martedì 30 ottobre 2018

Quelle domande che mi fanno tutti!

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Devo dire che in oltre vent’anni di questo nostro girovagare che incuriosisce tanti e inorridisce molti, di domande sul perché, sul per come e su tanti annessi e connessi me ne sono state fatte tante, con il sorriso, con l’aria sorpresa, con disappunto, insomma accompagnate da espressioni e toni che la dicono lunga sulla risposta che ci si aspetta da me, da noi.
Ce ne sono alcune che ritornano di continuo e per le quali ormai non penso neanche più alla risposta.
Vince su tutte:
Ma qual’è il Paese che hai preferito?
La domanda mi piace, è sensata, ma non ho risposta, non ho risposta perché non ho un Paese preferito, ogni paese è legato ad una fase della nostra vita, ad un periodo, ad un’età delle nostre figlie, ad un momento nostro come famiglia. Ogni paese l’ho adorato forse perché cascava al momento giusto, nella fase giusta. Vivere in India con tre bambine era perfetto, con tre adolescenti sarebbe stato un altro discorso, così come la Silicon Valley tra pre adolescenza e adolescenza delle nostre ragazze cascava a pennello in quel momento preciso. 
Difficile scegliere di preferire qualcosa, dovrei svincolarlo da chi eravamo nel momento preciso in cui ci installavamo da qualche parte.

E le radici, non ci pensi alle radici?
Questa domanda ammetto mi piace molto meno, implica nel suo essere posta, o così la percepisco, un giudizio sul nostro attaccamento o non al nostro paese. Le radici, rispondo sempre, ne abbiamo tante, siamo fortunati. Ne abbiamo di solide e profonde nel nostro paese di origine, e poi ne abbiamo diverse, un po’ sparse in ogni paese in cui abbiamo vissuto, tante piccole radici che si sommano e si aggrovigliano e che tutte sommate ci rendono le persone che siamo. Vivere all’estero ci ha aperto orizzonti, mente e spirito, non ci ha tolto il contatto con la realtà nella quale siamo cresciuti, ma  ci ha permesso di modificarla un po’ rendendola unica e frutto di un qualcosa che è solo nostro. Chi siamo oggi è questo bellissimo miscuglio di mondi che fanno parte di noi.

Ma come fate a trasmettere l’essere italiane alle vostre figlie?
Vorrei la domanda di riserva, grazie... 
scherzi a parte, di sicuro alle nostre figlie abbiamo trasmesso la lingua, un po’ della nostra cultura, una buona dose di usi e costumi italiani, ma non credo che il sentirsi italiane possa far parte di questo bagaglio, e sarebbe anche strano fossimo riusciti in un qualcosa che non abbiamo mai visto come prioritario. Che parlino la nostra lingua è un regalo del quale non avremmo voluto privarle, così come che abbiano nel loro modo di affrontare la vita, socializzare, mettersi in relazione con il mondo, un qualcosa che deriva dalle nostre radici italiane, è assolutamente normale, ma per il resto non sono italiane, non lo saranno mai, sono francesi, giapponesi, indiane, americane, forse un po’ svedesi, sono il futuro che non ha confini e non ha nazionalità rinchiuse in schemi precisi, sono cittadine del mondo e sarebbe triste se si definissero rinchiuse in pochi canoni riferiti ad una sola cultura.

Ma come avete fatto senza i nonni vicini?
In che senso? Ribatto io... i nonni mancano, ovvio, la famiglia di origine manca, normale, saremmo dei mostri non fosse così... ma non servono i nonni per allevare i propri figli, i nonni servono per l’amore incondizionato che danno, per lo scambio tra generazioni indispensabile per crescere, per quel bagaglio di storia familiare che si tramanda da una generazione all’altra, ma non per fare da baby sitter, per questo ci si organizza ... con le nuove tecnologie le distanze si accorciano ei nonni con la valigia riescono lo stesso a far sentire la loro presenza, a fare i nonni senza obblighi ma solo per il piacere di farlo. 
I nonni mancano ma non perché si deve avere sempre un piano B per concedersi una serata tra adulti, ma perché non li hai sempre lì a portata di mano per l’affetto che sanno dare e che tu vuoi dire loro. Punto.

Ma dove vivrete una volta in pensione...?
Qui rido sempre, un po’ perché ci sono già due  considerazioni in questa frase che ci si addicono poco, la prima un concetto di un dove stabile, un installarsi definitivo, la seconda un‘idea di smettere di continuare a creare, inventare, plasmare cose....
Difficile vederci in un posto che sia unico, l’idea di non muoverci più non mi sfiora, non ci sfiora ne attira. Ci vediamo in posti molteplici, più liberi di spostarci, a inseguire temperature clementi e figlie in giro per il mondo. Ci vediamo in un posto che diventi rifugio per qualche mese all’anno, dove decorarw un immenso albero di Natale e ritrovarci noi cinque più tutti i nuovi elementi che nel tempo renderanno la nostra famigli ancora più bella. Ci vediamo tra un aereo e l’altro ad inseguire i nostri tre amori ai quali abbiamo regalato immense ali che useranno di sicuro. Ci vediamo più vecchi, ma sempre pronti a cogliere avventure a inseguire sogni... poi chissà magari invece sapremo fermarci, ma questo non riesco, non posso vederlo.

Ma non ti sembra di aver buttato alle ortiche anni di studi e sogni di carriera?
Chi io?
Non avrei voluto  niente di diverso nel mio bizzarro percorso professionale, ho costruito progetti in angoli diversi del mondo, superando ogni volta me stessa e lottando con mille paure. Non mi sono mai fermata davanti a barriere linguistiche e culturali, il nuovo è sempre stato uno stimolo per creare qualcosa, per lanciarmi in una nuova avventura professionale, certo il mio percorso non è sicuramente canonico, ma è il mio... e poi noi siamo una squadra, i successi degli uni sono quelli degli altri, se ho messo delle parentesi per me, ne ho aperte per noi, non si costruisce qualcosa in coppia senza che ognuno sia elemento motore di questo costruire, la vita all’estero è gioco di squadra!

Ho oltre 21 anni alle spalle di delicato esercizio nel rispondere, so che questa vita non piace a tutti, interroga molti, ne allibisce altri, ma è la nostra, scelta e vissuta intensamente, della quale non cambieremmo nessuna sfumatura!

giovedì 25 ottobre 2018

sempre a proposito di università!

Due week end fa siamo stati a fare un giretto delle università nei dintorni di Londra, rientrando a Stoccolma siamo invece andate ad una presentazione di un gruppetto di college americani, di quelli dai nomi altrisonanti con la fama che li insegue ai 4 angoli del pianeta... qui ovviamente ero in terreno noto, di presentazioni di questo tipo ne ho viste non poche con Federica e Chiara. In quelle passate arrivavano nella nostra High School con lo stesso tipo di spettacolo, chiamiamolo così, ovviamente costruito in modo perfetto sul profilo delle scuole della Silicon Valley. Vi vogliamo dicevano in parole povere, vi vogliamo perché fate parte dell’elite del pianeta...( leggasi ne siete i figli), siete brillanti, stimolati e stimolanti. E ovviamente genitori e studenti si sentivano in cima al mondo, ci vogliono e faremo di tutti per mostrargli il lato migliore di noi...
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Per chi è digiuno del processo pre-applications spiego meglio: fondamentalmente il tutto non è altro che una grandiosa operazione di marketing, tripla per giunta. Prima abbiamo le università che devono mostrarsi nella veste migliore, vestite a festa, tirate a lucido, le brochure che distribuiscono o inviano a casa danno voglia di andare a metterci il naso, di farne parte, le presentazioni poi sono l’estrema messa in evidenza dei lati più belli di campus, corsi e vita sociale. Chi, ma dico chi, non avrebbe voglia di iscriversi. Dopo queste belle presentazione tocca invece allo studente « vendersi » al meglio, mostrarsi come l’elemento mancante di quel meraviglioso mondo accademico, che senza di lui non sarebbe lo stesso.... il terzo e ultimo passo, ultimo colpo di coda del marketing da parte del college sarà poi, una volta che ti ha ammesso nel suo mondo meraviglioso, convincerti a scegliere definitivamente proprio loro.
Negli Stati Uniti le presentazioni sono quindi incentrate sul mostrarti il campus, i programmi, ecc, consci che mediamente, nonostante la geografia non sia il punto forte degli americani, tutti sappiano più o meno dove una certa città si trova e che tipo di ambiente la contraddistingua, cittadino, rurale, montano.
Ovviamente all’estero la presentazione che  esordisçe con un vi vogliamo, siete la differenza, siete gli studenti stranieri che ci vogliono per rendere grande il nostro college, e nuovamente genitori e studenti si sentono super fighi,  dovrà poi anche fare un po’ di luce sull’ambiente in cui il college si trova, la cittadina, la regione... e qui li ho trovati fantastici, capaci di venderti qualsiasi cosa, dei maghi della trasformazione che saprebbero in quattro e quattr’otto, trasformare tutti i ranocchi più ranocchi del mondo nei princi più fighi del pianeta.... beh ecco che città, o meglio paesini sperduti nel nulla vengono etichettati come Silicon Valley del futuro, come località numero uno del turismo in America, come luogo in cui vivere felici e contenti per sempre... beh ecco, capisco che si debba vendere, che il marketing sia marketing, ma per chi un minimo di conoscenza delle varie location americane ce l’ha, beh la risata si impone....
E così io come sempre affascinata da queste presentazioni perfette, sotto i baffi ho riso alla grande...
Geniali, semplicemente geniali...
Ma ci pensate voi allo studente che attraversa mezzo mondo, sborsando una quantità a più zeri di dollari, convinto di ritrovarsi nella cittadina dei suoi sogni, in cui si erge l’universita prestigiosissima dei suoi sogni, e poi si ritrova in pieno far west dei tempi nostri camuffato da novella Palo Alto in versione country chic?
Grandiosi, veramente grandiosi!

venerdì 19 ottobre 2018

Perché viviamo avvolti dall’ansia?

Ho come l’impressione  che ormai l’ansia da prestazione regni sovrana e si viva avvolti nel continuo domandarsi se si sta facendo la cosa giusta e soprattutto se la si sta facendo nel modo giusto, tutto sembra pianificato in anticipo, tutto pare definito senza possibilità di improvvisazioni sul tema. Si procede per schemi e se non li si segue si ha l’impressione di essere diversi, non conformi, non capaci. Si dubita ad ogni passo, le sicurezze sembrano figlie di epoche lontane, si fanno scelte più per conformismo che per solida convinzione.
In molti campi del vivere quotidiano si vive sommersi dallo stress del risultato, perdendo di vista il piacere, l’allegria, la gioia del vivere certe situazioni anche sbagliando e inciampando.
Se dal punto di vista professionale, in tanti ambiti la crescente competizione e specializzazione, rendono i cammini complessi e carichi di ansie, diciamo che lo si capisce, ma al di là del lavoro e delle piccole problematiche della vita quotidiana perché mettersi ostacoli e porsi obiettivi per tutto che saranno solo motori di inutile e ingestibili ansie?
In espatrio molto di tutto questo prende dimensioni esagerate, la distanza da punti di riferimento almeno all’inizio, e la pressione lavorativa che spesso segue un nuovo spostamento, sono già di per sé enormi fonti di stress, che sommate con le piccole paure del nuovo mondo, le tante novità che ci circondano. Sono già sufficienti a togliere ore di sonno, e invece no, nel mondo expat l’ansia regna sovrana, fomentata dalla paura di fallire in questa nuova avventura, dai dubbi di non saper gestire le situazioni nuove, dalle performance linguistiche insufficienti o ritenute tali, che si intrecciano a quelle sociali che danno agitazione continua: come mi relaziono se non parlo, se non capisco, se non conosco i codici sociali?
Ma in cima a tutto che si sia expat o no, dominano in modo 
alterno l’ansia genitoriale e la performance scolastica dei figli, e tutto ciò quando si vive lontani sembra essere un focus da togliere il sonno: aiuto come faccio a fare il genitore lontano da tutti, aiuto come farà mio figlio a parlare la mia lingua. qualunque essa sia ( questa ansia è universale non legata alla nostra italianità), aiuto ....
In campo genitori non so, mi sembra che rispetto a noi, con figli ormai quasi grandi, i genitori di adesso, si facciano mille nodi mentali, vivano di angosce spaventose e cerchino le spiegazioni in alternanza tra le pagine dei libri e nelle parole di presunti coach specializzati in genitorialità( la grande moda)... beh ecco ho poche certezze nella mia ormai vita più che lunga, ma una è che se c’è una cosa sulla quale non si può generalizzare questa è il modo di affrontare i figli nelle loro tante sfumature. Non esistono regole, neanche in una stessa famiglia fratelli e sorelle seguono un solo stampo e le regole che si applicano a uno non valgono per l’altro, per carattere, per indole, per sensibilità.... allora le pagine di un libro possono dare spunti, le parole di un esperto, se lo è veramente, anche ... ma si vedono certi cialtroni che ne ho grandi dubbi...
Mi chiedo da cosa derivi questa insicurezza, questo bisogno per forza di trovare tutte le risposte e subito, essere genitori è un mestiere assurdo, complicato, per il quale non si studia e nello stesso tempo non si finisce mai di imparare e lo si fa sul campo, sbagliando e aggiustando il tiro, ma non guidati da schemi ma da un miscuglio di amore e di osservazione dei piccoli individui in crescita che ci stanno davanti, ai quali appunto non dobbiamo chiedere la luna, e qui ci si collega alla grande ansia numero due, la riuscita dei figli costruita con angoscia dal giorno due in cui vengono al mondo per la paura che prendano il seno meno bene o che meno rapidamente facciano.... cosa non importa ma facciano...
Sembra che l’esser buoni o cattivi genitori sia alla fine avvallato dalla performance stessa dei figli, figli che riescono o non riescono, come se fossero la pagella per noi, come se ci definissero nel nostro compito di guide nella loro crescita. Ho visto amiche intorno a me perdere il sonno per disegni mediocri di quattrenni interessati ad altro :”aiuto dove sbaglio perché mio figlio anziché le braccia faccia solo due mani attaccate ad un corpo informe?” Beh Picasso docet ho sempre risposto sorridendo. Io ne ho avute tre che assolutamente si rifiutavano di colorare negli spazi stabiliti... beh in cuor mio mi sono sempre detta che era un’attività talmente noiosa e inutile che le capivo anche, senza mai fare nulla di particolare per renderle conformi al sistema...ovviamente non ho mai ritenuto questo loro non conformarsi come una fonte possibile di perdita di sonno per me...
Man mano poi che i figli crescono di età l’ansia sale in modo direttamente proporzionale, ci si aspetta sempre di più, il che se è normale da un lato non lo è più quando diventa il focus unico...devo dire ma perché sottoporre i figli a maratone di compiti, piantonandolo tipo guardia reale, quando a volte basta capire il perché ci sono concetti che non entrano o semplicemente stanchezze che impediscono di farle entrare... anch’io dopo un ora e mezzo di svedese riesco a malapena a produrre frasi comprensibili in italiano, figuriamoci un bambinetto al quale per quattro ore si richiede concentrazione assoluta.
Non voglio essere critica ma realista, ma perché non lasciarli crescere liberi, lasciarli giocare di fantasia e correre in un prato, elementi tutti che serviranno a renderli adulti migliori in primis e senza dubbio anche brillanti, perché quando si ha il tempo di sognare per forza si è brillanti, si è potuto metabolizzare il mondo ed elaborarlo nel mondo più adatto!
Ogni tanto mi sento veramente fuori dagli schemi, non mi sono mai accanita su di loro per renderle quello che sono e sono inciampata mille volte per far sì che nel bene e nel male trovassero la mia mano ad aiutarle e le mie parole a guidarle. Avrò detto mille cavolate, trovato soluzioni stupide, cercato rattoppi goffi, sbagliato sulla loro pelle e sulla mia, senza pretesa di essere la madre migliore, quella descritta nei libri e senza pretesa di rendere loro le figlie migliori secondo i miei canoni... che non saranno mai i loro.
Diciamo che il motto sbagliando si impara mi piace, seguito da 
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lunedì 15 ottobre 2018

Mini college tour inglese

Arrivare a Londra direttamente da Stoccolma procura le stesse sensazioni che si hanno quando dal Giappone si sbarca in India... è un po’ come se Dante avesse fatto il percorso inverso e dal Paradiso fosse passato all’inferno senza il necessario passaggio del purgatorio....
Mi spiego. Se Arlanda non regge per tanti motivi il confronto con Heatrow, mille volte più grande mille volte più bello, già sul Heatrow express la Svezia con il suo Arlanda immacolato guadagna dei punti. Ma l’asino casca una volta sbarcati a Paddington Station, la pioggia poi non aiuta a rendere lo sbarco più gradevole... ma siamo a Londra e la pioggia fa parte del gioco.
Prendiamo la circle line direzione Victoria, non c’è un ascensore, le scale sono strette e anguste, al confronto la metropolitana di New York mi sembra quasi un posto in cui passarci il pomeriggio. Penso a quanto la metropolitana di Stoccolma sia baby friendly, anche nei costi ( qui Camilla vale già come un adulto, anche sul treno dall’aeroporto.... mentre sull’Arlanda express 4minori di 18 ani viaggiano gratis con un adulto pagante...). Per fortuna siamo mobili e resistenti e facciamo allegramente su e giù con le borse, schiacciati nella folla serale, e tra odori forti e fastidiosi.
Sono cinque anni che non torno a Londra, la guardo un po’ con occhi nuovi e ovviamente con il mio filtro ormai svedesizzato ( guardavo Parigi con quello giapponese ogni volta che ci tornavo, e la capitale francese ne usciva massacrata).
Londra è una città che ho imparato ad amare con il tempo e con l’età, da ragazza non mi piaceva, non mi faceva palpitare né quando ci viveva mia sorella, né quando ci viveva Paolo. Poi ci sono tornata e l’ho apprezzata ogni volta di più, l’ho vista darsi un volto nuovo, svecchiarsi, mi sono anche trovata a pensare che potrebbe essere una città in cui vivere, un giorno chissà.
Comunque non siamo a Londra per dedicarci al turismo, o almeno non completamente, siamo qui per visitare un po’ di università, sembra che i college britannici possano esser presi in considerazione dalla nostra numero tre, dopo due in US perché no una in UK?
Nell organizzazione della nostra gita fuori porta mi sono fatta prendere dall’entusiasmo e non ho calcolato bene le distanze, abbiamo un hotel assolutamente fuori mano rispetto all’itinerario deciso, ma va bene lo stesso. Siamo a Greenwich  con vista sul parco e non lontano da locali e ristorantini.
La cucina asiatica e soprattutto indiana come sempre è onnipresente, cenetta nepalese non male per ricaricarci ed essere in forma per il giorno successivo.
Primo college tour fuori States, devo dimenticarmi di cosa si fa in America, qui funziona diversamente, non si può visitare al di fuori delle giornate porte aperte, anche se nulla impedisce di passeggiare nel campus, il che comunque può già dare l’idea dell’aria che vi si respira. Visitiamo Oxford con qualche goccia di pioggia e tanto vento, ma la cittadina è splendida e l’atmosfera alla Harry Potter aleggia tra i vari college che compongono l’università. Si vede che è una città universitaria, solo studenti in giro, con i libri sotto il braccio, gli zaini in spalla, il fare sicuro di chi ha il mondo in mano e sta guadagnandosi gli strumenti per renderlo migliore. Gli edifici sono uno più bello dell’altro. Pranziamo in un ristorantino non male, di quelli che non hanno solo fish and chips e che contribuiscono a far evolvere la cucina inglese verso qualcosa di più innovativo e commestibile...



La campagna intorno con i colori dell’autunno è meravigliosa, possiamo goderne la bellezza bloccati nel traffico che ci riporta a Londra.  Attraversiamo la città da una parte all’altra, dai bei quartieri alla periferia diciamo meno chic, questo giretto inatteso mi porta ad osservare i contrasti della capitale inglese, dalle splendide case di south Kensington, dove bambini in divise impeccabili rientrano da scuola per mano a mamme o tate eleganti, a Kennington, case meno curate, edifici più cupi, pelli più scure, divise sintetiche, un susseguirsi di ristoranti etnici dalle vetrine sporche. Poi ci si avvicina a Greenwich e di nuovo il panorama cambia, più borghese più curato. Tante facce di un mondo che probabilmente mai si incrocia e mai si incrocerà. Forse a Stoccolma questo contrasto e meno marcato, o forse non avendo un auto ci sono zone in cui non mi avventuro mai e non noto...
Il nostro sabato ha come attività principale la visita di Cambridge, il tempo sta migliorando, le temperature già tiepide in modo insolito per questo periodo raggiungono livelli inattesi, avremo 27 gradi all’ora di pranzo. 

Passeggiamo tra i vari college che compongono la cittadina universitaria, tanti mondi racchiusi nella stessa università. Splendidi. Ricchi di storia. Palazzo nuovo di torinese memoria, orrenda sede delle facoltà umanistiche, mi appare davanti ancora più brutto. Eppure ci ho studiato, ma come sarebbe diverso immergersi nei libri in un mondo così ricco di magia? Non lo proverò  mai io, forse lei. Il sole è caldissimo e i colori della campagna intorno sembrano ancora più belli.
Rientriamo verso Londra per goderci in fretta qualche sprazzo di città. 
Parcheggiamo a Spitalfields, la zona del vecchio mercato della carne è stata rimessa a nuovo in modo splendido. C’è un misto di curato e decadente nelle varie vie che circondano il vecchio mercato, un qualcosa che ricorda certe zone di New York, boutique eccentriche, ristorantini bio, bugigattoli etnici in chiave bobo-chic.


Incontriamo un’amica di Palo Alto e con lei ci dedichiamo al rito del tea time. Splendido salone London Tea exchange. 300 tipi di té diversi in menu... la scelta non è semplice. Ne annusiamo miscele e osserviamo  miscugli floreali. Sorseggiamo il nostro té come dei veri inglesi prima di riprendere il nostro vagare nella zona, assaporando la città nella sua allegra vivacità...

In realtà, almeno per me il bello della giornata, o forse anche di questo nostro lungo week end inglese deve ancora venire, sarà la cena nel ristorante di uno dei miei chef preferiti, Yotam Ottolenghi, di cui accumulo i libri di ricette e riproduco i sapori. È più che un andare al ristorante, è un pellegrinaggio per me.


Ha quattro ristoranti in città, ne ho scelto a caso uno Spitalfields convinta che tanto mai e poi mai avrei potuto esserne delusa. Ceniamo con degli amici del Giappone che vivono a Londra ormai da dieci anni, esempio lampante dell’assenza di queste intense amicizie in espatrio: si fa un pezzo di strada insieme, si attraversano magari anche piccole difficoltà, appoggiandosi gli uni agli altri e poi ci si avventura ognuno per conto proprio, ma ciò che si è costruito rimane sempre,  chiaro, indelebile, ci si ritrova ed è come se ci si fosse lasciato il giorno prima.
Il ristorante ovviamente non mi delude, ritrovo nel menu le “mie” ricette e nei piatti quei sapori che cerco goffamente di riprodurre anch’io nella mia cucina... ho davanti a me le immagini dei miei libri, quelle che osservo con ammirazione e reinterpreto appena posso.
Ripartiamo da Londra dopo un pranzo veloce e sotto la pioggia battente, le temperature sono precipitate di dieci gradi, in questo assurdo susseguirsi di temperature sempre troppo sbagliate per la stagione. Ripartiamo con mille immagini da elaborare, soprattutto per Camilla, con forse le idee più chiare o forse ancora troppo confuse, difficile immaginarsi in posti diversi da casa a soli 16 anni, difficile vedersi indipendente a percorrere strade dove noi saremo solo osservatori lontani.
Informazioni pratiche:
Abbiamo affittato una macchina, per andare a Oxford e Cambridge, alla fine la scelta è stata vincente e anche piu economica dei treni, abbiamo potuto visitare con i nostri ritmi e senza essere legati ad orari del treno. Ma, c’è sempre un MA, il traffico londinese è veramente intenso e può rendere il rientro a Londra veramente lento e penoso.
A Londra si mangia direi sempre meglio e sarà anche l’effetto Brexit i prezzi sono assolutamente contenuti, il che non guasta. Ottolenghi lo straconsiglio.
La metropolitana è peggio di quella di New York, non me la ricordavo così, avrò una memoria selettiva, con valigie (passeggini o affini) uber o cab non guastano...
L’heatrow express è veramente perfetto per muoversi tra città è aeroporto, 15 m e via.
Se andate per visitare le università informatevi prima delle giornate porte aperte, la vostra visita sarà sicuramente più a 360 gradi, anche se già girare così a casaccio come abbiamo fatto noi da un po’ l’idea...



martedì 9 ottobre 2018

21 anni fa a Parigi....

Era autunno a Parigi, dopo un’estate caldissima passata a osservare il mondo da dietro le finestre, passata ad aspettare che tutto succedesse ma non troppo in fretta, passata ad immaginare il suo viso, i suoi contorni, il come sarebbe stata la nostra vita, il prima e il dopo.
Aspettavo il 10 ottobre come il giorno in cui avrei potuto tornare finalmente a vivere, in cui le strade avrebbero accolto i miei passi, in cui avrei osservato il cielo senza che fosse inquadrato da una finestra come nei due mesi precedenti.
10 ottobre 1997, Paris
Per due mesi ho aspettato che mia figlia nascesse, per due mesi mi hanno detto se tiene duro fino al 10 ottobre va bene, i suoi polmoni saranno abbastanza maturi, non avrà problemi, lei potrà riprendere una vita quasi normale, uscire. Sognavo un ristorante, un parco, una via di negozi.
1 anno
Sognavo qualche settimana di attesa normale, come ogni futura mamma, un dolce ricominciare prima di stringerla tra le braccia, prima di guardarla negli occhi e di riempirmi del suo odore speciale.
Ma lei aveva altri programmi, lei era più stufa di me, lo era da mesi, aveva fretta di scoprire il mondo, di guardarlo senza il filtro dei miei occhi e delle mie parole, voleva sentire i suoni come sono, voleva vivere, respirare.
2 anni
Non c’è stato un ristorante, un negozio, non c’è stata una passeggiata nel parco, nemmeno per poche ore, ma una nuova corsa in ospedale, con la speranza che questa volta ci dicessero okay va bene, finite sul serio le medicine, finita l’attesa, finito il tempo che non passa, non si dilata.
La sua prima passeggiata le farà con la carrozzina, così mi ha accolto il medico, ci siamo.
E così d’incanto l’ho guardata negli occhi. Erano quasi le dieci del mattino a Parigi, il 10ottobre del 1997, sono sono passati 21 anni.
21 anni d’amore, semplice e puro. Sono diventata mamma quel giorno, e con lei ho imparato, ho sbagliato, ho cercato, ho fatto scelte, ho disfatto pensieri, ho indossato vesti nuove, sono cresciuta anch’io insieme a lei, ho preso decisioni, mi sono fatta domande, mi sono messa in questione, criticata, arrabbiata, ho costruito, disfatto, ricostruito. 
5 anni

Ho incominciato da zero e ho improvvisato, ho cercato sempre di osservarla, quale miglior guida. Ho fatto tanti errori. Forse l’ho anche ferita, l’amore sbaglia, a volte, spesso, ingenuamente. Ho sempre pensato di fare il meglio accorgendomi poi di sbagliare, ho cercato di porre rimedio, di chiedere goffamente scusa... abbiamo tempo nove mesi per prepararci all’idea di esser genitori e poi di colpo ci troviamo in mezzo al mestiere più difficile del mondo, senza guida, senza libri che ci insegnino come fare, senza anni di studi e esami conclusi con un voto sul libretto... tutto lo si fa passetto dopo passetto osservando un figlio che già si sa sarà diverso dai successivi ed ogni volte un lento ricominciare, imparare, sbagliare, correggersi.
Se mi volto indietro mi sembra impossibile che siano passati 21anni da quel primo abbraccio, da quando per la prima volta hai posato i tuoi occhi curiosi nei miei e ho sentito il tuo respiro (affannato e lieve). 
20 anni
Abbiamo percorso strade da una parte all’altra del mondo, sempre per mano, ho risposto alle tue mille domande, alla tua curiosità a volte disarmante, ho lasciato pian piano la tua mano sfilarsi dalla mia, ti ho vista darmi le spalle e partire, prendere aerei ormai da sola, vivere una vita tua della quale ormai sarò sempre più spettatrice, ma rimarrò sempre e per sempre la tua mamma, quel primo sguarda a Parigi 21 anni fa ti ha resa per sempre parte di me, buon compleanno amore mio!

venerdì 5 ottobre 2018

L’elasticita mentale svedese....

Adoro la Svezia, adoro Stoccolma, con tutte le sue mille sfumature, il suo clima non sempre dei migliori, l’inverno eterno e le notti che avvolgono i giorni senza scampo. Adoro la vita qui. Gli svedesi eleganti ed educati, tra un po’ forse amerò anche la loro lingua, esercizio al quale mi dedico con costanza e impegno titanico.
Ma in tutto questo un piccolo ma esiste, forse anche due o tre, altrimenti l’interesse di vivere immersa in una nuova cultura non sarebbe poi tale, se tutto filasse senza ma e senza forse!
Gli svedesi sono fondamentalmente psico rigidi. Mi spiego meglio. Gli svedesi hanno delle regole, giusto, sacrosanto, ovunque dovrebbero essercene e ovunque si dovrebbe rispettarle al limite della devozione, ma come sempre è importante applicarle e anche essere capaci, non dico di adattarle caso per caso, ma di allentarne i contorni.
Noi italiani diciamo che siamo un po’ più anarchici, un po’ meno strutturati, ma siamo street-smart, siamo capaci di risolvere un problema anche quando questo non segue lo schema ben definito. Ecco lo svedese segue lo schema, punto, l’eccezione lo spiazza e non la sa affrontare.
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Ed ecco qui cosa è successo.
Domenica sera imbarcandomi sul volo di rientro a Stoccolma dall’aeroporto di Copenaghen, dimentico, come una scema, la mia borsa al gate, salgo in aereo e volo a Stoccolma dove all’atterraggio mi rendo conto della dimenticanza, grave, gravissima. Nella borsa infatti, oltre alle chiavi di di casa, al biglietto della metropolitana, alle caramelle, avevo nell’ordine: il passaporto italiano, la carta d’identità svedese e la patente americana (una bella accozzaglia di documenti di identità che danno idea del caos che è questa mia vita), oltre alle carte di credito.
Panico, terrore, già solo l’idea di dover ripassare attraverso eterne trafile in tre paesi diversi era sufficiente a togliermi il sonno, aggiungi poi la necessità di avere il passaporto per la prossima settimana per un viaggetto già previsto, la situazione non era delle più rosee. 
Non scendo nel dettaglio della gestione grottesca del tutto da parte dei servizi aeroportuali danesi,  che in quanto ad elasticità mentale lasciano anch’essi un po’ basiti, ma alla fine borsa e contenuto vario, vengono portate all’ufficio oggetti smarriti, pago per disturbo e spedizione e il tutto prende la via di casa tramite servizio postale.
Conoscendo la poca agilità del servizio postale in quanto all’affrontare situazioni fuori dagli schemi ero già un po’ inquieta... a caso ho un unico documento d’identità, la preziosissima green card, ma temo il peggio ( alla posta non amano assolutamente la patente americana, tanto meno la carta d’identità italiana cartacea, ritenute in precedenti tentative entrambe false.... sorvolo sul fatto che non vedrei l’interesse nel circolare con un documento falso, ma tant’è).
Certa di poter spiegare la situazione all’ufficio postale e forte del fatto che la green card è un documento ufficialissimo, mi avvio a recuperare il tutto....
Beh avete presente quando uno immagina il peggio, non riesce mai a veramente visualizzarlo nel suo vero materializzarsi.
Il primo impiegato mi guarda stranito, gli spiego la rava e la fava, ma nulla...  Chiedo di parlare con un superiore, cerco di mantenere la calma, e li il sangue italico sdegnato fa giri terribili, la pressione sale, il tono di voce anche. La superiore mi guarda con aria gentile ma mi dice mi spiace non possiamo accettare il suo documento, non è un documento previsto. Le rifaccio l’elenco dettagliato del contenuto della borsa, le propongo di aprire lei il pacco nel retro per recuperare ogni documento possibile al suo interno, di chiamare la polizia nel caso le avessi raccontato una storia, le mostro gli scambi di email con l’aeroporto di Copenaghen ...di fronte a me un muro. Signora abbiamo delle regole da seguire... okay ho capito ma a volte si può essere un po’ elastici, valutare caso per caso... certo le parole non erano proprio queste e se avessi tradotto il tutto in italiano lì per lì qualche parolaccia sarebbe esplosa...
Sorrisino sulle labbra, no, mi spiace.
Chiedo di chiamare il superiore più superiore, giuro che sono pronta a non muovermi di lì finché non vedo il Dio della posta in persona. .. mi siedo sulla panchina a braccia conserte, ogni cinque minuti propongo soluzioni, devono vedermi come una pazza furiosa con una fantasia smisurata tante sono le possibilità di soluzione che propongo loro... nulla.
Il direttore supremo arriva, cerco di affrontarlo con pazienza, ho capito che il sangue latino va messo da parte. Lui mi dice: signora esiste una regola da seguire... ( ormai tipo mantra me l’hanno detto così tante volte che ho capito) gli spiego che però la situazione può prevedere un approccio nuovo per loro, tipo gioco di ruolo in cui devi affrontare l’imprevisto, occhio di terrore, imprevisto che??
Alla fine mi dice: non so perché la green card non venga accettata, forse perché dovremmo formare i nostri dipendenti a riconoscere troppi documenti... il che forse in un paese multiculturale come la Svezia sarebbe un utile esercizio formativo ( nella mia testa penso che se già solo insegnassero loro la gestione dell’imprevisto, saremmo a cavallo), aggiunge ho capito la situazione e farò un eccezione per lei, solo per lei, le darò il suo pacco ma lo apriremo insieme e una volta recuperato la sua carta d’identità svedese me la darà così da scrivere il numero della carta d’identità svedese come documento che permette il recupero del pacco.... ah si ecco appunto recupero il pacco con un documento che era contenuto al suo interno perché uno dei pochi documenti ( con il passaporto) citato nel vostro libretto di istruzioni da seguire senza sbavature... alla faccia dell’elasticità, ma va bene cose.
La storia insegna che lo scugnizzo di strada ha messo radici nella nostra soleggiata Italia perché tutte le regole hanno tante eccezioni, mentre la Svezia colta, elegante, pulita, non andrà mai tanto lontano se non si avventura un po’ fuori dai sentieri tracciati!




mercoledì 3 ottobre 2018

Stoccolma, ma quanto mi costi?

Ma quanto costa vivere a Stoccolma?
viviamo qui da un annetto e da un annetto sui vari gruppi di italiani a Stoccolma vedo passare richieste semi disperate di giovani e meno giovani che vogliono trasferirsi in Svezia, attirati sicuramente da un paese che funziona bene e che, visto il suo carattere sociale,  tende a dare una mano (ecco perchè tante start up nascono qui, ci si ritrova sempre con un paracadute per attenuare l'atterraggio in caso di problemi)


Aggiungiamo poi che siamo nell'Unione europea e sicuramente è semplice spostarsi... ma ci sono dei ma, innanzitutto anche un europeo per stare qui deve avere un contratto di lavoro ed essere registrato come residente, unico modo per accedere ai vari ambiti aiuti che come uno specchietto per le allodole spingono alcuni allo spostarsi. 
Attenzione la Svezia è un paese caro dove vivere costa e prima di partire all'avventura meglio farsi due conti spiccioli.
in ordine sparso...
N.B. i prezzi sono in SEK, corona svedese, cambio odierno
kr100

British Pound     British Pound
8.53
Euro     Euro
9.61
Swiss Franc     Swiss Franc
10.96

American Dollar     American Dollar
11.07

Una cena per due al ristorante?
In un buon ristorante la sera tranquillamente sui 1000 sek circa (un piatto puo venire tra 200/300 sek, il vino poi fa la differenza, aggiungi un primo e un dessert si fa in fretta)
Una cena in pizzeria per due pizze non meno di 350 Sek (una margherita costa 120sek, una birra intorno ai 75)
A pranzo si può mangiare spendendo intorno a 120/130 sek
Un biglietto della metropolitana\bus?
Tariffa adulti è di 31Sek se si fa una tessera di almeno dieci tragitti (41 per biglietto singolo)
Senior e studenti 21sek
esistono biglietti diciamo per turisti 24H 125 sek, 72H 250 sek.
30 giorni 860 sek
90 giorni 2500 sek
Il treno espresso per l'aeroporto Arlanda express è particolarmente caro, 280 per un tragitto singolo, 540 sek andata e ritrono. I bambini e ragazzi fino a 17 anni se accompagnati da un adulto viaggiano gratis (un adulto può viaggiare con 4 minori e i 4 minori non pagano)
tariffa ridotta per ragazzi (che viaggiano da soli) e senior 150 sek
Esistono combinazioni dal lunedi al giovedi se si viaggia in due, tre o 
.
e carte da 10/20/30 viaggi convenienti se si va spesso all'aeroporto.
Una mamma accompagnata da un passeggino con bambino dentro non paga il biglietto sui mezzi pubblici.
Un litro di benzina? 14, 70 sek
Un litro di latte?  parzialmente scremato 1,5l, 13, senza lattosio 1 litro 16,90
Una bottiglia d'acqua da 1,5 litri? 10,90
Un litro di succo? Tropicana 29,9o
6 uova? eco e di origine svedese 20,90
250 gr di burro? svedese 27,90
Pomodori? 200gr di pomodorini ciliegia, 25
Un pacco di pasta? tagliatelle Barilla 500gr 18.90
Un chilo di patate? tra 15 e 30sek a seconda del tipo....
Una baguette? 31
un buon caffe'? 18 sek
Un affitto medio per una casa con tre camere da letto?
i prezzi a Stoccolma variano molto da zona a zona ma trovare una casa in affitto con degli standard italiani non  è  semplice, spesso il raporto numero di camere numero di bagni e superficie  è  strano. Un bagno in 200m2  è  la norma. In centro a meno di 30000 sek per tre camere non si trova.
qui  qualche dato interessante ma da prendere con le pinze nel rapporto numero di stanze/metri quadri
Acquisto casa con la stessa configurazione (2 /3 camere)
qui un articolo interessante sulla bolla immobiliare svedese 
L'accesso alla proprieta in Svezia  è  abbastanza semplice, i tassi di interesse sono interessanti, non ci sono spese di notaio e cose del genere, e alla fine conviene quasi comprare anche se si ha un apporto minimo. Anche qui la differenza di prezzo varia tra centro e zone periferiche. In centro a meno di 10.000.000 non  è  semplice trovare un appartamento di 3 stanze (volumi piccoli), sopra i 150m2 sempre in centro difficile scendere sotto i 15.000.000 ( ultimamente quasi impossibile nei quartieri "belli" della città. 
(cercando adesso su Hemnet nel quartiere in cui abitiamo un appartamentino di 42m2  è venduto a 5.500.000 con delle spese mensili (vedi sotto) di 2156sek, in un altro quartiere un po' meno centrale per lo stesso prezzo si possono avere 80m2)
Spese elettricità\acqua\gas? sono spesso comprese (tranne a volte l'elettricità) nell'affitto o nelle spese condominiali che si pagano quando si è proprietari e possono oscillare a seconda che l''edificio sia recente o meno recente (con spese varie ammortizzate, o con porblemi vari da ammortizzare) tra 5000 e 9000. Il discorso è diverso per una casa ovviamente
Costo aiuto domestico? 150 e con contributi 210 circa/ora
Tariffe baby sitter? 100/120
Cure mediche
praticamente inesistente, tutto gratuito fino a 18 anni, medicine comprese. Per gli adulti tariffe molto basse, ma servizio globalmente di conseguenza
Esistono anche assicurazioni private a prezzi abbordabilissimi che permettono semplicemente di aggirare le lentezze del sistema pubblico andando in fretta su prenotazione esami e visite.
Veterinari molto cari in generale, conviene fare un assicurazione per l'animale (1500sek/anno per un gatto in sovrappeso)
Le scuole
Esistono in città scuole internazionali pubbliche oltre ovviamente alle scuole svedesi. Una scuola privata ha una retta che va dai 103.000 ai 138.000SEK in crescendo dalla pre-school al liceo.

Attività ludico ricreative
un abbonamento mensile in palestra costa sui450 sek
Un'ora di lezione di tennis tra 300 e 450 sek
12 ore di Acqua gym 1800 sek
Pilates 10 ore 1800sek
corso di arrampicata tre volte due ore in gruppo 1080sek
durante l'inverno piste di pattinaggio su ghiaccio gratuite per tutti!
biglietto del cinema 125 sek
biglietto all'opera tra i 210 (tipo posto in fondo a sinistra dietro la colonna, in settimana ) a 1400.
I corsi di svedese sono gratuti a SFI con un minimo di frequenza obbligatoria.
A Folkunniversitetet  5 settimane/ 4 ore a settimana 2900sek calssi con un massimo di 16 studenti.
lezioni private anche 1000/ore
Ovviamente e globalmente gli stipendi sono adeguati al costo della vita...