venerdì 30 novembre 2018

Quando la scuola sbaglia.

Nei nostri ormai numerosissimi anni di carriera scolastica delle nostre fanciulle molto raramente ci è capitato di lamentarci con le diverse istituzioni scolastiche alle quali abbiamo affidato nel tempo e nel mondo le nostre ragazze.
Partiamo da una serie di presupposti di base:
se la lamentela di studenti e genitori ci deve essere, deve essere fondata su problemi concreti, un insegnante può non piacere, non deve piacere, deve semplicemente saper fare il suo lavoro.
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Le nostre figlie non hanno sempre ragione perché sono le nostre figlie. Le ascoltiamo, le supportiamo, ma non andiamo dietro ad ogni loro richiesta solo perché sono le nostre figlie e dobbiamo proteggerle in stile mamma e papà orso davanti alla tana.
I ragazzi possono avere le loro simpatie e a volte, data la giovane età, anche una percezione falsata della realtà, quindi ascoltiamo,  aiutiamo e interveniamo solo davanti a situazioni concrete.
Negli anni le richieste di un confronto con direttori e direttrici delle varie scuole sono state pochissime e motivate, e sono sempre arrivate dopo vari tentativi di mediazione in primis con le nostre stesse figlie e anche con noi stessi e i nostri impulsi protettivi.
Io parto dal presupposto che l’insegnante perfetto non esista, o meglio quello che è perfetto per un ragazzo non lo sia per un altro, e che la vita, prima a scuola, poi nel mondo del lavoro, ci mette sempre di fronte a relazioni che dobbiamo imparare a gestire, con persone che non ci piacciono, con le quali non abbiamo molto da condividere, ma ci si adegua, e questo lo si impara anche tra i banchi.
Nel mio lungo percorso scolastico, fino alla laurea, sono stati pochi gli insegnanti che mi hanno veramente lasciato il segno, capaci di trasmettere con passione la materia, abili nel comunicare anche quello che va oltre i libri di testo... tutti gli altri sono passati senza fare troppi danni, ma di sicuro senza lasciare ricordi indelebili, ma va bene lo stesso e, lo dico sempre alle ragazze, non tutti sono maestri nell’arte di insegnare e che gli insegnati con la I maiuscola sono pochi, pochini.
Anche loro ne hanno avuti alcuni, quelli capaci di andare oltre, quelli che a ripensarci sorridi felice... per fortuna direi.
Ecco oggi siamo andati a scuola per un confronto  che voleva essere costruttivo e positivo su un insegnante incompetente che da anni i genitori cercano di mandare via e che da anni la scuola difende mettendo toppe vergognose alle sue lacune nella materia  che insegna. 
Ci siamo trovati a discutere su molte cose,  viaggiando su binari tristemente paralleli, ma è stato quando la classe di sedicenni che sono, che due settimane fa ha dimostrato una maturità enorme mettendo nero su bianco i loro pensieri sull’insegnante oltre che le loro preoccupazioni sulla preparazione scarsa che si rendono conto di avere a 18 mesi dalle prove IB, quando questi ragazzini sono stati accusati di immaturità, perché dopo la lettera non sono stati altrettanto forti e coraggiosi nel reggere il confronto a più occhi con gli adulti che dovrebbero aiutarli a crescere e educarli nel migliore dei modi, beh lì mi sono veramente chiesta in che mani siamo.
Io sono estremamente fiera di mia figlia e dei suoi  compagni per la capacità che hanno avuto di affrontare il problema, proponendo soluzioni alternative, e anche della faccia che ci hanno messo, hanno dimostrato non solo di essere maturi, estremamente maturi, ma anche di voler essere autonomi nell’affrontare i primi ostacoli che la vita mette loro di fronte.
Oggi sono fiera di loro e delusa da come gli adulti ogni tanto invece dimostrino di essere estremamente incompetenti e incapaci di intervenire la dove c’è bisogno, non portando avanti quel lavoro di squadra tra insegnanti e genitori, indispensabile per lasciar poi volare in autonomia adulti forti e indipendenti.
Me ne farò una ragione, ma mi vergogno quasi a spiegare a mia figlia che a volte noi adulti pur di non ammettere di avere sbagliato ci arrampichiamo sugli specchi...

Tutto serve a far crescere!

lunedì 26 novembre 2018

Quelle radici sparse, aggrovigliate, incomprensibili....

Per andare all’aeroporto da casa di mia mamma ho preso un taxi e 
nella mezz’ora di strada ho chiacchierato con il simpatico taxista.
Parte in viaggio Signora, mi ha chiesto appena salita e annunciata la mia
destinazione: Caselle.
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Ho sorriso, in realtà torno a casa, sono venuta a trovare la mia mamma 
per qualche giorno.
La domanda successiva, come da manuale, ma dove vive di bello? 
E da lì abbiamo incominciato a parlare, lui a chiedermi il perché e il per
come di questa nostra stravagante vita, io a rispondergli conquistata 
dal suo entusiasmo di fronte ai miei racconti.
E poi ad un certo punto mi dice: ma le radici Signora dove le ha, dove le
hanno i suoi figli, non sogna mai di tornare qui? Vedrà vedrà, le radici la
faranno tornare indietro.
Ho boffonchiato qualcosa. Come si fa durante le interrogazioni a sorpresa
in cui ci si arrampica sugli specchi, senza riuscire a trovare la risposta 
giusta, non per me ma per lui. Gli ho tirato fuori la rava e la fava delle 
radici sparse, delle radici in ogni paese, del loro intrecciarsi. 
E ma signora alla fine le sue radici la porteranno indietro da dove è partita,
vedrà mi ha detto, quasi per rassicurarmi.
Allora mi sono arresa, non ho più cercato la risposta giusta conscia che 
benché l’avessi per me non fosse possibile renderla giusta per lui.
Poi dopo lungo il volo che mi riportava a casa, alle radici svedesi quelle 
fresche in data, ho riflettuto a come per chi questa vita non la vive non sia
semplice capire il senso di certe nostre parole.
Per me le radici sono tante, ne ho lasciate un po’ in ogni posto in cui ho 
vissuto, amato, riso, costruito. Non riesco neanche a vederle come radici 
separate tra loro tale è il groviglio gioioso e confuso.
Capisco però che quando la vita ti porta a vivere sempre nello stesso spazio,
non sia facile capire, pensare a questa matassa confusa che viaggia 
dall’Italia al Giappone, dall’India agli Stati Uniti, dalla Francia alla Svezia,
tutti posti del cuore, della memoria.
Non è mai semplice spiegare la nostra vita a chi non la vive, non l’ha vissuta 
e mai la vivrà, astratta, surrealista, scelte che così possono sembrare folli,
superficiali, egoistiche, scelte guidate da fughe, da voglia di sradicarsi, da 
un’instabilità quasi inquietante, quando non sono nulla di tutto ciò.
Sono scelte di testa, di cuore, di pancia, di impulso, di riflessione, di amore,
di positività, non hanno nessuna volontà di tagliare legami e cancellare
momenti, ma anzi la voglia di aggiungerne ancora e ancora, di sommare
vita a vita, esperienza con esperienza, senza che nessun prima sia annientato
dal dopo.
E così anche le radici non si recidono mai e il loro aumentare è solo 
arricchimento.
Buon volo Signora mi ha detto sorridendo quando sono scesa dall’auto, 
buon rientro a casa... ecco si casa, qui, adesso, in nessun altro posto, 
Stoccolma Svezia.

giovedì 22 novembre 2018

di stelle e ristoranti

Venerdì 16 la prestigiosa guida Michelin ha distribuito le sue ambite stelle. Come ogni anno nuove entrate nell’universo prestigioso dei ristoranti stellati, qualche uscita, qualche stella persa, altre che si aggiungono a coronare sogni di chef che investono in questo riconoscimento tutte le loro energie.
Fa piacere vedere che chef sempre più giovani e innovativi accendono all’universo stellato della guida francese.
La nostra cucina italiana universalmente conosciuta e apprezzata, ma, a mio avviso, ha bisogno di queste idee nuove e di una rivisitazione in chiave più moderna dei suoi piatti tipici.
Tra gli Stati Uniti e la Svezia, sicuramente entrambi paesi con alla base un universo grastronomico più ridotto, ho scoperto la capacità di sublimare piatti e ingredienti semplici restituendoli al cliente in modo incredibilmente nuovo. Mi piace.
L’estate scorsa siamo stati tutti e cinque piacevolmente conquistati dal ristorante leccese Bros, dove la sperimentazione in cucina è abilmente portata avanti, premiato proprio venerdì con la sua prima stella, meritatissima.
Venendo a  Torino ho voluto provare l’appena stellato bistrot del noto chef Cannavacciuolo, ho provato a prenotare senza troppa speranza è invece ho avuto un tavolo. Ed e così io e la mamma in questo ristorante dalle linee sobrie e dal servizio impeccabile e sorridente, abbiamo incominciato con qualche piccolo assaggio di street food rivisitata, dalla pizza fritta napoletana, al gnocco fritto, ripieno con un cuore di burrata che si scioglieva in bocca, dalla piadina versione mignon al cannolo salato.
Tanto per aprire l’appetito!
Abbiamo proseguito con un foie gras e cachi, dove il fondente foie gras era presentato con un alternarsi di caco in gelatina, un unione di sapori alla quale inspirarsi. 

Ottimo lo stravolgimento del vitello tonnato in tonno vitellato, tonno crudo accompagnato da jus di vitello e gocce di maionese alla bottarga, spolverata di polvere capperi e alga secca.

Come piatto vitello impanato al tartufo, cotto perfettamente e dal sapore delicato con accompagnamento di verdure.

Per ripulire il palato sorbetto di limone accompagnato da una sponge cake alla liquirizia.

Curioso e innovativo il dessert con un gelato di mozzarella, divino, una crema inglese di pomodoro giallo e gelatina di pomodoro rosso in accompagnamento di un tronchetto di mango e frutto della passione (sublime, e pensare che non amo né il mango né il frutto della passione)

Aspettando il conto una serie di piccole gourmandises tra cui il macaron piccolo, semplice, incredibile e la conchiglia di cioccolato ripiena di mousse di agrumi... ( piccola doggy bag con il resto da portarci a casa)
Che dire tutto perfetto, innovativo, presentato in modo nuovo e eccelso, perché l’occhio vuole la sua parte, indirizzo ottimo, in un angolo splendido di Torino a due passi dalla piazza della Gran Madre.

martedì 20 novembre 2018

Primo girone dell’inferno: gli uffici dell’anagrafe!

Sono seduta nel lungo e squallido corridoio dell’anagrafe centrale davanti allo sportello dedicato ai residenti all’estero per rifare la carta d’identità. In sottofondo voci alterate, personale sgarbato, porte che sbattono. Il personale si rivolge agli utenti con toni secchi.
L’attesa è lunga, per i cittadini italiani che vivono in un oltralpe qualunque la carta d’identità  cartacea è l’unica opzione, con i tempi necessari per fartela li sul momento.
Intorno a me la gente sbuffa, c’è di tutto in attesa. Il mio vicino di sedia aveva appuntamento per le nove... sono le 10 ed è ancora seduto con tutto in mano. Una coppia di anziani racconta un pezzo di vita all’addetta dell’anagrafe che, tutto sommato, dimostra una pazienza che non avrei nell’ascoltarli.
C’è chi scuote la testa rassegnato, mormorando tra sé, questa è l’Italia.

Tutti danno del tu a tutti, come se fosse normale e ci si ritrovasse in una scampagnata tra i monti con gli amici di sempre.
Un ragazzo domiciliato a Torino ma non residente cerca di capire cosa fare, la signora dietro lo sportello non riesce a farsi capire, tira fuori quattro parole sghembe in inglese senza grandi risultati, chiede aiuto al pubblico seduto, mi alzo e mi avvicino, gli spego in inglese cosa deve fare, mi sorride ringrazia mille volte, so cosa vuol dire essere lost in translation ...
Poco più il là una signora dall’italiano incerto protesta per il ritardo, ha ragione... con toni acidi un’altra tra i denti dice “ e ha anche il coraggio di protestare” brutta bestia il razzismo.
È vero che questo corridoio un po’ squallido, dove su ogni tavolino manca la penna ad uso degli utenti, con un filo pendulo come testimone di una penna che fu e che forse qualcuno si è portato via, questo corridoio con un’umanità varia, con visi che parlano di mondi diversi, con accenti che hanno toni di posti lontani, rappresenta il nostro Paese, un po’ triste, un po’ scontento, con i toni secchi e un po’ rassegnati, con gente che viene da un altrove complesso e difficile e vorrebbe far diventare casa questa Italia sgangherata.
È un’ora che sono seduta, dati i toni di voce conosco vita, morte e miracoli di tutti, vorrei alzarmi e uscire, respirare l’aria frizzante di oggi, camminare lungo via della Consolata, riattraversare il centro in diagonale fino a casa, invece aspetto il mio numero in mano, B8.

domenica 18 novembre 2018

Vita d’expat

Sono di nuovo in volo. Meno di due settimane dal mio rientro dagli States eccomi su un nuovo aereo direzione Torino. Ho fatto la mamma a New York, adesso è arrivato il momento di fare la figlia, una parentesi di pochi giorni, che passeranno in fretta come sempre succede.
Stiamo sorvolando le Alpi, spruzzate di neve, Stoccolma sembra quasi lontana.
Eccomi sospesa come sempre tra mondi e città diverse, con pezzi di famiglia che si inseguono, si incontrano di separano. Con momenti da vivere insieme intensamente, perché poi come sempre ci si dovrà salutare.
Prestissimo questa mattina bevevo il mio caffè prima di uscire direzione aeroporto. In piedi in cucina, lo sguardo rivolto fuori dalla finestra, un fuori ancora buio, addormentato. Pensavo alla fortuna che abbiamo di vivere tutto ciò, nonostante i sacrifici, nonostante le separazioni, nonostante i mille equilibri.
Abbiamo costruito quello che volevamo, andando avanti per la nostra strada con tenacia, trattenendo le lacrime a volte, cercando sempre di guardare avanti.Siamo stati capaci di vivere senza paura mille vite, spostandoci da una parte all’altra del mondo, sempre curiosi, sempre pronti a trarne il meglio.
Ci siamo fatti un po’ male ogni tanto, quando il separarsi diventa dolore, quando l’installarsi è un arduo esercizio. Abbiamo sempre sorriso alle opportunità, abbiamo colto al volo occasioni che agli altri facevano paura. Abbiamo imparato a non voltarci mai con rimpianto, ma solo con un filo di emozione, abbiamo posato valigie, appeso quadri e reso casa mondi diversi.
Siamo anche stati capaci di divederci tra due mondi, rendendo normale il separarsi, un po’ qui un po’ là. Viviamo i momenti in cui non siamo insieme come passaggi normali prima di ritrovarci, adoriamo abbracciarci in un aeroporto e voltarci un ultima volta quando è arrivato il momento di ripartire.

Bevevo il mio caffè questa mattina, mentre il buio avvolgeva ancora la mia città. Mi sono guardata intorno spegnendo le luci prima di uscire, ho baciato nel sonno mio marito, rientrato meno di12 ore prima, di ritorno dal suo ennesimo viaggio, ho sfiorato la fronte di mia figlia, ho sorriso al gatto come sempre agitata alla vista di un bagaglio.

Ho chiuso la porta di casa mia, felice. Sotto di me ora una distesa di nuvole, sembra neve. Tra poco riconoscerò dall’alto il mio altro mondo, quello nel quale sono cresciuta, quello che tutto sommato mi ha insegnato a non avere paura di uscire dalle mie zone di confort e andare oltre. Sarò figlia per qualche giorno, fa bene ogni tanto.

giovedì 15 novembre 2018

Servizio clienti in Svezia: non pervenuto

Chi mi conosce sa che sono una persona molto positiva è raramente critico negativamente il Paese che mi accoglie, chi mi conosce meno ha sicuramente attraverso le pagine del blog tratto le stesse conclusioni, cerco sempre di guardare dal lato giusto, tirando fuori il meglio dal posto in cui vivo e rifiutando di soffermarmi su cosa non va. Che di questa città scandinava mi sia innamorata non ne ho mai fatto un mistero, sono felicissima qui e  non cambierei una virgola, ma  ovviamente ci sono delle cose, qui come ovunque che, diciamolo, mi fanno un po’ allibire...
Ne vogliamo parlare del customer service? Beh ecco se c’è una cosa che veramente non funziona qui è il customer service, terribile. Non che non siano gentili, non che non siano all’ascolto, non che ti trattino male, semplicemente fanno il loro lavoro, ti vendono un prodotto, un servizio e poi non c’è poi...
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Spiego: traslocando nel nuovo appartamento ci siamo regalati qualche elemento d’arredo nuovo, gran parte delle cose le abbiamo acquistate pochi giorni dopo la consegna delle chiavi, mentre erano in corso i lavori e noi ancora nel vecchio appartamento: era inizio agosto.
Subito ci siamo scontrati con tempi biblici di consegna, tra le sei e le otto settimane, e per chi come noi nella destinazione precedente viveva nel regno di amazon prime e delle auto nuove chiavi in mano all’uscite della concessionaria, lo stupore era grande, ma come si sa paese che vai, usanza che trovi e alla fine ci si adegua.
Abbiamo comperato consci dell’attesa e un po’ rassegnati, ma in ogni modo non avevamo molta scelta, quindi va bene così, ma non avevamo fatto i conti con i possibili ritardi, con le consegne alla cavolo e con il modello Ikea docet anche quando Ikea non è!
I ritardi: epici. Il tavolo e le sedie arriveranno la settimana 42, a questa email ne segue poi una seconda, siamo spiacenti di comunicavi che per un ritardo del produttore la consegna slitta alla settimana 46...( ormai conosco a memoria il numero di ogni settimana senza esitazioni!) 4 settimane extra da chiedersi cosa cavolo facciano... arrabbiarsi non serve a nulla ( poi vi spiego il perché)... ma quando arriva la terza email che dice che il tavolo c’è ma gli sgabelli che l’accompagnano arriveranno allegramente la settimana 49... ti fai delle domande oltre che farle a loro: del tipo ma chi produce tutto ciò i folletti di babbo Natale con ritmi di lavoro da far invidia, tipo un giorno alla settimana??
La consegna: per ora diciamo che siamo stati fortunati, abbiamo sempre avuto una consegna in casa, mi direte normale, e vi dico no: le opzioni di consegna sono varie, vanno dal marciapiede all’appartamento, con spacchettamento o no previsto... per chi non conosce il sistema difficile capirne le sfumature e quando si parla di consegna non si pensa minimamente che ti possano lasciare il divano di fronte al portone e andare via, invece succede.
Comunque noi per pura botta di fortuna ( o per il mio svedese fluente!!) abbiamo sempre ricevuto dentro casa, ma quando dico dentro può essere veramente solo dentro: tipo divano in 5 pezzi imballato mollato nel corridoio con tanti saluti e arrivederci. Alla mia richiesta di chi sballa e assembla mi hanno guardata strana... non mi hanno indicata con il dito ma nelle loro teste si saranno detti ”tu cara signora !”.
Fondamentalmente il metodo Ikea insegna che anche se compri il divano più caro del mondo siamo in Svezia e un po’ di fai da te ci vuole.... ed eccomi, cara signora che sono, a spaccarmi la schiena per assemblare il mio divano, non tanto per sedermici sopra, quanto per poter circolare nel corridoio e aprire la porta di casa.
Oggi quando mi hanno consegnato il tavolo di cui parlo un po’ più sopra, di un noto designer danese, e dal prezzo di tutto rispetto, i due signori che l’accompaganvano mi hanno detto sa che lo sballiamo solo? Ero quasi contenta che almeno si portassero via gli scatoloni, ma poi inginocchiata ad avvitare mi sono dette e che c.... son qui che avvito esattamente come avrei fatto spendendo 1/10 da Ikea... alla fine però ho guardato il tavolo e mi sono detta che così da Ikea non ce ne sono, quando poi tra tre settimane sarà accompagnato dagli sgabelli ( che spero arrivino montati) sarà ancora più bello... per adesso mangiamo in piedi!!
Servizio clienti: non pervenuto... ecco detto tutto... ma sapete perché? Perché gli svedesi non amano
le situazioni di conflitto, di scontro, di confronto, quindi non protestano, di conseguenza il servizio clienti fa come vuole senza pressione alcuna... pensate agli Stati Uniti dove ogni due per tre ti possono  denunciare per un bullone mal messo, o alla Francia dove visto come sono protestoni i francesi i servizi clienti ti fanno quasi pena. Invece qui non temono nulla, a parte le mie telefonate inferocite, che però non hn no effetto alcuno, tranne innervosire me.
Perché non hanno effetto? Perché uno svedese non prenderà mai l’iniziativa di fuoriuscire dallo schema pre costruito, in questo caso una consegna prevista spostata, più che seguire le cose da fare in questo caso, tipo chiedere spiegazioni del ritardo, non farà....perché non è nelle regole scritte utilizzate per questo genere di cose. Iniziativa molto poca, ma ve l’avevo già raccontato.
Vabbè dai ridiamoci sopra, viva la Svezia anche con i suoi disfunzionamenti!


sabato 10 novembre 2018

Forza Torino!

Oggi a Torino tanti torinesi incazzati scenderanno pacificamente in piazza per protestare contro un sindaco è una giunta comunale che tra non scelte e scelte sbagliate stanno trascinando la città verso un lento inesorabile declino.
Avrei voluto partecipare, direi la mia silenziosamente tra la folla compatta di chi pensa che si arrivato il momento di dire basta, il momento di cambiare. Avrei voluto salire su un aereo e arrivare, l’avrei fatto se Paolo fosse stato qui invece che dall’altra del mondo, ma tant’è... sarò tifosa e testimone a distanza, come avviene spesso in tante occasioni.
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Non sono mai stata una persona impegnata politicamente, anche al liceo andavo distrattamente alle manifestazioni e ci andavo perché mia sorella mi minacciava di togliermi il saluto se non avessi mostrato un minimo coinvolgimento.... da anni osservo da spettatrice lontana il lento declino del mio paese, ascolto i commenti a volte sarcastici degli stranieri che mi stanno intorno, non abbozzo mai difese particolari, non rigiro il coltello nella piaga, aspetto.
C’era negli anni una cosa però della quale rimanevo fiera, la mia città, quella Torino tristanzuola della mia giovinezza, prodotto degli umori e andamenti di mamma FIAT, una città che aveva saputo darsi un volto nuovo, cogliere l’occasione dei giochi olimpici per sorridere al mondo e finalmente ricevere in cambio quegli sguardi di cui è degna. Torino bella e austera nella sua eleganza sabauda, Torino con i suoi portici e le sue vecchie case, Torino dalle immense piazze e dal Po che la sfiora lento .
Per anni tornando a Torino da uno dei tanti paesi in cui ho vissuto ne ho respitrato l’aria di rivincita e di rinascita, ho visto turisti con le guide in mano camminare con aria curiosa e mi sono spessa sentita dire dire : ma vieni da Torino, che bella città!
Poi c’è stato un poi... un nuovo sindaco, una nuova giunta, tante promesse, aggiungerei tante bugie alla fine ...  e ogni volta Torino aveva l’aria più triste, più stanca, una vecchia signora sfatta. Camminare in centro sembra un percorso del combattente tra marciapiedi rotti, buchi stradali, negozi che chiudono i battenti, tristemente...la città ha come dicono i francesi preso un coup de vieux, ma di quelli belli tosti...
L’estate scorsa scrissi una lettera al sindaco, rimase ovviamente senza risposta, me ne stupii quasi, visto che da quel che dice lei è aperta al dialogo con i cittadini, sarà che tecnicamente cittadina non lo sono più da oltre 20anni, quindi non merito un possibile dialogo, uno scambio di vedute.
Certo ricevere critiche non piace a nessuno, certo sarebbe bello che tutti fossero felici e contenti e che nessuno avesse da ridire, però, francamente, quando si decide di investirsi pubblicamente, e soprattutto si dichiara chiaro e forte di voler cambiare il sistema corrotto e mal funzionante precedente, proponendo una ventata di novità, beh l’apertura verso le altre voci dovrebbe essere una cosa automatica...
Non sarò lì oggi silenziosamente a camminare per le strade della mia bella città, non sarò lì fisicamente, ma con il pensiero e la speranza sarò anch’io lì  con la voglia di riaprire porte e possibilità perché Torino se le merita!

giovedì 8 novembre 2018

Il malsano esercizio del lamentarsi

Ieri “cazzeggiavo” allegramente su FB, leggendo qua e là nei vari gruppi, fonte d’ispirazione spesso per le mie riflessioni. 
Capito per caso su un post in un gruppo di italiani in Svezia, leggo, rileggo, inorridisco.
In poche parole il post era un sondaggio sul cosa gli italiani non amano, non sopportano della Svezia, con l’ambizione di raccogliere il maggior numero di critiche negative, senza alcuno scopo preciso.
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Ecco spontanea la mia riflessione, che in cuor mio mi auguro sia anche quella di tanti altri alla vista di tanta stupidità: ma a cosa serve questo continuo denigrare il Paese che ti ospita, questa ossessiva negatività, questa incapacità a cogliere quanto di bello la differenza ci offre, quanto di positivo c’è nel confronto con realtà che non sono la nostra?
La soluzione è semplice e questo qualsiasi sia il motivo che ti ha spinto a lasciare il tuo Paese, non ti piace vattene, non puoi pensare che sia il tuo Paese ospitante a doversi adattare a te, la Svezia, così come ogni altro Paese, è fatta per far sentire bene i suoi abitanti, non noi che siamo ospiti!
Io personalmente ne ho un po’ abbastanza degli italiani lamentosi e negativi, perché onestamente frequentando una comunità internazionale trovo che siamo sempre solo noi quelli con qualcosa da ridire: e il clima, ma non lo sapevate prima di venire qui? E il buio, stesso discorso. E la cucina che non è come la nostra, beh no, ma aprite gli occhi, le papille e lasciatevi conquistare dall’innovazione che sono capaci di mettere nel piatto, dall’abilità che hanno di sublimare i pochi prodotti che fanno parte del loro repertorio... certo che se cercate la pasta sarete delusi, non fa parte di loro, punto.
E l’atteggiamento che non piace, ma a loro forse piace il nostro? Siamo qui, ci ospitano, ci accolgono, non devono mica conformarsi a noi, piuttosto noi fare profilo basso e ringraziare.
Nessuno è obbligato a vivere all’estero, il nostro non è un Paese in guerra dal quale fuggire con pochi stracci sulla schiena, e alla fin fine, nonostante tutto, ci si può anche vivere dignitosamente, allora perché imporsi tutto questo e vivere nell’infelicità? Chi critica costantemente non può essere felice.
Vivere all’estero dovrebbe aprire la mente e lo spirito, a volte non sembra però.

martedì 6 novembre 2018

Di nidi vuoti in espatrio...

È sempre la stessa cosa, la stessa strana sensazione e tutte le volte ne descrivo i contorni, i sentimenti che fanno a pugni, il cuore che batte a casaccio, gli occhi che si annebbiano, il sorriso stampato.
Il taxi che si lascia alle spalle quel mondo li e vola veloce verso l’altro mondo, quello costruito dall’altra parte dell’oceano. Io le guardo sorridermi da dietro i vetri dell’auto, le mani salutano, le labbra sussurrano un ultima parola, sorrido, saluto, sussurro... mi mancano già alla prima curva, ma non è una mancanza che fa male, è mancanza e basta.

Il tempo di una vacanza passa sempre troppo veloce, atterro a New York con l’idea di fare mille cose e poi pian piano riduco i programmi perché alla fin fine mi bastano loro, quella piccola routine quotidiana che si instaura quando per pochi giorni ritorniamo ad essere famiglia, una routine di cose semplici, di chiacchiere sul divano, di complicità, di piatti buoni condivisi.
Quando arriva il momento di ripartire sento tutto il peso di certe scelte, di scelte che si perdono negli anni, di quel primo volo che mi ha portata a mia volta lontano da casa, salendo su quell’aereo ho di colpo dato l’okay a tutti i voli successivi, a tutte le partenze che mi portavano altrove e come normale conseguenza a tutte le partenze che portavano lontano anche loro.
Ho scelto io per loro, abbiamo scelto noi regalando loro questa vita, abbiamo scelto di vederle muoversi da sole, troppo presto, troppo in fretta.
Guardo quei due splendidi visi che si allontanano, le loro figure sottili ferme davanti a casa a guardare l’ennesimo taxi che svolta a destra e sparisce, le guardo e vedo due ragazze mature e indipendenti, esattamente come avrei voluto che fossero, le vedo serene nella loro vita, nelle loro scelte, le vedo fragili come tutti i giovani alla loro età, ma con piccole fragilità che sono anche forza, le vedo determinate a guardare avanti, capaci di salutarmi, di piangere quando vado via, di emozionarsi quando arrivo, desiderose di condividere i loro piccoli successi, i loro grandi sogni, la loro vita in costruzione.
Guardo Camilla che mi sta accanto, stesso taxi, stessa destinazione, stesso sguardo, stesse labbra che cercano di dire, penso a come non sia facile anche per lei salutarle, per una settimana è ritornata sorella a tempo pieno, per una settimana ha ripreso il suo posto di numero tre, nel quotidiano.  Non è facile poi rifare la valigia e tornare dove dobbiamo essere, a casa, anche se casa è un po’ anche qui a New York  dove sempre rimane un pezzo di noi....

Strana accozzaglia di sentimenti quando ci si divide tra due case, due città e due pezzi di una stessa splendida famiglia.

domenica 4 novembre 2018

rumori, odori, sensazioni, immagini

Ho vissuto in città diverse che ho amato cogliendone sfumature e assimilandone tratti. Ho imparato ad amarle nei loro dettagli nei loro odori, nei loro rumori e ho impacchettato le sensazioni che mi hanno lasciato portandole via come me.

Ogni tanto mi tornano in mente, smosseda un dettaglio, da un profumo, da una sensazione che a cascata ne fa rinascere altre latenti, addormentate, sovrapposte.
I miei ricordi si mischiano con la musica delle cinque che avvolgeva le strade di Tokyo, con il profumo delle spezie intenso che invadeva gli angoli di Chennai, con quell’odore di natura bagnata del nostro autunno normanno.
Anche adesso associo la Svezia, Stoccolma a piccole sensazioni visive, olfattive, tattili che probabilmente tra qualche anno faranno capolino come ricordi, mentre adesso sono quotidianità.
New York, dove non ho mai vissuto, ma che tutto sommato vivo a tratti intensi, in cui costruisco ricordi di famiglia, e che sento un po’ mia, è perennne rumore, una città che non sa stare zitta, in silenzio, mai nonostante la notte, il buio, il bisogno di quiete. Ecco New York sono le sirene sempre, tante,  continue, incessanti,  che spezzano qualsiasi tentativo di pace. Ti chiedi sempre cosa sia successo, poi ti ricordi che questa città è così, vive così, avvolta da questo persistente esprimersi...
Quando riparto e mi lascio la città alle spalle, mi allontano da questo continuo concerto, lo lascio qui insieme a tanto altro, a un pezzo di me, a certe emozioni. Poi ritorno e lo ritrovo fastidioso e necessario, fa parte della città, del suo essere, non sarebbe New York altrimenti.

Parigi sensazione di pioggia fine che penetra nelle ossa, odore di muschio, baguette calda e profumata, le campane che ritmano le giornate, formaggio che si scioglie in bocca, bellezza ovunque.
Tokyo delicata con il profumo di miso, musicale, colori intensi d’autunno, fiori di ciliegio nell’aria, sensazione di pulito, quasi asettico, cappelli gialli su piccole teste che tornano da scuola, scritte indecifrabili, guanti bianchi, ombrellini per ripararsi dal sole, capelli colorati, vestiti strani, tailleur neri con cappottino assortito.
Chennai intensa, sporca, spezie, naftalina, odore di pipì persistente, onde sulla spiaggia, immondizia, colori, luci, fiori, gessetti colorati che tracciano forme bizzarre, denti bianchi e occhi scuri, penetranti. Donne in saree, bindi, curry nell’aria.
Silicon Valley macchine che si guidano da sole, odore di hamburger mal cucinato, baguette di voyageur appena sfornata, cloro della piscina, strade trafficate, natura profumata, oceano freddo.
San Francisco il blu del mare, il rosso del Golden Gate, povertà assoluta, ricchezza all’estremo, case vittoriane colorate, odore d’immondizia misto a urina, lingue diverse che si mischiano.
Stoccolma freddo intenso, natura incontaminata, il mare che invade la città in modo delicato, la città che si riflette nell’acqua, le stagioni che si susseguono chiare e precise, nessun eccesso, nessun odore, cielo blu intenso, fiocchi di neve come cotone, candele, code ovunque e per tutto, bambini che ridono.
New York sirene, pompieri, autoambulanze confuse. Traffico, taxi gialli, immondizia, cumuli di sacchi neri, odori forti, canna nell’aria, vecchio e nuovo in un magico susseguirsi, cucine di tutto il mondo che si mischiano, fretta, frenesia.
Tutto parte di me...