Storia di una panchina.

Quando numero due ha incomincia la scuola materna, in Francia, aveva due anni e mezzo e poco più e pochissimo entusiasmo. Gli anni di nido erano stati catastrofici, la separazione sempre difficile, ma tutti mi rassicuravano dicendomi che i bambini che piangono al nido poi dopo vanno a scuola correndo. Ovviamente sarei stata un’illusa a credere che fosse così.
Comunque dopo qualche giorno dall’inizio della scuola la direttrice, maestra dei piccoli e molto vecchio stampo come approccio educativo, decretava che i genitori non erano più i benvenuti, che ormai i bambini dovevano essersi abituati, e via discorrendo. Che poi non è che i genitori si attardassero in classe, ci veniva data solo la possibilità di accompagnarli alla porta dell’aula, di aiutarli a spogliarsi, a togliersi le scarpe, insomma piccole attenzioni di cui i bambini a quell’età possono avere bisogno.
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 Per non rendere il passaggio dall’accompagnamento alla porta della classe a quello alla porta d’ingresso della scuola troppo brusco, concedeva però una settimana di lento avvicinamento o allontanamento, dipende dal punto di vista, mettendo a metà corridoio e spostandola gradualmente più vicino al portone della scuola, una panchina. Ogni mattina un passetto in meno con la mamma e un passetto in più da soli.
La panchina come spartiacque tra l’essere piccoli pulcini coccolati e bambini autonomi e indipendenti. Il corridoio visto altezza occhi di un bambino di quell’eta sembrava lunghissimo e quella panchina non faceva che renderlo più angosciante. 
Ogni mattina durante quella lunga settimana camminando per mano con lei verso la panchina le spiegavo “ecco adesso arriviamo lì, ti do un bacino e poi tu vai e io ti guardo”. Lei annuiva pensierosa e poi arrivate alla panchina con gli occhi gonfi di lacrime mi diceva mamma ancora un passo, ancora due, ancora tre... e ogni mattina mi facevo trascinare da lei, dal cuore, dalla sua manina forte che non mollava la mia, ed ogni mattina non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, non trovavo le parole per lasciarla andare, non capivo io stessa perché imporle quel tragitto da sola, conscia che quello che voleva era solo che le togliessi io la giacca, le scarpe e le dessi quell’ultimo bacio che le avrebbe fatto compagnia fino all’uscita.

Quella panchina era il distacco, il momento in cui ci si separa per camminare in direzioni diverse. Oggi osservando mia figlia passare la security all’aeroporto, con l’aria un po’ triste, con la voglia di un ultimo bacio, ho avuto la stessa sensazione di allora, quella separazione che non riesci a spiegarle ma che sai che è giusta, normale, necessaria.

Avrei voluto accompagnarla un po’ oltre, tenerle la mano ancora un secondo, vederla forse non voltarsi più.... 

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