Tempo che scorre o tempo che fugge: bambini che crescono

Da qualche giorno gira sui social media il 10 years challenge, ammetto che in un momento di dolce far niente anch’io ho portato il mio contributo, tirando fuori una foto dell’India di 10 anni fa e affiancandola ad una delle nostre ultime vacanze al sole. Ecco quello che mi sconvolge non sono io ma loro, le mie bambine di una volta che in 10 anni si sono trasformate e sono diventate grandi.

        

Non sono i miei anni aumentati di una decina, le rughe che non c’erano e che ci sono, trasformando il mio viso in un maturo che non guasta, o quel qualche chilo in più che non sta neanche male, sono loro  che sottolineano insesorabilmente il tempo che passa. Loro che erano piccole e fragili nei loro vestitini coordinati, con i visi bambini, le mollette nei capelli, e che adesso sono grandi, con i lineamenti precisi di giovani donne, senza più mollette nei capelli, con un tatuaggio sbarazzino ad indicare la loro indipendenza.

Ecco non è il guardare la Giulietta che ero che mi lascia un senso di ansia, ma guardare loro che con il loro diventare grandi segnano questo inesorabile passare del tempo. Osservarle trasformarsi negli anni dice molto di più dell’osservare il mio viso di giovane adulta che lentamente si è trasformato in quello di una donna più matura. Questa maturità acquisita non mi turba, anzi ammetto che ho imparato ad amarmi molto di più  da quando gli anni delicatamente segnano viso e corpo con il loro passaggio, non mi dispiace questo mio essere serena nel vedermi diventare più grande e saggia... quello che diffonde un velo di tristezza è pensare alla bambine che erano e che non sono più, al bisogno che avevano di noi e anche se in un certo senso avranno bisogno di noi per sempre, per le piccole cose non serviamo più.
Essere genitori è anche questo, occuparsi dei figli, dedicarsi a loro con mille piccole attenzioni, cullarli la notte, consolarli per un brusco risveglio, abbracciarli dopo un ginocchio sbucciato, ascoltarli dopo le prime delusioni, le prime ingiustizie, i primi errori, per poi di colpo accorgersi di essere sempre più spettatori e meno attori e motori delle loro piccole vite.
Ho sempre in mente un immagine delle mie bambine un’estate di passaggio a Torino in transito tra Giappone e India, loro tre con deliziosissimi vestiti leggeri, le faccine abbronzate, i capelli schiariti dal sole, eravamo alla stazione di  Porta Susa, quando era ancora tutta da rinnovare, ad aspettare il treno di 
Paolo in arrivo da Parigi. Loro erano eccitate e saltellanti, eravamo in cima alle scale e quando l’hanno visto spuntare di sono precipitate in braccio a lui urlanti e felici. Un paio di signori inteneriti dalla scena si sono voltati a guardare questo abbraccio tenero e profondo tra un papà in giacca e cravatta che a guardarlo sembrava anche lui poco più di un ragazzino e quei tre cuccioli di donna. Ecco in quel momento pensai a quanto avessero bisogno di noi, del nostro calore, della nostra mano, del nostro sorridere emozionato.
Avrei voluto fermare il tempo per un attimo e continuare ad averle così, ma poi l’ho lasciato andare, scorrere lieve, passare su di noi delicatamente e adesso all’improvviso osservo tre ragazze quasi donne piene di vita con in fondo agli occhi la luce delle bambine che erano e che non sono più, e osservo la me per nulla diversa da quella di dieci anni fa, con le stesse energie, lo stesso entusiasmo, la stessa voglia di scoprire, ma senza ombra di dubbio osservando loro molto ma molto più vecchia!

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