lunedì 15 luglio 2019

Educare al gusto

Quando Federica aveva poco più di un anno grattava con i suoi quattro dentini le tartine di foie gras che reclamava al ritmo di suadenti “encore” porgendoti il pane perfettamente ripulito. Non fu semplice farle capire che anche il pane andava mangiato. Sempre lei prima di avventarsi sul formaggio chiedeva l’ordine con il quale avrebbe dovuto affrontare i vari tipi che in modo preciso si era fatta mettere nel piatto.
Appena arrivata a Tokyo la nostra primissima cena fu di sashimi e il trio non si tirò di certo indietro... va da se che le alghe secche diventarono rapidamente la merenda preferita di Camilla, tre anni.

E così negli anni al ritmo dei paesi in cui abbiamo vissuto e dei tanti che abbiamo visitato, il palato delle ragazze si è formato preciso e sicuro e, direi anche,a sprazzi, un tantino pretenzioso ( in senso positivo). Da sempre si sono avvicinate al cibo con una curiosità eccezionale per la loro giovane età, condividendo con noi il piacere della scoperta di una cultura attraverso uno dei suoi elementi principali: la cucina come somma espressione del suo essere.
In un certo senso abbiamo creato dei mostri da sempre attratte da ciò che e buono e curioso. Già quando erano veramente piccine era un piacere condividere una buona tavola e durante le nostre scoperte gastronomiche cercare di cogliere i dettagli necessari per riprodurre poi gli stessi piatti una volta a casa.
Adesso che sono grandi hanno sviluppato una sensibilità in cucina e a tavola assolutamente entusiasmante.
Un paio di sere fa ci siamo concessi l’ennesimo ottimo ristorante di queste nostre vacanze estive e viverlo con loro attraverso i loro commenti è la conferma che abbiamo allevato palati abili e curiosi e questo trovo che sia una parte fondamentale dell’educazione che diamo ai nostri figli. Educare al gusto va di pari passo con il trasmettere loro il piacere per una buona lettura, per la contemplazione di una bella opera d’arte, per la capacità di estasiarsi di fronte ad un bel paesaggio, fa parte dei nostri doveri come genitori... 

Quando vedo bambini al ristorante davanti ad un video e per nulla coinvolti in quello che stanno mangiando e che semplicemente ingurgitano inebetiti, mi dispiace per loro e per gli adulti che gli accompagnano incapaci di cogliere un momento prezioso di condivisione.

domenica 7 luglio 2019

Viaggio in Italia, terza tappa: Matera

La prima impressione è quella di avere di fronte ai nostri occhi un presepe gigante e vivente. Ecco Matera, la nostra terza tappa di questo giro italiano.
Prima volta per tutte e quattro da queste parti, scoperta incredibilmente piacevole di una terra sconosciuta che mi incuriosiva. 

Matera capitale europea della cultura 2019, patrimonio mondiale dell’Unesco dagli anni novanta, splendida città, una delle più antiche al mondo abitata fin dal paleolitico, circondata da paesaggi incredibili.
Siamo arrivate a Matera piene di aspettative, tutte centrate in pieno, avevamo letto e riletto la sua storia, il suo diventare una città moderna e culturalmente interessante dopo essere passata da una completa ristrutturazione della sua parte più antica, quella dei Sassi.



I Sassi, caveoso e baresano, i due quartieri più antichi della città, negli anni cinquanta e sessanta furono completamente svuotati dei loro abitanti, rilocati in una zona di case popolari per toglierli dall’insalubrità delle due zone vetuste e poverossime. Fu dura per gli abitanti che di colpo si ritrovarono in un posto nuovo senza più quelle sicurezze date dalla vita conosciuta e dai vicini che costituivano un punto di riferimento. 
Abbiamo visitato una delle quattro case cava visitabili, dove è stato ricostruito l’interno delle abitazioni in uso fino ad allora, abbastanza impressionante pensare che negli anni sessanta ci fossero famiglie intere che vivevano in situazioni di degrado tali.


Abbiamo chiacchierato con la ragazza che vendeva i biglietti della casa cava che abbiamo visitato ( e veramente raccomando una visita), ci ha raccontato di suo nonno e della vita nei sassi nel tempo passato, dell’insalubrità dei luoghi, delle famiglie numerose accalcate con gli animali in questi ambienti senza acqua e con la sola luce che entrava dall’apertura dell’ingresso.
I Sassi una volta risanati non vennero restituiti ai vecchi abitanti e pian piano vennero riacquistati da artisti stranieri che  li ripopolarono, oltre che da locali. Oggi come oggi ci sono bed and breakfast ad ogni angolo, soprattutto nella parte del Sasso Baresano.
Mi ha entusiasmata questa capacità di recuperare una zona antica ma fatiscente e di fane un punto di notevole interesse storico. Ci vuole una buona giornata per visitare i Sassi, tenendo anche conto del caldo in estate e del continuo sali scendi sotto il sole. Ad ogni passo la voglia di fermarsi per immortalare dettagli, ogni punto panoramico cattura la nostra stupita attenzione, le chiese e le chiesette rupestri sono di una bellezza incredibile.
E ovunque si respira modernità mista a tradizione, cultura e voglia di proiettarsi verso il futuro, cogliendo quello che di positivo e interessante la città ha e ha saputo valorizzare.
Dal punto di vista pratico:
Visite 
I sassi: noi abbiamo preferito girare da sole, ma ci sono tantissimi tour proposti. 
Le chiese rupestri: Santa Lucia delle Malve, Santa Maria de Idris e San Giovanni in Monterone ( praticamente due chiese in una) San Pietro Barisano. Si può fare un unico biglietto cumulativo da presentare ad ogni visita. Sono splendide. Quella di San Pietro ospitava una mostra molto bella.
Casa grotta: ce ne sono 4 visitabili, la nostra era ne sasso baresano, accoglienza molto cordiale, prezzo fatto alla faccia del cliente ( ufficialmente 2 euro a persona).
Il duomo: restaurato nel 2016, risalente al XII secolo, con interno barocco.  Stupenda vista sui sassi dsl suo piazzale.
Palombaro lungo: sotto la piazza Vittorio Veneto, enorme cisterna scavata nella pietra nel sedicesimo secolo e le cui pareti furono ricoperte di cocciopesto ( miscuglio di calce, pietra vulcanica e terracotta polverizzata). Visita guidata, circa 30 minuti. 

Ristoranti
Si mangia bene e a prezzi veramente onesti
Prima cena all’osteria Malatesta, via San Biagio, 45, cucina locale semplice con prezzi veramente onestissimi. Terrazza esterna.
Pranzo da Arturo, piazza del sedile 15, posticino piacevolissimo ideale per il pranzo, possibilità di comporre il proprio panino, taglieri di salumi e formaggi, torte sfiziose di verdura.
Seconda cena: La Gatta Buia, via delle Beccherie, 92. Ottima tavola in un ambiente curato con personale molto attento. Maialino su vellutata di peperoni gialli, melanzane alla parmigiana rivisitate con gelato di pomodori, in dessert un cannolo fatto con pane tipico di Matera e una ricotta profumata all’arancia, divino!

Hotel: noi eravamo a due passi dai Sassi all’hotel San Domenico al Piano, in un bellissimo appartamento suite con colazione ottima e servizio perfetto. 
Mille bed and breakfast un po’ ovunque.


giovedì 4 luglio 2019

On the road italiano, seconda tappa: costiera amalfitana , Pompei, Ercolano, Paestum

Seconda tappa del nostro viaggio: la costiera amalfitana.
Da dove incominciare ... dallo splendore di questi posti, con la strada tortuosa a picco sul mare? Dai villaggi arroccati ? Dai ristorantini fuori dai circuiti turistici? Dal mare cristallino?


Tutto mi ha conquistato in questo angolo d’Italia che conoscevo un po’ meno. Sono venuta da queste parti da bambina e non ci sono più tornata, ed è un po’ come una prima volta, anche se a sprazzi i ricordi vengono fuori leggeri. Ricordi di sapori, colori, piccole immagine archiviate nella mia memoria che adesso prepotentemente tornano in superficie e si mischiano con le nuove.
Mi piace questo ritorno in posti che mi hanno vista bambina, mi piace questo rivivere luoghi accompagnata dallo sguardo curioso delle mie ragazze.
Amalfi


La strada tortuosa attraversa villaggio dopo villaggio, ognuno con le proprie caratteristiche, giù in basso il mare è spettacolare. Guidare è un incubo, almeno per le prime ore, poi si prende la mano, anche se i locali non agevolano la cosa, strombettando al primo rallentamento, superando in curva, facendo manovre inimmaginabili, il tutto condito da autobus di linea, motorini con carico umano mai visto, 
disinvolti corridori che sfidano traffico e temperature estive. Stretti tra la parete di roccia e il mare a picco ci vuole un po’ per essere a proprio agio!
Noi abbiamo fatto base a Maiori, un po’ al di fuori del caos 
delle più note Amalfi e Positano, ma ottimo punto di 
partenza per le nostre scorribande.
Residence gradevole legato all’hotel due Torri, con una vista spettacolare ( il residence è ad un centinaio di metri dall’hotel, appartamentini puliti con una bella vista). Il centro di Maiori è raggiungibile a piedi e così il porto dove prendere i battelli per Amalfi e Positano,piacevole andarci in barca per godere meglio della costa, adoro osservare la terra dal mare, sarà il mio dna da velista! ( è possibile anche prendere i battelli giornalieri per Capri)
Due giorni pieni e due mezze giornate da dedicare a questi posti meravigliosi. Diciamo che siamo abbastanza 
soddisfatte del programma, anche se il ritmo non è stato di tutto riposo.
Arrivando da Siena nel pomeriggio ne abbiamo approfittato per un primo bagno nelle acque cristalline e due passi per sgranchirci le gambe. La sera ci siamo avventurate verso Amalfi e siamo salite per una strada tortuosa e troppo trafficata vista la larghezza ( per i miei gusti), fino a Pogerola di Amalfi, un piccolo borgo arroccato dal quale si 
gode di una vista spettacolare. A Pogerola ci siamo innamorate della Trattoria da Rispoli, una di quelle tavole semplici e genuine, gestite con la stessa semplicità e genuinità, diventate ormai rare. Una terrazza piacevolissima dove gustare piatti locali cucinati con amore. Dai cannelloni 
agli sciagliatielli, dal fritto misto di paranza alle alici con scamorza, tutto non solo buono, ma speciale, e condito dalla simpatia delle proprietarie, sorelle, una in cucina e una al servizio, accompagnate dalla nipote. Ci è talmente piaciuto che ci siamo tornate anche la sera successiva, accolte con calore, dilungandoci a chiacchierare con i commensali del tavolo vicino, in un’atmosfera che è esattamente quella che voglio che le mie figlie conoscano, il nostro lato italiano conviviale e simpatico.
Ciliegina sulla torta a Pogerola c’era la festa del paese, la prima sera con danze e musiche, la seconda con la 
processione, unico neo parcheggiare una specie di incubo!
Il nostro secondo giorno in costiera abbiamo preso il battello da Maiori a Amalfi, ( venti minuti scarsi) dove dopo un bagnetto necessario per rinfrescarci abbiamo fatto un giro. Troppi turisti e un numero eccessivo di posti messi lì per gabbarli, peccato perché la cittadina è splendida. Abbiamo faticato non poco per trovare un posto dove mangiare senza menù declinato in 10 lingue diverse e 
soprattutto con piatti che fossero genuinamente locali... alla fine siamo state premiate e abbiamo mangiato molto bene e leggero bordo spiaggia da Marina Grande ( tra l’altro consigliato dalla guida Michelin).



Dopo pranzo abbiamo preso un pullman per Ravello ( di solito uno ogni mezz’ora, tranne all’ora di pranzo, giustamente in pausa pranzo). Il giro in bus è stata sicuramente un’esperienza formativa, già per salirci il nostro allinearci alla svedese sembrava un lontano ricordo, l’aria condizionata perdeva colpi, i poveretti rimasti in piedi cercavano alla bel e meglio di non cascare per terra, aggrappati come potevano mentre avanzavamo a velocità sostenuta su su verso Ravello... trenta minuti di ansia.
Ma anche qui ne valeva la pena, Ravello è splendida, piccola perla arroccata che dall’alto guarda il mare, non è difficile capire il perché attirasse in passato artisti di varia provenienza. Fu proprio a Ravello nei giardini e nella calma di Villa Rufolo che Wagner trovò l’ispirazione per il suo Parsifal. Devo dire che questa villa che guarda il mare dall’altro offre dai suoi splendidi giardini uno  spettacolo da togliere il fiato. Abbiamo visitata la villa, i giardini, la torre museo, per poi passeggiare per il borgo fino al convento di Santa Chiara, dare un’occhiata a villa Cimbrone, prima di avventurarci nella nostra discesa a piedi da Ravello ad Amalfi. Cinque chilometri di gradini, con qualche sentiero, una vista incredibile ad ogni passo, una lenta discesa verso il mare avvolti nella natura. Faceva caldo, avevamo i piedi 
doloranti, ma alla fine siamo state veramente felici di questa nostra passeggiata (gambe doloranti a parte il giorno dopo). Lungo il sentiero ci sono le indicazioni per Amalfi e Minori, circa  un’ora per Amalfi e 50 minuti per Minori. In fondo prima di Amalfi siamo passate nel pittoresco borgo di Atrani, un’altra delle perle di questa costiera. Un tunnel pedonale  collega Atrani con Amalfi e sbuca praticamente alla spiaggia, dopo lo sforzo della passeggiata, il conforto di un bel tuffo prima di riprendere il battello verso Maiori. ( orari 
un po’ aleatori, ma fa parte dello charme di questi luoghi). 
La giornata successiva è stata intensa: Pompei e Ercolano una in fila all’altra con temperature veramente elevate. Qui i ricordi sono venuti in superficie in modo netto, ho rivisto la me bambina conquistata da queste cittadine di un tempo. Pompei era piena di turisti ( i cittadini dell’Unione europea hanno tariffe speciali, 2 euro tra i 18 e i 25 anni, gratuito per i minori di 18 anni), Ercolano praticamente deserta... ma è anche vero che il sole era a picco e forse non facilitava la visita...


Abbiamo camminato, bevuto litri di acqua, sudato in abbondanza e soprattutto abbiamo veramente goduto di ogni edificio, passaggio pedonale, iscrizione. 
Fuori dal sito di Pompei una specie di incubo, ad ogni passo ti vogliono vendere, tour, pizze dall’aria mediocre, menu turistici di dubbia qualità. Sono fastidiosi o forse non sono più abituata a questo insistere continuo, in contrasto con la gentilezza squisita che si incontra da queste parti.
Mangiare intorno al sito archeologico è il modo più rapido per farsi prendere per il naso... ci siamo allontanate un po’, come sempre guidate dalla nostra preziosa guida del  Routard, che come sempre in fatto di ristoranti non sbaglia un colpo. A dieci minuti a piedi un posto fantastico, nel quale forse non saremmo entrate se non avessimo avuto 
piena fiducia nella nostra guida: Todisco, una sorta di tavola calda con piatti ottimi e accoglienza piacevolissima: verdure in vari modi, melanzane alla parmigiana, ottima mozzarella, il tutto in un giardinetto ombreggiato e piacevole nella sua semplicità!
L’idea dopo le varie visite dei siti archeologici era di passare da Positano ma alla fine la stanchezza a preso il sopravvento e terremo Positano per un prossimo giro da queste parti.
Ultima mezza giornata in zona abbiamo deciso di dedicarla a Paestum, piccola deviazione sulla strada per la nostra tappa successiva che sarà Matera.
Sito archeologico meraviglioso e perfettamente mantenuto. anche qui tariffe speciali per residenti EU e gratuito sotto i 18 anni. La campagna intorno a fare da quadro costellata da mille aziende agricole dove la produzione delle mozzarelle la fa da padrone. Pranzo veramente ottimo nel ristorante del caseificio Barlotti, dove producono sensazionali mozzarelle di bufala, servite insieme ad altre prelibatezze tra cui i gelati di bufala.
Lasciare tutto ciò alle spalle non è semplice ma il nostro on the road deve proseguire, non dimentichiamo che la nostra vacanza salentina ci aspetta alla fine di questa prima parte di viaggio!

Considerazioni generali e pratiche:
Scendere in auto dal nord al sud Italia misura, purtroppo, la temperatura del nostro paese, strade meno ben mantenute, autogrill fatiscenti, toilette con sciacquoni funzionanti random....
La cortesia è ovunque, conferma la mia tesi che la gente del sud ha la mano sul cuore ed è molto più simpatica ( detto da una torinese che vive in Svezia vale doppio).
Se si esce un po’ dai circuiti veramente turistici si può mangiare molto, ma molto bene a prezzi veramente onestissimi.
Dove mangiare:
Trattoria Rispoli via Riulo, 3 Pogerola di Amalfi
Marina Grande viale della Regione, 4 Amalfi
Caseificio Barlotti via Torre di Paestumi, 1 Licinella 
Pasticceria Sal de Riso via Roma ,80 Minori
Todisco piazza Schettini, 19 Pompei




lunedì 1 luglio 2019

On the road italiano: prima tappa Siena

Da quando le ragazze sono bambine adoriamo viaggiare con loro e osservare il mondo anche attraverso i loro occhi curiosi. Da quando sono piccole mi diverto a ritagliarmi degli sprazzi di viaggio da sola con loro, complice anche il fatto che rispetto a Paolo abbiamo nettamente più giorni di vacanza. Quando erano veramente piccole rendevo le nostre discese da Parigi verso l’Italia delle vere scampagnate con pause, pic nic, giochi nel prato, ristorantini scoperti in Borgogna con annessi bed and breakfast che negli anni sono diventati veri punti di riferimento. Queste parentesi mamma e figlie sono dei fantastici momenti di complicità, degli sprazzi di vita che costruiscono memorie indelebili, un modo di vedere il mondo attraverso i loro giovani occhi e mischiando le mie alle loro sensibilità.

Ieri siamo partite da Torino, direzione sud d’Italia. La nostra prima tappa di questo on the road alla scoperta o riscoperta del bel paese è Siena.
Vista e rivista ma sempre straordinaria in tutta la sua bellezza. 

Bed and breakfast il Senesino a dieci minuti a piedi da piazza del Campo. Molto carino e curato con una colazione simpatica e genuina, servita in una cucina dall’aria di casa. Accoglienza attenta e cortese
Siamo state particolarmente fortunate perché siamo capitate a Siena il giorno delle prove del palio. In città si respirava un’aria tutta particolare. Gli abitanti fieramente indossavano foulard con i colori delle diverse contrade. Abbiamo passeggiato per un po’ e ad un certo punto ci siamo unite, per puro caso, alla processione storica, quella che accompagna i cavalli e i fantini fino alla pizza del Campo.


 Abbiamo seguito la contrada del drago mettendoci al ritmo dei suoi abitanti, e siamo arrivate in una piazza già in parte gremita e particolarmente suggestiva. Abbiamo atteso l’inizio in un concerto continuo di cori, botta e risposta tra contrade divise sugli spalti in gruppi compatti dai colori diversi.
La corsa è stata rapidissima, tre giri di campo preceduti da una partenza che si è fatta attendere, il cavallo della Giraffa sembrava proprio non volersi mettere in riga con gli altri, a seguire poi una nuova processione dietro cavalli e fantini. E poi feste in ogni contrada, enormi tavolate pronte per ricevere festaioli commensali, ancora cori e molta allegria.
Esperienza francamente da fare e farla per il palio vero e proprio deve essere indimenticabile ( quest’anno il 2 luglio)
Noi per la nostra cena senese abbiamo scelto un ottima tavola, Osteria il Carroccio, a due passi, ma veramente due, da piazza del Campo. Atmosfera molto simpatica e personale gentilissimo. Tagliatelle al sugo di cinghiale divine, pecorino avvolto nel lardo e accompagnato da una marmellata piccante di pere, una fiorentina semplicemente perfetta e per concludere vin Santo e Cantucci. Prezzo in 4 con vino veramente onesto (circa 30 a testa).

Ottima prima tappa....
Per dormire il Senesino
Per mangiare Osteria il Carroccio


sabato 29 giugno 2019

Growing up third culture - a kid’s perspective

Una delle domande che spesso mi viene rivolta da chi si appresta a muovere i primi passi in una nuova vita all’estero o anche da chi si chiede se sta facendo le scelte giuste, pensando alla crescita equilibrata dei propri figli, è: ma i bambini, i ragazzi come reagiscono e soprattutto come ne usciranno alla fine? 
La paura è sempre tanta quando ci muove in famiglia, la paura di rompere delicati equilibri che i nostri bambini si sono faticosamente creati, la paura di sottoporli a dolorose separazioni, la paura del distacco e della solitudine. Saranno i nuovi a scuola, al calcio, alla danza, saranno quelli che devono reinserirsi in gruppi già fatti e a volte difficili da integrare, saranno quelli un po’ diversi perché avranno girato il mondo e ne avranno una percezione che forse non aiuta a fondersi nella massa.
Noi ormai siamo agli sgoccioli della nostra vita d’expat con figli al seguito. Stoccolma rimarrà l’ultimo spostamento in famiglia, l’ultimo luogo in cui come genitori abbiamo dovuto vegliare al benessere dell’ultima delle nostre figlie, abbiamo dovuto accoglierne i segni eventuali di disagio, ascoltare le sue difficoltà. Arrivata a questo punto posso quasi tirare le somme di questo nostro itinerare e osservarne l’effetto sulle nostre ragazze ormai grandi: direi ottimo, o meglio non sono io che lo dico ma lei la nostra diciassettenne, quella che tra 13 mesi prenderà il volo per la sua vita da studentessa universitari e che mi ha detto « mamma cosa ne pensi se ti scrivo due righe per il blog? » scrivi Camilla, scrivi!
Tokyo 2005

    I still remember the clank of every single container door which closed shut right before my eyes. Bittersweet it was. There I stood watching my whole life, our whole life packed in a forty-five cubic meter storage container. It felt small like not everything would fit inside, yet it did. And as they drove away with it, you would start to feel an overwhelming sense of responsibility. You wanted them to be cautious with it, not to drive too fast because inside lied your everything. For many years, during our many moves, I feared ours would get lost deep in the open ocean, never to be found again. My barbies left to rot. With that, the opening and closing of those container doors symbolized much more than just steps in a process which at times felt monotonous. It was our portal to new beginnings- with a slight chance of getting lost in the fourth dimension, and losing everything we’d ever known.


When at twenty-seven my mother decided to leave all she ever knew behind to join my father in Paris, I don’t think either could foresee what was to come. Without knowing it yet, they gave me and my sisters the greatest gift of a lifetime. It took me years to formally accept it, to thank them for it. At times I longed for normalcy, the suburbia you see in the movies. And it wasn’t until I was given a glimpse of what it was like that I realized otherwise.

It was my first day of second grade, and I could barely contain my excitement of returning back to school. We had just moved back from India, and with that returned to a more quiet life in the Parisian suburbs. I still remember that morning. The cautious picking of a shirt and then a skirt to match. The drive to school was met with apprehension of what it was going to be like, whether it would meet the expectations of a reality which itself was based on pure fiction. There I was, entering the green school gates of my new elementary school. I realized it was going to be harder than before. These kids had known each other since the very beginning of their lives, grown up in the same small village that was L’Etang la Ville. At that very moment I longed for India, for Japan, for the experiences which in my childhood felt normal, yet conventionally were not.

    Often times I second guessed who I was, where I came from, what the world wanted me to be. There was no one to look up to, not even my sisters. Each of our experiences whilst living abroad differed. Federica remembers California as a much somber time in her life. I, in contrast, remember it as some of the best years of my childhood. The main takeaway was that our experiences were and still are noninterchangable, and there is no wrong or right way to feel. The main thing that binded us together throughout these years of moving was our fluctuating identity. We were not solely from somewhere, sometimes feeling like splattered traces of paint on a world map.
   
    After moving to Japan, we had adopted a new routine of extracurricular activities and playdates. Japan for my mother was not like moving to Paris. She now had three kids by her side, in a country that unlike France did not resemble her native Italy. In the eyes of my three year old self, Japan felt like home. Chiara and I took swim lessons every week at our local aquatic center. We did not speak Japanese, yet we understood. A type of understanding which goes beyond the surface of words and sentences. It was the feeling of belonging, even in a lineup of Japanese kids. I had adopted Japan as home, but in these eyes of others I was no different than a tourist on holiday. To French and Italians I was the same; not enough of anything.

    Growing up as a third culture kid is not easy. Most of the time you feel like you are a tower of blocks being knocked right back to the ground. It is your roots being moved from left to right. But with that comes the learning of lessons others will never get out life. An ability to see the world not only through your lens, but that of others. The resilience of making any place feel like home, even if you do not belong. Often times my parents were told by others that we would become messed up. That by not giving us the gift of quiet and peaceful suburbia, the outcome would not look too good. Yet that could not be farther from the truth.


    I think the main takeaway from this on-the road life is understanding that there is no right way to live life. It is about doing what’s best for your family. While some kids do not envision moving away from their hometown, and leaving all that they know behind. I could have not seen us settled down. That’s probably because I would rather not see what the other outcome would have been. Somedays the biggest struggle is to not think too much about how your character, ambitions, and dreams would have differed had your parents accepted to move someplace else. Our last move to Sweden was not only unexpected, but marks the end of a chapter in my life. As I get ready to graduate, I now come to terms with the fact that this is the final destination aboard Cerruti Airlines. From now on, it will be my turn to pilot my aircraft (yes I’m that corny!).  

   

venerdì 28 giugno 2019

Paris Paris

Parigi è entrata a far parte della mia vita ormai più di 22 anni fa quando fresca sposina e futura neo mamma mi trasferì nella ville lumiere, prima tappa di questa vita itinerante che mi ha portata poi da una parte all’altra del globo.
Parigi da allora è diventata parte di me, una città che ho amato ma che mi ha anche spaventata, non è un posto in cui l’integrazione avviene con lo scoccare delle dita, non è una città semplice in cui rilassarsi, è una città che ti schiaccia e ti impone i suoi ritmi, una città in cui trovare i propri spazi è faticoso, ci si sente il fretta persi nella folla e isolati dal tutto.


Mi ricordo i primi mesi, io, la mia pancia, il nostro appartamentino sotto i tetti, quel nostro essere quasi famiglia, la vita di giovani adulti tutta da costruire, le responsabilità che non ci spaventavano ma che in fretta sarebbero arrivate a cambiare il ritmo delle nostre vite.
Le mie ragazze sono nate a Parigi, una, due, tre, e forse per questo il legame sarà per sempre indistruttibile e speciale. Loro con le loro radici parigine mi hanno legata a questa 
città e la sentono a loro volta parte di loro.
Negli anni siamo sempre tornate più o meno spesso nella nostra prima città, la prima di tutte le altre, ed ogni volta è un piacevole ritorno a casa, una casa di cui conosci i segreti, le strade, gli odori, di cui non ti stufi mai, ma che sei anche capace di vedere con occhi senza filtri, quelli che ti permettono di mettere a nudo i difetti, di criticarne i contorni.
Parigi è bella, elegante, era torrida in questi giorni di inizio estate, torrida come raramente sa essere, ma Parigi è anche caos, sporcizia, insofferenza, regna un senso di disagio, di sconforto, di incertezza, un qualcosa di cui non mi accorgevo 22 anni fa forse perché non c’era semplicemente o forse perché con il filtro dei mie quasi 50 anni vedo cose che allora ventisettenne non vedevo.

Passeggiare lungo la Senna suscita in me sentimenti profondi, porta in superficie ricordi latenti, piccole memorie di un tempo lontano ma anche presente. Il tempo in cui sono diventata grande, in cui la maternità con tutto quello che implica ha fatto di me una donna della ragazzina che ero fino a poco prima.  
Ma Parigi è molto di più, è stato il primo assaggio di questa vita girovaga e instancabilmente curiosa di quello che c’è al di là del proprio piccolo mondo. Parigi mi ha dato il gusto di mettermi in gioco, mi ha insegnato a superare me stessa, le mie paure, di uscir fuori dalle zone di confort sapientemente e faticosamente costruite, mettendomi a nudo nelle mie intime fragilità. 


È un delicato e difficile esercizio quello di uscire fuori dai propri confini e quello di vedersi privi di protezioni con la sola possibilità di guardare avanti e mai indietro.
Parigi mi ha insegnato a farlo, e questa prima importante lezione è stata poi il ritornello per tutte le volte in cui mi sono ritrovata lì da sola e priva di difese. La prima volta è stata la più dura, sicuramente perché era la prima, perché Parigi non è la città a primo acchito la più accogliente del mondo, perché avere 27 anni, essersi lasciata un lavoro alle spalle e aspettare un primo figlio non aiuta, perché forse la prima volta si idealizza molto e si analizza poco, con il tempo si impara a fare il contrario ed è poi tutto più semplice.
Ogni volta che sono atterrata in una nuova città ho sempre ripensato alla me di allora dicendomi che il più duro l’avevo fatto li lungo la Senna, che la prima traccia del mio libretto d’istruzioni l’avevo scritta nel nostro appartamentino a due passi dall’arco di Trionfo e che tutto il resto poi era stato solo un aggiungersi di dettagli...
Cammino per le strade di Parigi  con la maturità dei ventidue anni che delicatamente mi si sono  appoggiati sulle spalle, osservo la città con occhi che hanno visto molto più mondo di allora e soprattutto con un’esperienza di vita che non è la stessa di tanti anni fa. È una sensazione strana, cammino dove ho camminato con passeggini e marsupi, stringendo piccole mani che muovevano passi incerti, ascoltando discorsi freschi nei loro miscugli di parole. Cammino adesso con di fianco a me tre giovani donne felici di recuperare radici, attente ai dettagli della loro città, cercando di ricordare come negli anni l’hanno osservata diversamente, cambiare come sono cambiate loro, ma non perché la città sia veramente cambiata, ma perché diversi nel modo di osservare sono i loro occhi che ormai hanno accumulato paesaggi, sistemandoli in immagini che si sono sommate nella memoria.
Camminiamo fino all’île de la Cité, osserviamo da lontano Notre Dame, i vetri coperti di fuliggine, bella anche se ferita, ripenso ad un giro in bateau mouche con loro tre piccolissime con i loro cappottini petit bateau e i cappellini coordinati... oggi hanno vestiti leggeri, femminili, corpi dorati dal sole, longilinei, freschi, memoria delle bambine che erano, idea delle donne che saranno.

Ciao Parigi à la prochaine!

mercoledì 26 giugno 2019

tempo di vacanze

La scuola è finita da poco più di una settimana. Le ragazze sono partite insieme per regalarsi un paio di giorni tra sorelle nella loro città, Parigi, il posto in cui sono nate e hanno mosso i primi passi, pronunciato le prime parole, costruito le prime amicizie.

Le raggiungo adesso e mi lascio Stoccolma alle spalle. L’aria è piacevole, il cielo fino a ieri è stato terso, oggi sembra riempirsi di nuvole. Questo mese di giugno è stato perfetto, sole, temperature miti, il vento leggero, il cielo blu, giornate infinite con notti sempre troppo corte e mai completamente buie. L’estate qui al nord è così. Sono quasi triste di partire perché è in questi pochi mesi che la mia città scandinava da il meglio di sé. La voglia di godersi il sole, la vita all’aperto, il mare ovunque, questa natura che si è risvegliata a fatica e tardi ma adesso per pochi mesi è qui bella e presente.
Sono triste e felice allo stesso tempo. So che quando rientrerò in Svezia, l’estate sarà ancora lì ad aspettarmi, ma per poco. So che le lunghe giornate di luce lentamente si accorceranno. So che il freddo arriverà di nuovo, troppo rapidamente. Sono triste perché questa è la stagione migliore per vivere la mia città, per percorrerne le strade, per i pic-nic nel parco, per i pomeriggi sulla spiaggia. Sono felice perché le vacanze sono come sempre la giusta e meritata parentesi. Sono felice perché l’estate vuole dire riprendere il filo delle amicizie, incontrare nuovamente persone lontane che ci mancano e alle quelli manchiamo.
Strano miscuglio di sentimenti, ma tutto sommato positivo, vuol dire che quella che chiamo casa da ormai quasi due anni lo è diventata veramente. Ce l’ho fatta anche questa volta a ricostruire il nostro nido itinerante, a dargli piccole radici, ad ancorarlo ad un nuovo posto.
Proprio due anni fa in questa fine di giugno lasciavo la California con le lacrime a fare capolino all’angolo degli occhi. Lasciavo la mia casa e cinque anni di vita con la paura che non avrei trovato la forza per riuscirci di nuovo, per ripartire da zero. Invece eccomi adesso seduta su un aereo che mi porta a Parigi, la prima di una lunga serie di case, con la consapevolezza che casa ora è in Svezia, che Stoccolma  è la città in cui sono felice, adesso, come in precedenza lo sono stata in tutte le altre che con calore mi hanno accolta.

Non so se sia una dote comune a tutti, ma sicuramente lo è per noi espatriati, nomadi, itineranti, questa capacità di ricreare il tutto e sentirci bene alla fin fine ovunque, sarà che con il tempo, spostamento dopo spostamento, abbiamo imparato l’importanza degli atterraggi morbidi e soprattutto delle partenze con il piede giusto.

mercoledì 19 giugno 2019

Midsummer in Svezia

Fino ai miei 20 anni per me il 21 giugno oltre ad essere il primo giorno d’estate era semplicemente il compleanno di mia sorella, poi i francesi si sono inventati la fête de la musique, e allora il 21 era il primo giorno d’estate, il compleanno di mia sorella e in più l’occasione per andare in giro e sentire concertini qua e là.... poi siamo arrivati in Svezia e il 21 giugno è diventato midsummer, e la potenza dell’evento mette in ombra qualsiasi compleanno ( o lo esalta?).
Midsummer sta all’arrivo dell’estate come il 25 dicembre sta a Babbo Natale: non c’è estate che inizi senza festeggiamenti coi fiocchi, proprio come non c’e Natale senza la slitta e le renne. La città domani pomeriggio, vigilia di Midsummer incomincerà a svuotarsi per essere deserta il 21 ( deserta come solo sa essere il 24 dicembre alle tre del pomeriggio). Midsummer si festeggia in campagna, si festeggia nelle summer house in riva al mare, si festeggia nel verde e si festeggia con i fiocchi, mangiando e cantando, intrecciando corone di fiori e bevendo senza ritegno, tra un canto e l’altro. E lo si festeggia a lungo,  complice una giornata che sembra non finire, un sole che non tramonta mai o quasi, e pare quest’anno anche temperature degne di un’estate normale ( di solito piove e fa freddo a midsummer...)

Questo video spiega benissimo in sintesi cosa aspettarsi e come prepararsi per il 21 giugno per essere un po’ svedesi, e visto che noi amiamo integrarci abbiamo poco più di 24 ore per essere prontissimi!

domenica 16 giugno 2019

La mia Stoccolma: piccolo tour turistico e un po’ gastronomico.

Cosa fare a Stoccolma? Ecco una domanda che mi viene spesso posta da amici e conoscenti che vogliono venire a visitare questa stupenda città, dal fascino indiscusso anche in pieno inverno!

 Stoccolma è una città da girare a piedi, per coglierne l’essenza e scoprirne angoli deliziosi. Dopo due anni riesco ancora a estasiarmi quando passeggio. Il misto di acqua, natura e splendidi edifici sicuramente aiuta a dare alla città un aspetto interessante, spesso mi stupisco di come in pieno centro si abbia l’impressione di essere in campagna o in riva la mare. Per questo  adoro Djurgården dove vado a camminare tutti i venerdì e non mi sono ancora stufata, tanto il paesaggio vari ritmato delle stagioni che lo colorano di toni diversi. A Djurgården c’è il museo open air di  Skansen, carino da visitare con i bambini, ma anche senza. Accoglie la ricostruzione della Svezia di un tempo, casette tipiche, negozietti di una volta, la vecchia scuola...e in periodo pre natalizio un carinissimo mercatino di prodotti tipici, alimentari e no. Quando sono a Djurgården, da buona svedese d’adozione, non mi faccio mai mancare la pausa FIKA ( pausa caffè... nulla di sconcio ...) da Flikorna Helin café, con la sua  bellissima terrazza.
A Djurgården c’è Gröna Lund che è il parco di divertimenti abbastanza curioso da vedere, che ospita durante l’estate tantissimi concerti ( lunedì prossimo c’è Sting ad esempio) a prezzi molto democratici. Di fianco a Gröna Lund il museo degli ABBA, per gli appassionati del gruppo svedese.


Prima di lasciare Djurgården e passeggiare lungo Strandvägen o dal lato opposto nella zona detta Diplomatstaden ( case fantastiche e parecchi musei, oltre al centro di cultura italiano) perché non concedersi una pausa al ristorante Godthem con la sua tipica cucina svedese.
La città è suddivisa in quartieri ognuno con le proprie caratteristiche. Io adoro  Östermalm, dove abitiamo, bellissimi edifici e molto verde, zona residenziale con tantissimi ristoranti. Bella la passeggiata da Karlaplan a Humlegården posto ideale per un pic-nic. A due passi si può comperare dell’ottima pizza al taglio, da The Italian cousins all’inizio di Kugsgatan, subito dopo Starbucks. Carino anche scendere da Nybrogatan verso Strandvägen, passando vicino a Östermalmstorg, per ora ancora in ristrutturazione e accolto in una struttura provvisoria nella piazza, ma da vedere. 
Nella zona di Vasastan, accompagno sempre i nostri ospiti nel parco dell’osservatorio per osservare la città dall’alto, vista bellissima e poi
un giretto a St Joannes Kyrkogård, la chiesa vale la visita.
Vicino a Observatorielunden c’è un ottimo ristorante di cucina tipica svedese Rolf Kök e non lontano da Kyrkogård vale la pena un pranzo o una cena da Knut.
Per arrivare alla città vecchia scendere lungo la via pedonale Drottingatan, 
per me il punto d’ingresso più suggestivo a Gamla Stan, con il palazzo reale li di fronte. Prima di addentrarsi tra le stradine stupende della città vecchia, consiglio di prendere a destra Riddarholmsbron e andare all’isoletta collegata dalla quale si gode di una vista sublime sul palazzo del comune, su Södermalm e Kungsholmen. D’inverno quando il mare è ghiacciato si pattina ed è particolarmente suggestivo. Gamla Stan pullula di ristoranti super turistici ma qualcosa di tipico si trova: Den Gyldene Freden, è uno dei ristoranti storici di Stoccolma con la sua tipica cucina nordica, da provare.
Fuori da Gamla Stan ma a due passi, sempre in tema di cucina svedese tradizionale  Operabaren vicino alla bellissima piazza di Kunsträgården, che in primavera si colora di rosa con la fioritura dei ciliegi.
Sodermalm è la zona giovane della città, con tutta una parte ancora di vecchie case tipiche non lontano da Katarina Kyrka nella parte sovrastante Fotografiska, il museo della fotografia che ospita sempre esposizioni temporanee interessanti.( ottimo ristorante al suo interno o ottimo vegetariano a due passi Hermans).
Sempre a Södermalm per un’ esperienza gastronomica surrealista e ottima consiglio per soli maggiori di 14 anni Punk Royal, indimenticabile.
Giro molto carino è Kungsholmen, passeggiata che va dalla destra del ponte barnhusbron fino al Piren, ristorante piacevole  sul mare... sembra di essere in vacanza.
A due passi dal centro  molto bello Hagaparken, dove trascorrere qualche ora in modo relax e dove poter anche trovare una spiaggia per un tuffo nel lago.
Un po’ fuori città, ma si arriva con i mezzi, Drottingholmen vale la pena.
Come isole in giornata da Stoccolma consiglio un giro a Grinda, tanto per avere un piccolo assaggio dell’arcipelago, con un po’ più di  tempo  vale la pena una notte a Sandhamn, posto magico.
E per una pausa rilassante con vista consiglio tre roof top dove bere un bicchiere e godere di vista spettacolare
Tak (non lontano da Gamla Stan)
Urban deli roof top ( normalm)