giovedì 31 gennaio 2019

Cucina scandinava all'onore

Il Bocuse d’or appena concluso vede sul podio chef di Danimarca, Svezia e Norvegia confermando che sulla scena gastronomica internazionale i paesi nordici se la stanno cavando alla grande. Nel prestigioso concorso internazionale 24 tra i migliori chef al mondo si affrontano per due giorni per conquistare uno dei tre gradini del podio. Molti saranno sorpresi che a farla da padroni non siano italiani e francesi, portavoci nell'immaginario collettivo delle migliori cucine del mondo, io non lo sono. 

La cucina svedese e quella nordica in generale, mi ha sorpresa nella capacità di fare tanto con poco, nel sublimare alimenti meno pregiati presentandoli in chiave super moderna per un piacere che prima di essere gustativo passa anche attraverso l’aspetto visivo che io personalmente trovo fondamentale.
Tradizionalmente in Italia abbiamo una cucina con una tradizione consolidata e una gamma di prodotti per tutti i gusti, non che sia più semplice rendere il tutto a 3 stelle, ma sicuramente la materia prima abbondante, mischiata con i vecchi repertori delle nonne e una tradizione che dal nord al sud dello stivale è di una ricchezza straordinaria, aiuta a mettere in tavola piatti gustosi.
Ma l’essere gustoso è solo una delle parti che rende grandi un piatto e lo chef che lo immagina, il resto è fantasia,  voglia di nuovo,  capacità di osare andando oltre confini imposti da regole che si tramandano negli anni.  
Un piatto lo si affronta con tutti i sensi, non solo con le papille e per fare questo sicuramente meno la tradizione è imponente, più si osa.
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Ed ecco che piano piano con la loro cucina innovativa i ristoranti scandinava incominciano ad imporsi sulla scena internazionale come solide alternative a cucine più tradizionali... e io ammetto che ormai preferisco andare al ristorante a scoprire gusti che mi sorprendono e spiazzano anziché gustare piatti che anche se in versioni meno stellate posso riprodurre tranquillamente nella mia cucina.
PS non sono un critico gastronomico ma solo una buona forchetta, i miei giudizi quindi sono assolutamente personali e confutabili.
PS2 sono molto democratica e adoro tutte le cucine del mondo senza nessun pregiudizio!

martedì 29 gennaio 2019

Scegliere di partire per una nuova avventura: lasciare da parte l’egoismo.

7 anni fa rientravo a Saint Germani dopo una toccata e fuga a San Francisco per toccare con  mano la realtà nella quale di lì a poco avremmo deciso di tuffarci. Eravamo partiti per pochi giorni, Paolo per l’ultima serie di colloqui che avrebbero preceduto l’attesa offerta di Tesla e io al seguito per capire un po’ meglio e essere pronta a dare l’okay definitivo. 


Pochissimi amici intimi sapevano il vero significato di questo viaggio, le bambine stesse erano un po’ confuse, eccitate e pensierose, nel giro di poche settimane l’orizzonte sicuro che avevamo tracciato davanti a noi, con una nuova partenza per l’India, si stava lentamente sgretolando. Non sapevano se essere emozionate e incuriosite da questo possibile cambio di rotta o inquiete per l’atmosfera pensierosa che ci stava avvolgendo.
La Bay Area ci accolse con un tempo da lupi che credo di non aver mai visto nei miei successivi cinque anni. Io non ne rimasi per nulla conquistata, guardavo tutto intorno a me con un filtro chiaramente frutto della mia voglia e del mio entusiasmo di ritornare nella mia amata India del sud. In qualche settimana i miei piani erano scombussolati, sapevo di avere la scelta, di poter dire di no, di fermare la macchina americana e di fare come se nulla fosse, ma nello stesso tempo una vocina in fondo a me mi chiedeva se fosse la scelta giusta.
I giorni li furono strani, l’entusiasmo di Paolo verso quella che gli si ventilava davanti come un’occasione più unica che rara, stridevano con le mie paure, che a loro volta facevano a pugni con un senso di colpa latente, sapevo che se avessi detto non andiamo, non saremmo partiti e forse me ne sarei pentita, avrei tarpato le ali a mio marito e privato le mie fanciulle di una nuova grandiosa avventura.
Sull’aereo che ci riportava a casa dissi chiaramente che in America non ci sarei andata, che avremmo mantenuto i piani precedenti e che ci saremmo ritrasferiti a Chennai. I miei motivi erano validi e ovviamente Paolo li accettò di buon grado. All’arrivo le bambine ci accolsero con mille domande, gli occhietti luccicanti, volevano sapere cosa avremmo fatto. Non andremo in Silcon Valley dissi e davanti a me 4 facce deluse: le mie figlie e mia mamma. 
Andai a letto con nella testa mille pensieri, le ultime parole di mia madre erano lì fisse: ma veramente pensi che sia il posto giusto per la loro adolescenza l’India? Ecco mi sentivo egoista, avevo voglia di riprendere le redini del mio lavoro e l’India mi offriva tutto quello che mi serviva su un piatto d’argento. E poi alla fine l’opportunità offerta a Paolo era ottima,  certo non paragonabile a Tesla, ma insomma in linea con la sua brillante carriera. E poi le ragazze avrebbero goduto di una vita piacevole, un po’ tra quattro mura dorate, ma perché lamentarsi... 
Passai la notte a chiedermi se fosse la scelta sensata, se non me ne sarei mai pentita, se avessi valutato tutti gli aspetti...  la Silicon Valley non mi aveva folgorata, non mi ci vedevo in mezzo, ma alla fin fine pochi giorni sono sufficienti per immaginarsi a costruire la vita da una parte diversa del mondo?
Al mattino guardai mio marito negli occhi e gli dissi andiamo in America e non parliamone più, la decisione è presa e non torno più indietro. Un mese dopo lui prendeva il volo per Palo Alto e non mi sono mai pentita di aver detto di sì, non mi sono mai pentita di aver scelto un qualcosa che ci avrebbe cambiati per sempre. Abbiamo fatto un salto nel vuoto straordinario, avremmo potuto sfracellarci al suolo e abbiamo corso il rischio.
Cinque anni dopo quel viaggio a Palo Alto e quel si detto di pancia e non di testa, ci siamo di nuovo ritrovati a decidere di riprendere la rincorsa e lanciarci nuovamente mano nella mano, non ci sarebbe stato questo secondo salto senza il primo, in un concatenarsi di avventure che sono ormai diventate per noi l’adrenalina della vita!
Guardando a ritroso mi dico che tutto ha un senso, una logica, ogni decisione un po’ folle ha un suo perché e si inserisce perfettamente nel disegno preciso della nostra vita, non sarei qui oggi a Stoccolma se non avessi deciso di andare ad ovest anziché ad est quella mattina di gennaio del 2012, di non pensare solo a me ma a noi cinque, al bene di ogni singolo individuo della nostra famiglia, perché così deve essere. 

domenica 27 gennaio 2019

Imparare in modo diverso

Giovedì mia figlia più piccola con due compagni di scuola, ha partecipato ad una giornata di conferenze in una scuola di comunicazione qui a Stoccolma. Accompagnati dall’insegnante che coordina il progetto Nepal attraverso il quale la nostra scuola supporta una scuola molto povera a un paio d’ore di macchina da Kathmandu, questi tre adolescenti hanno parlato, unici ragazzini, davanti una  platea di adulti sconosciuti, professionisti per la maggior parte, dimostrando una maturità e una capacità di interazione con il pubblico adulto che mi ha sorpresa. Hanno condiviso la passione per quello che fanno in favore di bambini e ragazzi meno fortunati, comunicando le loro emozioni e devo dire lasciando un segno sul pubblico adulto che li seguiva con estremo interesse.
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In realtà non voglio parlare di questo, delle loro parole, di mia figlia sul palco sicura nel suo tailleur nero e con il microfono in mano. Non voglio parlare di questo progetto che da 18 mesi l’avvolge e coinvolge. Non voglio neanche parlare del viaggio in Nepal di un anno fa dal quale è sicuramente tornata più matura, né di quello che farà tra 10 giorni, dal quale di sicuro rientrare entusiasta.
Voglio parlare di come il sistema internazionale e,in modo molto simile, quello Americano, mettano l’accento su progetti di questo tipo, che fuoriescono dal curriculum prettamente accademico, e l’arricchiscano con esperienze straordinarie. 
Ecco io sono frutto di studi classici, a casa mia nessun altro tipo di liceo veniva ventilato come possibile, con un padre convinto sostenitore del come il greco e il latino aprissero la mente ( e le porte di qualsiasi universita) dando gli strumenti necessari per fare di tutto e di più dopo, non provai neanche a tentare altro, piegandomi docilmente a cinque anni di martirio, dal quale sicuramente sono uscita con un buon bagaglio di conoscenze scolastiche, ma senza nessun contatto con il mondo nel suo essere vario e reale. Certo sono passarti più di trent’anni ormai e sicuramente le cose sono cambiate, però quando penso alle opportunità di osservazione e conoscenza del mondo che questi progetti danno, mi dico che tra tante versioni forse avessi avuto lo spazio anche per questo, sarebbe stato fantastico.
Sento spesso critiche pungenti sul fatto che in questi sistemi non si studino certe materie con la profondità necessaria, c’è da parte di noi italiani, soprattutto, la convinzione che come si faccia da noi non si faccia altrove, che il nostro sistema sia quello con le basi culturali più solide, che come impariamo noi non impara nessuno.
Ecco forse una volta lo pensavo anch’io, ma era prima, era prima che ne toccassi con mano i molti pregi, era prima che vedessi come la condivisione di grandiose esperienze sia formativa per i ragazzi, era prima che vedessi i vecchi libri di storia messi da parte per andare oltre lo studio bieco, era prima che vedessi mia figlia organizzare pomeriggi cinema per raccogliere soldi per aiutare alla diffusione dell’educazione delle ragazze nei paesi del terzo mondo, era prima che la vedessi su un palco guardare fisso un pubblico estraneo e essere capace di comunicare loro le sue emozioni ed emozionarli.
Sono felice  non solo di aver offerto alle mie ragazze questa stramba vita da una parte all’altra del mondo, ma anche di aver dato loro la possibilità di andare oltre la poesia imparata a memoria e la declinazione ripetuta all’infinito, di guardare il mondo con occhi curiosi e la voglia di cambiarlo, in meglio ovviamente.

Se volete saperne di più sul progetto di Camilla ecco il link 
Nepal Project

lunedì 21 gennaio 2019

Storia di una panchina.

Quando numero due ha incomincia la scuola materna, in Francia, aveva due anni e mezzo e poco più e pochissimo entusiasmo. Gli anni di nido erano stati catastrofici, la separazione sempre difficile, ma tutti mi rassicuravano dicendomi che i bambini che piangono al nido poi dopo vanno a scuola correndo. Ovviamente sarei stata un’illusa a credere che fosse così.
Comunque dopo qualche giorno dall’inizio della scuola la direttrice, maestra dei piccoli e molto vecchio stampo come approccio educativo, decretava che i genitori non erano più i benvenuti, che ormai i bambini dovevano essersi abituati, e via discorrendo. Che poi non è che i genitori si attardassero in classe, ci veniva data solo la possibilità di accompagnarli alla porta dell’aula, di aiutarli a spogliarsi, a togliersi le scarpe, insomma piccole attenzioni di cui i bambini a quell’età possono avere bisogno.
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 Per non rendere il passaggio dall’accompagnamento alla porta della classe a quello alla porta d’ingresso della scuola troppo brusco, concedeva però una settimana di lento avvicinamento o allontanamento, dipende dal punto di vista, mettendo a metà corridoio e spostandola gradualmente più vicino al portone della scuola, una panchina. Ogni mattina un passetto in meno con la mamma e un passetto in più da soli.
La panchina come spartiacque tra l’essere piccoli pulcini coccolati e bambini autonomi e indipendenti. Il corridoio visto altezza occhi di un bambino di quell’eta sembrava lunghissimo e quella panchina non faceva che renderlo più angosciante. 
Ogni mattina durante quella lunga settimana camminando per mano con lei verso la panchina le spiegavo “ecco adesso arriviamo lì, ti do un bacino e poi tu vai e io ti guardo”. Lei annuiva pensierosa e poi arrivate alla panchina con gli occhi gonfi di lacrime mi diceva mamma ancora un passo, ancora due, ancora tre... e ogni mattina mi facevo trascinare da lei, dal cuore, dalla sua manina forte che non mollava la mia, ed ogni mattina non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, non trovavo le parole per lasciarla andare, non capivo io stessa perché imporle quel tragitto da sola, conscia che quello che voleva era solo che le togliessi io la giacca, le scarpe e le dessi quell’ultimo bacio che le avrebbe fatto compagnia fino all’uscita.

Quella panchina era il distacco, il momento in cui ci si separa per camminare in direzioni diverse. Oggi osservando mia figlia passare la security all’aeroporto, con l’aria un po’ triste, con la voglia di un ultimo bacio, ho avuto la stessa sensazione di allora, quella separazione che non riesci a spiegarle ma che sai che è giusta, normale, necessaria.

Avrei voluto accompagnarla un po’ oltre, tenerle la mano ancora un secondo, vederla forse non voltarsi più.... 

giovedì 17 gennaio 2019

Tempo che scorre o tempo che fugge: bambini che crescono

Da qualche giorno gira sui social media il 10 years challenge, ammetto che in un momento di dolce far niente anch’io ho portato il mio contributo, tirando fuori una foto dell’India di 10 anni fa e affiancandola ad una delle nostre ultime vacanze al sole. Ecco quello che mi sconvolge non sono io ma loro, le mie bambine di una volta che in 10 anni si sono trasformate e sono diventate grandi.

        

Non sono i miei anni aumentati di una decina, le rughe che non c’erano e che ci sono, trasformando il mio viso in un maturo che non guasta, o quel qualche chilo in più che non sta neanche male, sono loro  che sottolineano insesorabilmente il tempo che passa. Loro che erano piccole e fragili nei loro vestitini coordinati, con i visi bambini, le mollette nei capelli, e che adesso sono grandi, con i lineamenti precisi di giovani donne, senza più mollette nei capelli, con un tatuaggio sbarazzino ad indicare la loro indipendenza.

Ecco non è il guardare la Giulietta che ero che mi lascia un senso di ansia, ma guardare loro che con il loro diventare grandi segnano questo inesorabile passare del tempo. Osservarle trasformarsi negli anni dice molto di più dell’osservare il mio viso di giovane adulta che lentamente si è trasformato in quello di una donna più matura. Questa maturità acquisita non mi turba, anzi ammetto che ho imparato ad amarmi molto di più  da quando gli anni delicatamente segnano viso e corpo con il loro passaggio, non mi dispiace questo mio essere serena nel vedermi diventare più grande e saggia... quello che diffonde un velo di tristezza è pensare alla bambine che erano e che non sono più, al bisogno che avevano di noi e anche se in un certo senso avranno bisogno di noi per sempre, per le piccole cose non serviamo più.
Essere genitori è anche questo, occuparsi dei figli, dedicarsi a loro con mille piccole attenzioni, cullarli la notte, consolarli per un brusco risveglio, abbracciarli dopo un ginocchio sbucciato, ascoltarli dopo le prime delusioni, le prime ingiustizie, i primi errori, per poi di colpo accorgersi di essere sempre più spettatori e meno attori e motori delle loro piccole vite.
Ho sempre in mente un immagine delle mie bambine un’estate di passaggio a Torino in transito tra Giappone e India, loro tre con deliziosissimi vestiti leggeri, le faccine abbronzate, i capelli schiariti dal sole, eravamo alla stazione di  Porta Susa, quando era ancora tutta da rinnovare, ad aspettare il treno di 
Paolo in arrivo da Parigi. Loro erano eccitate e saltellanti, eravamo in cima alle scale e quando l’hanno visto spuntare di sono precipitate in braccio a lui urlanti e felici. Un paio di signori inteneriti dalla scena si sono voltati a guardare questo abbraccio tenero e profondo tra un papà in giacca e cravatta che a guardarlo sembrava anche lui poco più di un ragazzino e quei tre cuccioli di donna. Ecco in quel momento pensai a quanto avessero bisogno di noi, del nostro calore, della nostra mano, del nostro sorridere emozionato.
Avrei voluto fermare il tempo per un attimo e continuare ad averle così, ma poi l’ho lasciato andare, scorrere lieve, passare su di noi delicatamente e adesso all’improvviso osservo tre ragazze quasi donne piene di vita con in fondo agli occhi la luce delle bambine che erano e che non sono più, e osservo la me per nulla diversa da quella di dieci anni fa, con le stesse energie, lo stesso entusiasmo, la stessa voglia di scoprire, ma senza ombra di dubbio osservando loro molto ma molto più vecchia!

sabato 12 gennaio 2019

13 gennaio 2002

17 anni fa sono diventata mamma per la terza volta, erano da poco passate le tre del mattino quando per la prima volta l’abbiamo guardata negli occhi, quando per la prima volta abbiamo sentito il suo respiro, il calore del suo piccolo corpo.
È incredibile come ogni volta si rinnovino sensazioni uniche che solo la nascita di un figlio sa darci. Ogni volta lo stesso turbinio di sentimenti, un susseguirsi di indescrivibili emozioni, l’amore puro che avvolge il tutto.
13 gennaio 2002

A distanza di 17 anni quel giorno rimane uno dei momenti indimenticabili della nostra vita. Siamo diventati famiglia di cinque nel giro di pochi istanti, le nostre responsabilità di giovani genitori sono di colpo triplicate, noi due adulti consci del compito di far crescere tre piccoli individui e di dar loro gli strumenti per affrontare il mondo nel modo migliore.
Lei ci guardava con i suoi piccoli occhi intensi, quel profumo di vita nuova da respirare all’infinito, la ricerca affannata del mio seno, quel contatto unico, il primo che ti lega loro per sempre.
Me l’ero immaginata per mesi, ancor prima di aspettarla, sapevo che la nostra piccola famiglia sarebbe stata completa solo con lei, sapevo che avrebbe chiuso il cerchio del nostro amore, rendendolo indistruttibile. Non avevo paura della fatica, delle responsabilità, mi sembrava normale completarci così, con una nuova vita, con nuovi occhi, con nuove manine da stringere e capelli da accarezzare.
L’ho osservata per qualche ora piccola e fragile, cercando di immaginarmi come sarebbe stata, lei la piccola di casa, poi sono arrivate loro, le sorelle maggiori, adoro il primo incontro, quel loro primo conoscersi, quando per loro la pancia che hanno osservato, ammirato, odiato per mesi, si concretizza in un esserino piccolo, che osserveranno, ammireranno e odieranno a tratti, per sempre.
Loro sono entrate sorridenti, con le mollettine nei capelli e le gonnelline coordinate. Di colpo le ho viste grandi, grandi vicino a lei. Sono corse verso la sua cullina con entusiasmo, l’hanno spinta con forza contro il muro, lei non ha fatto una piega, quasi le aspettasse e lo sapesse che il primo incontro sarebbe stata o così, le hanno messo nella culla una sorpresa di ovetto kinder, tanto il cioccolato non può mangiarlo, certo ovvio. L’hanno accarezzata, baciata, adottata. Federica nel suo ruolo di grandissima dall’alto dei suoi quattro anni, Chiara leggermente perplessa da questa presenza che la spodestava dal ruolo di piccola, chiudendola da quel giorno tra due fuochi, ma lei non lo sapeva che questo le avrebbe regalato alla fine la posizione migliore, l’ha capito dopo.
Ecco lei da quel giorno è stata la piccola, lo è ancora adesso e lo sarà per sempre. Una piccola con le idee chiare, sempre di corsa per raggiungere le sue sorelle, sempre protesa in avanti per non perdere il passo, una piccola che ha sempre dovuto farsi spazio, farsi sentire, gridare un po’ più forte, arrivare più in alto.
17 anni da quel giorno in cui sono diventata mamma di tre, in cui le nostre responsabilità di genitori sono aumentate, in cui di colpo ho sentito che mancava solo lei per completarci.
gennaio 2019

Buon compleanno cucciolo, rimarrai sempre la nostra piccola anche se sei grande, indipendente, testarda, piena di ambizioni, farai grandi cose, l’ho visto nei tuoi occhi quella mattina all’alba a Parigi, 17 anni fa!

venerdì 11 gennaio 2019

Vacanze catastrofiche: la nostra top list.

Viaggiamo da sempre in famiglia, per necessità, vivendo all’estero,  e per passione. Amiamo scoprire i posti che ci circondano e adoriamo farlo tutti e cinque insieme. Viaggiare con le nostre bambine in passato e con le nostre ragazze adesso è sempre emozionante e arricchente, per noi e per loro.


Quanti paesi scoperti, quante città percorse a piedi con entusiasmo, quante navigazioni in mari esotici,  in posti lontani da tutto e tutti.
Tanti i viaggi pensati, organizzati una guida in mano e internet come fedele compagno, quanti ricordi indelebili nel bene e nel male.
Ogni nuovo viaggio è sempre per noi l’occasione per ripensare a quelle poche volte in cui tutto è andato storto o meglio la vacanza si è rivelata essere una piccola catastrofe, un po’ per la scelta del posto, un po’ per  la location improbabile, un po’ perché a volte il turista fai da te
 casca male e fa parte del gioco.
Ecco la nostra personale classifica delle vacanze che sono passate alla storia come “mamma ma che idea!”
Vince su tutti il Minshuku di Sado, e vince di gran lunga: minshuku e Sado.
Per chi non lo sapesse i minshuku sono delle pensioni tipiche giapponesi che costano come un hotel cinque stelle con il confort del campeggio. Sado invece è un isoletta sulla costa ovest del Giappone che credo veda talmente pochi turisti e stranieri viaggianti come in rari posti al mondo, o almeno  così era dieci e più anni fa. “Ovvio mamma chi sano di mente organizzerebbe una vacanza a Sado” e con il senno di poi.
Ma allora ero giovane e piena di entusiasmo, convinta che la nostra vita tokioïta dovesse anche essere  condita da qualche gitarella fuori porta il più lontano possibile dal mondo occidentale. E così Sado fu. E mi bastarono allora pochi minuti nella nebbia in mezzo al nulla alla ricerca del minshuku ormai di indelebile memoria, per pentirmi di non aver optato per qualcosa di meno esotico...


Arrivammo tardi a Sado e non fu facile raggiungere la nostra meta, ma alla fine tra l’incredulo e l’inquieto 
parcheggiammo l’auto di fronte al minshuku e fummo accolti da una coppia di gobbi giapponesi di età indefinita ovviamente fluenti in un’unica lingua, la loro....il giapponese di Paolo e i nostri sorrisi servirono comunque a farci accompagnare nel nostro stanzone, tipo camerata militare illuminata da un debole neon che rendeva l’ambiente talmente freddo e ostile da far rabbrividire. Allineati lungo il muro cinque futon pronti ad esser srotolati, contro la parete una cassettina metallica, inserendovi 100 yen ogni ora avremmo potuto usufruire del riscaldamento...
 
In questo stanzone vuoto 8 occhi mi fissavano tra l’incredulo e l’arrabbiato, nessuno osava parlare, nessuno osava lamentarsi. L’anziana albergatrice dopo qualche minuto ci ha portato le lenzuola spiegandomi con fare autoritario come avrei dovuto fare i letti... senso di colpa a mille e un turbinio di domande, ma in cuor mio la speranza che peggio di così non poteva essere e poi ci divertiremo e poi cerchiamo di relativizzare e poi... ho perso ogni energia a colazione di fronte alle seppie crude appena pescate apposta per noi con Camilla che si rotolava di fianco al tavolo e le grandi che reclamavano un pezzo di pane e un bicchiere di latte.
Rientrati dal giro a Sado avrei avuto bisogno di due giorni 
per recuperare, la prima amica incontrata davanti a scuola mi accolse con un sorriso impietosito seguito da un “vacanze giapponesi vero?” Eh si...



Secondo posto sul podio sicuramente senza ombra di dubbio la settimana prevista a Essaouira ridotta poi a due giorni da una fuga salvatrice.

Viaggio in Marocco incominciato benissimo, Riad da sogno a Marrakech, relax, bel tempo, ottimo cibo.
Casa affiatata su un sito il cui nome luxury home faceva sognare.  La casa da sogno all’apertura della porta si è rivelata un incubo. Zona umidissima della città, ambiente lugubre, circondario leggermente inquietante, il tutto condito dalla presenza di una donna tutto fare che circolava silenziosamente per casa tipo fantasma completamente vestita di nero con velo. 


Otto occhi si sono voltati verso di me, ho bofonchiato qualcosa nel tentativo di salvare il salvabile, ho capito subito che alla fine la fuga sarebbe stata l’unica possibilità per non rovinare il resto della vacanza.
Abbiamo passato una notte da paura, tra rumori sospetti e odore di muffa, avvolti da lenzuola umidicce e senza un filo d’aria.
Abbiamo cercato il lato positivo, essere tutti e cinque insieme, una nuova avventura, vabbè insomma non disfiamo le valigie e ripartiamo da dove siamo venuti.
La vacanza è proseguita poi ad Agadir, senza storia e con molto relax, ma il ricordo di Latifa vestita di nero su e giù per le scale di quella casa non i ha più abbandonati.

Terzo gradino del podio se la giocano di poco Casa di Goa, a Goa, 
India, e Vancouver Island, Canada, British Columbia. Se per 
la seconda le temperature polari hanno contribuito alla 
grande alla conquista di cotanta posizione, per la prima l’hotel terribile non ha sicuramente aiutato ad amare il luogo e a gradire la vacanza in generale.

 
Mi ero allora affidata ad un’agenzia locale, vivevamo a Chennai, e forse lo standard non era quello che avremmo voluto. L’hotel poteva anche andare bene ma era talmente sporco che proibì alle bambine di toccare qualsiasi cosa, muri della doccia compresi... praticamente lavaggio in sospensione.



Otto occhi mi fissarono interrogativi, vedevo chiara la domanda, ma sei proprio sicura? Niente via di scampo? Niente piano B? 
Non ho mai un piano B quando organizzo una vacanza, forse con il senno di poi dovrei...

Vancouver island
Comunque ogni volta che arriviamo in un posto nuovo ci sono quei cinque minuti in sospeso in cui ti chiedi se sarà di nuovo un susseguirsi di sbagli oppure tutto filerà liscio... e poi alla fine anche quando tutto va storto non te ne dimenticherai mai e costruirai ricordi indelebili, nel bene e nel male!


lunedì 7 gennaio 2019

Oman: il nostro viaggio.

Eccoci rientrati dal nostro ultimo viaggio tutti e cinque insieme. C’è sempre un po’ di tristezza quando l’aereo atterra e ti riporta a casa, quando ti rendi conto che la parentesi si è chiusa e che la routine riprenderà rapidamente il sopravvento, quando lasci un posto che ti ha conquistato e hai già voglia di programmare un nuovo viaggio.


Da quando viviamo nuovamente ritmati da stagioni che impongono con forza i l loro susseguirsi e l’inverno freddo e buio ci accompagna, la pausa natalizia al sole sembra quasi un’evidenza. Rifare il pieno di sole e mare aiuta ad affrontare i mesi successivi ricaricati e permette di arrivare a primavera un po’ più energici o almeno ad esserne convinti!
Per le nostre vacanze natalizie 2018 il programma è stato attentamente pensato per bilanciare le esigenze di tutti. Paolo viaggia tantissimo e non voleva imporsi un numero insensato di ore di volo, io e le ragazze volevamo un sole abbastanza caldo da poterci allegramente stendere e lasciarci riscaldare, tutti insieme volevamo scoprire qualcosa di nuovo, senza però tappe impossibili e tour de force senza senso.
new year!
Abbiamo deciso di volare da Stoccolma su Dubai, volo a medio raggio che diciamo senza troppe ore di aereo permette di arrivare a 28 gradi e cielo blu.
Non considerando Dubai come un posto per passarci più di qualche ora ( ci ero stata diversi anni fa incuriosita ma non conquistata) le mete successive al decollo sono state: un resort sul mare nell’emirato di Fujairah e il sultanato di Oman.
Se la prima parte della vacanza era  concentrato sul ricaricare le batterie tra un tuffo e il dolce far niente, è la seconda parte quella che valeva il viaggio veramente e con il senno di poi avrei dovuto ridurre i giorni in spiaggia per averne di più da dedicare alla scoperta dell’Oman che ci ha letteralmente stregati.
Accedere all’Oman via strada dagli Emirati è stato più complicato di qual che pensassimo, per prima cosa a livello di affitto auto, non tutti gli autonoleggio  infatti permettono di attraversare la frontiere e preparano i documenti necessari. Solo arrivati a Dubai abbiamo scoperto che l’auto affittata online da Stoccolma con Europcar non avrebbe potuto accompagnarci in Oman, un bel problema visto il periodo natalizio. Per fortuna siamo riusciti a trovare successivamente un paio di agenzie ( dollar e sixt ) che permettono di varcare la frontiera e una delle due aveva un’auto disponibile, il tutto ci è costato un’andata e ritorno non prevista a Dubai per fare il cambio di veicolo, ritardando di diverse ore la nostra partenza per l’Oman.





Altra scoperta lì per lì il non poter entrare in Oman in quanto stranieri con macchina in affitto da tutti i punti di frontiera, solo due sono predisposti al passaggio e al controllo dei documenti... basta saperlo ed essere ben indirizzati, l’autonoleggio è stato un po’ confuso nelle sue indicazioni e al primo punto di frontiera ci hanno gentilmente invitati a fare marcia indietro indicandoci il punto successivo ( a un’ora circa) dal quale ci avrebbero fatto entrare ( i due punti di ingresso e uscita sono Mezyad e Katam al Shaklah).
Dai primi chilometri abbiamo subito capito che l’Oman ci avrebbe conquistati con i suoi paesaggi semi deserti e un po’ lunari, con i tanti forti sparpagliati qua e là, con la sua cultura che traspare da ogni piccolo villaggio mentre il canto del muezzin ritmava le nostre giornate.
Abbiamo guidato verso Nizwa divorando il paesaggio circostante e abbiamo adorato questa cittadina con il suo suq animato, il suo forte, auell’atmosfera che ha tratti ci ha ricordato la nostra India, ma con un qualcosa di speciale.
moschea
Abbiamo visitato la moschea e abbiamo fatto scorta di datteri e conseguente scorpacciata (40 tipi diversi di datteri crescono a Nizwa, per tutti i gusti).
Diverse cose da visitare anche intorno alla città, il castello di Jabrin vale la visita, bellissimo all’interno e la vista è meravigliosa. Non lontano anche Bahla cittadina circondata da 12 chilometri di muro fortificato con bastioni.

Accoglienza veramente fantastica al Al Diyar Hotel, in stile molto arabeggiante tendente pacchiano dove ci hanno fatto un upgrade ad una suite familiare con tre stanze che per la decorazione valeva da sola il viaggio!
Cena tipica omanita da Bin Ateeq, seduti per terra tra cuscini e tappeti a gustare piatti locali tra i quali lo squalo ( nessuno in famiglia ha trovato il prodotto veramente commestibile), ma arriva insieme ad altri piatti in un menu stabilito proposto ai turisti per evitar loro di scegliere tra piatti sconosciuti. Noi abbiamo preso quello a 7 omr a persona e ce n’era da vendere in portate.

Sempre a Nizwa buono anche Al Mandi Al Dhahabi, alla fine del parcheggio di fronte al suq, hummus e chapati deliziosi.
La strada da Nizwa al deserto di Wihibah attraversa paesaggi straordinari, dove qua e là si incontrano piccole moschee e villaggi a volte disabitati ( ce ne sono molti nella zona che sono stati abbandonati per rincorrere esigenze di vita diverse), gradualmente si passa da un paesaggio costellato da montagne un po’ lunari al deserto.

Tante le offerte on line per passare una notte sotto le stelle avvolti dalla sabbia, mi sono lasciata guidare dal mio istinto su un accampamento molto piccolo e più intimo. La scelta è stata ottima, posto stupendo tra le dune, personale accogliente con la voglia di comunicare. Sand Delight camp al quale si accede da Al Wasil. Tende familiari con cena e colazione, gita sul dromedario e discese in bob sulla sabbia, falò sotto le stelle avvolti dal profumo dell’incenso. 
Esperienza straordinaria.


Da Al Wasil abbiamo preso la direzione del mare verso Sur, bei paesaggi anche qui, belle case, spiaggia lunghissima che mi ricordava quella di Mamalapuram a sud di Chennai ma senza le immondizie onnipresenti purtroppo in  India. Ecco l’Oman ci ha colpiti anche per questo per l’estrema pulizia e anche per le infrastruttre, strade che la ricca California si sogna!


Successivamente strada costiera verso Muscat, bella città piena di vita, con bellissime case dalla sobria architettura arabeggiante che guardano il mare e un enorme suq animatissimo dal tramonto. Molto più occidentale rispetto all’interno con meno donne in abiti tradizionali e veli integrali, più facile fondersi tra i turisti, ma sempre con rispetto per la cultura locale. Molti locali e ristoranti di ogni tipo. Buono ma sicuramente caro per la zona l’indiano Kurkum con una cucina speziata piena di sapore e piatti molto ben presentati, porzioni abbondanti.
La strada per rientrare verso gli Emirati ed uno dei due punti d’uscita può offrire altre tappe che purtroppo per noi per mancanza di tempo non erano più fattibili, volevamo arrivare a Dubai per goderci il tramonto sulla città e una buona cena  per i 19 anni di Chiara. Abbiamo guidato senza tappe fermandoci solo per pranzo rapidamente e tenendo conto dei tempi sempre un po’ lunghi per passare la frontiera. Siamo comunque come previsto arrivati a Dubai in tempo per goderci qualche must e soprattutto per la nostra cena dal fantastico chef giapponese Nobu occasione anche per visitare quella pacchianata di hotel che è Atlantis, che si trova sulla parte finale del Palm Jumeirah.

Le nostre poche ore a Dubai hanno consolidato le sensazioni avute diversi anni fa durante la mia prima visita, non è un posto in cui trascorrerei più di qualche ora da turista, un misto di Las Vegas e Disneyland costellato da Lamborghini e Ferrari in cui burka e mini gonne vanno a braccetto allegramente. Comunque la nostra cena da Nobu valeva la visita ed è stato un modo perfetto per chiudere questa parentesi medio orientale e per concludere le nostre vacanze.

Qualche considerazione:
L’Oman merita sicuramente molto più tempo, ci torneremo spingendoci più a sud.
Passare da Dubai va bene ma volare diretti su Muscat è la cosa migliore per affittare la macchina direttamente lì ed evitare documenti e problemi di passaggio frontiera.
Gli abitanti dell’Oman sono estremamente accoglienti e rispettosi, il turista dal canto suo deve però rispettarne la cultura e vestirsi in modo adeguato. Se nel nostro resort all’occidentale bikini e vestitini gambe e braccia scoperte sono stati il nostro abbigliamento, una volta arrivati in Oman abbiamo cercato di coprirci adeguatamente.
Generalmente nei suq e nei ristoranti sono molto meno insistenti che in posti tipo il Marocco e gli sguardi su una famiglia con tre ragazze in piena adolescenza anch’essi molto rispettosi, cosa che invece nel nostro giro marocchino di qualche anno fa ci aveva particolarmente disturbati.
Il cibo è buono e i ristoranti, anche semplici, molto puliti.
Complessivamente più caro di quello che pensassimo.
Le temperature erano perfette, sui 28 gradi di giorno e più fresche la sera, soprattutto nel deserto, ma meglio perché la tenda quando siamo arrivati alle quattro del pomeriggio era un forno e se le temperature non fossero scese non avremmo chiuso occhio!