di scuola elementare nel 2019 mamma cucina e stira e papà lavora e legge, siano trasmesse ai bambini come dati di fatto in due frasi ben distinte, non tanto lontane dalla mamma fa la casalinga e papà fuma la pipa e legge il giornale dei sussidiari dei tempi miei… anni ‘70 . Se a questa aberrazione poi si aggiunge la pubblicità del supermercato che regalerà a tutte le clienti donne un detersivo per lavare i piatti, sogno di ogni donna normalmente costituita, mi dico che siamo veramente fritti e che la strada da fare è talmente lunga che non ne vedremo mai la fine, e sapete perché è lunga? È lunga perché la mentalità va cambiata ma non solo quella degli uomini ma anche e soprattutto quella delle donne che finché accetteranno un detersivo in regalo, magari anche ridendoci sopra, non ne usciranno mai!
Non serve un otto marzo se dentro di noi, uomini e donne non ci crediamo davvero, insieme uniti!

domenica 3 marzo 2019

Carpe diem

Durante la mia settimana bianca immersa nella bellezza delle
Dolomiti, scaldata da un sole insolitamente tiepido per la stagione,
avvolta dal profumo di una cucina che mi riporta alla mente sapori
conosciuti, ho pensato a come ad ogni rientro in Italia siano un
insieme di sentimenti contrastanti a fare capolino nel mio cuore e
nella mia mente. So di essere nel mio paese, di conoscerne i
meccanismi, la lingua, le regole sociali, ma so anche di essere
molto diversa da chi l’Italia non l’ha mai lasciata, sono un mix dei
tanti paesi in cui ho vissuto e in questo miscuglio di culture la mia
italianità domina a sprazzi ma senza mai prendere il sopravvento.
L’Italia non mi manca, non mi addolora constatarlo, non soffro ad
esserne lontana. Mi mancano affetti e amicizie che ho in Italia,
ma come mi mancano affetti e amicizie che ho disseminato da una
parte all’altra del globo.
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Non provo nostalgia struggente, ho imparato a vivere molto nel
presente cercando di cogliere il meglio dal mio quotidiano con
ottimismo e positività, ho smesso di voltarmi indietro, se non per
sorridere, e nel mio guardarmi indietro, ho lo stesso sguardo per
l’Italia, per la Francia, il Giappone, l’India, gli Stati Uniti, i miei
mondi.
Ho imparato nel tempo ad attaccarmi alle sensazioni che i diversi
paesi mi danno, sensazioni legati a momenti di vita vissuta, a
ricordi, a tappe della nostra vita.
Ecco che allora quando arrivo in Italia sono felice, ma felice come
in altri posti, in altri mondi, felice se ritrovo delle persone a cui
voglio bene, ma non necessariamente felice perché è il mio paese,
perché ne conosco odori e sapori, perché penso che sia il migliore,
perché il mio.
Contemplo un paesaggio con estasi ma come lo farei in un
qualsiasi posto bello e soprattutto senza pensare che solo perché
è il mio paese mi debba piacere di più. So che contemplerò altri
paesaggi che mi regaleranno belle sensazioni.
Non assaggio un piatto convinta che quel sapore una volta partita
mi mancherà e vivrò nel ricordo nei mesi successivi. So che ci
saranno altri piatti altrettanto buoni a sollecitare le mie papille
curiose.
Non vivo il mio soggiorno con l’angoscia che finisca, so che il dopo
sarà comunque bello e intenso.
Non so se siano stati gli anni di distanza accumulati o la saggezza
acquisita , a farmi vivere ogni rientro come una piacevole parentesi. Non so se il tempo e le mille esperienze vissute mi abbiano dato la capacità di cogliere l’attimo, perenne carpe diem.
Non so se sia a sprazzi il bisogno di proteggermi dalla sofferenza
che ogni distacco procura... non so cosa sia questo mescolarsi
altalenante di sentimenti, ma so per certo che mi aiuta a cogliere il
meglio di ogni posto, ad ogni passo, con il sorriso.