venerdì 31 agosto 2018

Quando separarsi diventa normale

Ormai sono una veterana, anche se non ci si abitua mai a vederle partire. Ho sorriso anche a lei, cone venerdì scorso con Federica. Ho sorriso e nel nostro ultimo abbraccio la voglia di respirare ancora un po’ di lei.
Le mie ragazze hanno ripreso la via del college, hanno preso l’aereo, scavalcato l’oceano e sono atterrate dove è casa... la loro,  quella dei grattacieli di Manhattan e delle piacevoli strade dell’east village, quella dell’Hudson che ne bagna i confini e del verde di Central Park.

Io guardo Stoccolma avvicinarsi al di là del vetro dell’Arlanda Express, la mia di città con i suoi scorci da togliere il fiato, le sue mille isole che si intrecciano, le sue strade che sono ormai familiari.
Il viso di mia figlia e i suoi occhi lucidi mi hanno fatto ripensare alla bambinetta che era, quella che si aggrappava a me nel corridoio dell’asilo per strapparmi un bacio che non era mai l’ultimo. Delicatamente la allontanavo da me allora, le davo una spinta necessaria per essere autonoma anche se, già allora, c’era un po’ di tristezza in quel mio gesto. Non è facile rendere i figli autonomi, a qualsiasi età, ma è necessario per loro e per noi, e lo è a qualsiasi età!
Ormai sono una mamma veterana del distacco, adesso che osservo tante amiche che si stanno dedicando a questo stesso delicato esercizio, ripeto sempre a loro e a me stessa, che dobbiamo essere felici e vivere in modo sereno questo nostro separarci, che se i nostri figli sono felici dove sono e nelle scelte che hanno fatto, noi non possiamo che sorridere ed essere felici come e più di loro. Questo è essere genitori.
Poi ci chiameranno un po’ tristi e noi li consoleremo, ci terranno stretti all’aeroporto e noi restituiremo un abbraccio che sarà forza e spinta, dubiteranno e vorranno tornare indietro e noi diremo loro che dubitare è normale, ma l’unica strada è proseguire senza voltarsi.
Questo è il nostro ruolo.
Poi torneremo a casa, in una casa un po’ più vuota, un po’ più silenziosa, le lacrime faranno capolino all’angolo degli occhi, respireremo profondamente per scacciar via il magone, penseremo alla fortuna che abbiamo di vederli andare verso il loro futuro e di essere in parte gli artefici di questo loro andare, accarezzeremo il gatto un po’ perso in queste continue partenze e sorrideremo perché così è giusto che sia!

martedì 28 agosto 2018

Cronaca di un trasloco: si salvi chi può!

Questa volta mi hanno spiazzata... erano previsti tre giorni di trasloco, due sicuri e un terzo per gli ultimi dettagli.
Mi sono svegliata contenta e eccitata, sapevo che sarebbero stati giorni intensi, tutto era pronto per essere imballato, ordinato, pulito con quella logica che è solo mia, che però mi aiuta in ricezione a far andare tutto a posto in poco tempo.
Loro invece sono arrivati puntuali, la tavola della colazione era ancora in parte da sparecchiare, la lavastoviglie stava completando il suo ciclo, tutto rapidamente doveva tornare nei cassetti per poi essere riposto negli scatoloni in modo omogeneo. Ho pensato bene anche di fare un ultimo giro di lavatrice, tanto poi quelle cose lì le imballeranno domani.
Un equipe numerosa, che dopo un primo giro dell’appartamento,  in pochi minuti si è sparpagliata nelle stanze che alla rapidità della luce perdevano quell’essere nostre per ritornare spoglie e accogliere chi verrà dopo.
“Se tutto va bene finiamo oggi signora”ha decretato nel suo inglese incerto il capo comitiva... e io spiazzata ho chiesto se scherzava... si perché io non ero pronta, avevo persino fatto i letti pensando che stanca mi sarei coricata questa sera in un letto accogliente ( adoro il letto rifatto, con lenzuola stirate e fresche).

Dovevo di colpo settarmi su una nuova disposizione di spirito, sarebbe stato un giorno eterno ma alla sera, chissà a che ora sarei stata pronta a dormire nel mio letto tra le mie nuove quattro mura.
Ho mandato un messaggio a Camilla, cambiamento di programma, questa sera casa nuova, dormiamo lì... ho chiamato Paolo un po’ nel panico, quel senso di paura quando ti chiedi se veramente c’è la faranno a svuotare l’appartamento A per riempire come d’incanto il B. Tu sai che ce la farai e soprattutto ce la faranno loro, anche se adesso ti sembra impossibile, impensabile.
Ho atteso seduta per terra nella mia nuova cucina, vuota, per poche 
ore.. Ho aspettato che tutto il mio piccolo mondo trovasse i suoi spazi in queste stanze.
Ultimo a lasciare il vecchio appartamento come da programma stabilito il gatto che ha atteso per ore  ansiosa osservandoci al di là del vetro della sauna, dove per proteggerla dal caos è stata rinchiusa. Povera micetta negli occhi le si leggeva l’angoscia, sembravano due punti interrogativi che ripetevano un continuo ma che cosa succede. Eppure per lei non ci sarà neppure un volo dopo tutto questo, la faremo uscire dalla sua gabbietta e subito in nuovi spazi ritroverà i suoi odori...
Ascolto la musica aspettando, ripenso a tutte le altre volte che ho osservato inscatolare il mio mondo, penso alla strada fatta dal nostro appartamentino di 
Parigi a due passi dal l’Arco di Trionfo, a quel primo trasloco con pochi scatoloni e un bebè di pochi mesi. Penso ai successivi con i container che si chiudono per riaprirsi due mesi dopo, dopo aver navigato per settimane e settimane.
Aspetto che il camion si fermi sotto casa, due soli chilometri sperano il prima e il dopo...
Passano i minuti, le ore, Chiara nel vecchio appartamento osserva il flusso continuo in uscita, io aspetto quello in entrata. Sono le cinque del pomeriggio, casa A è ben lungi dall’essere vuota, la B non ha ancora visto l’ombra di un ninnolo!
Mi agito ne ho fatti troppi di traslochi per capire che questa volta non finiranno mai nel po o tempo che hanno previsto. Lì chiamo e sono molto chiara, portate quello che avete sul camion, montate i letti e riprendete domani, non voglio assolutamente finire alle due di notte, in primis per noi e poi per il nuovo condominio che ci accoglie.
Son stata abbastanza chiara, finalmente l’immenso camion parcheggia sotto casa e pian piano salgono mobili e scatoloni. 1/3 delle cose è ancora nella casa vecchia, lo sapevo non era possibile fare tutto in così poco tempo, anche se in tanti. Alle otto di sera dei nostri letti non c’è ombra, io continuo a sballare in modo frenetico, cerco di mantenere nervi saldi per dispacciare le cose nel posto giusto, anche se alla fine il caos è totale, anche se alla fine nulla va nel posto giusto.
Alle nove do segni di squilibrio, la stanchezza è intensa, portano su le ultime cose, cerco le lenzuola per fare i letti, finalmente montati, congediamo i traslocatori, che ritroveremo tra qualche ora nuovamente e sperando che ci diano ancora da mangiare ci avviamo in un ristorantino a due passi da casa, io in tenuta da trasloco, non ho avuto la forza di infilare un paio di pantaloni lunghi, nonostante la temperatura incominci ad essere freschina in questa fine estate svedese. Il ristorante è ottimo, dovrò tornarci in altre condizioni per goderlo meglio( e decorosamente vestita)
Martedì si ricomincia, nel vecchio appartamento ormai mezzo vuoto tutto va via in fretta, il grosso del lavoro sarà la cantina, benché in parte ancora imballata dal trasloco precedente, ma sembra il vaso di Pandora, escono cose che avrei voluto rimuovere dai miei pensieri.
Dopo pranzo incominciano nuovamente a scaricare, io ricomincio ad aprire convulsamente scatoloni, senza l’aiuto previsto. “Noi signora non sballiamo nulla e se lo facciamo le mettiamo tutto per terra e si arrangia, veda lei” questo il succo del discorso. Son una iena, abbiamo richiesto un servizio a 360 gradi per semplificarci la vita e invece questi si rifiutano di farlo, o lo farebbero talmente male che preferisco non tocchino nulla. Faccio un giro di telefonate poco cortesi al servizio clienti, sono stanca e arrabbiata e il tutto non aiuta a far venir fuori il lato diplomatico che non possiedo in modo così sviluppato. Le mie proteste vengono accolte ma non cambia nulla.
Cerco di fare le cose in modo ordinato, apro scatoloni che uno ha solo voglia di richiudere e defenestrare, dentro c’è di tutto e di più, diciamo che nessuno ha fatto caso alle combinazioni assurde di elementi che trovano posto nelle stesse quattro pareti di cartone.... cerco di mantenere nervi saldi e mente lucida.
Vado avanti così di nuovo per ore e ore. Alle cinque si congedano, la cantina è pienissima, l’appartamento benché più grande e meglio organizzati del precedente, pieno anche lui. Ritrovo cose negli scatoloni che avevo rimosso dalla mia memoria e che in un certo senso avrei potuto non ritrovare più... ho un solo pensiero fisso, riuscire a rendere vivibili almeno un paio di stanze. Alle otto la missione è compiuta, io sto vagamente in piedi ma sorrido fiera di me.
Adesso ci vorrà solo un po’ di tempo, per ordinare il tutto e per recuperare energie.
Onestamente erano anni che non facevo un trasloco così faticoso, sarà anche che nei cinque precedenti tra partenza del container e ricezione di quest’ultimo abbiamo sempre avuto un buon numero di settimane di pausa. Qui tutto si è concatenato in modo caotico e l’aiuto non è stato lo stesso. Ho scoperto la faccia faticosa del trasloco locale, e io che dicevo a tutti questo di due chilometri sarà uno scherzo!

Morale della storia: meglio spostarsi di 10000 chilometri che di due, parola mia!

venerdì 24 agosto 2018

E se la felicità fosse la chiave di tutto?

E se il trucco fosse semplicemente essere felice?
Ogni tanto mi stupisco di quanto nel nostro mondo expat la lamentela regni sovrana. Il lamentarsi sembra lo sport preferito di tanti, ripetuto all’infinito come un noioso mantra.
Certo la vita a volte anche all’estero nel confort dell’espatrio può essere ingiusta, dura, amara ma ci sono dei ma...  si dovrebbe ogni tanto essere capaci di soffermarsi sulla fortuna che si ha a vivere esperienze di vita che ci portano lontano dal nostro mondo comodo e senza sorprese, sull’apertura che il delicato esercizio del sopravvivere in un ambiente nuovo ci regala, sul confronto continuo con persone che provengono da orizzonti diversi che ci apre la mente e lo spirito.

Certo la vita all’estero non ci risparmia le complicazioni della vita reale, è vita reale. Esiste il dolore, la malattia, la perdita, il costante sentirsi parte di due mondi, quello in cui si vive e quello che ci si è lasciati alle spalle, la difficoltà dell’adattarsi, lingue nuove, facce sconosciute. Ma tutto questo è scelta.
È una scelta decidere di partire, veniamo da un Paese,  che anche se politicamente alla deriva ed economicamente barcollante, comunque non è flagellato da guerre ed offre ancora un certo benessere, una vita serena, un confort materiale e sociale di tutto rispetto. Educazione, cure mediche, sono beni acquisiti, musei e istituzioni varie offrono ancora di che nutrire gli animi e per il resto è un ben godi di prodotti alimentari per tutte le tasche e per tutti i gusti.
Ma allora perché si parte per poi poi lamentarsi di tutto, partendo anche solo dal fatto che dove si è che sia l’Asia, l’America o l’Europa niente si avvicina al nostro cibo, al nostro modo di pensare, al nostro modo di agire?
Non dimentichiamo che when you travel, remember that a foreign country is not designed to make you comfortable. It is designed to make its own people comfortable. ( Clifton Fadiman) e questo vale ancora di più quando non si è di passaggio in un Paese il tempo di un viaggio, ma ci si installa per farlo diventare casa.
In 21 anni non ho mai cercato l’Italia fuori dai suoi confini, non ho mai pensato di trovare a Tokyo quello che mi mancava di Torino, o a Los Altos il nostro modo di interagire all’italiana, non ho avuto aspettative se non quelle di riuscire ad inserirmi in un nuovo tessuto sociale, osservando i suoi nativi e adattandomi alle loro esigenze, non alle mie. È un delicato esercizio, ma è l’unico possibile. Sarei stata infelice a cercare l’impossibile e forse non sarei mai partita dall’Italia se il mio fine ultimo fosse stato quello di ricostruire la mia personale little Italy lontano da casa. 
Ho scelto invece di esser felice, di alzarmi ogni mattina grata di quello che la mia vita all’estero mi da e mi ha dato negli ultimi 21 anni, grata dell’apertura mentale e della capacità di adattamento che mi ha regalato, grata di poter vivere a contatto con culture completamente diverse e di imparare ogni giorno qualcosa proprio dal confronto con queste differenze.
E ho scelto non solo di essere felice, ma anche di scegliere di essere dove sono, che poi le due scelte direi che si fondono bene insieme. Ho sempre deciso di partire convinta di farlo e anche sapendo che nessuna scelta la si possa vedere come definitiva, avrei potuto tornare indietro tante volte, ma non ne ho mai sentito il bisogno, avrei potuto dire basta e fermarmi ad un certo punto smettendo di vagare, non è stato necessario. Avere la possibilità di scegliere è la grande differenza tra noi espatriati di oggi e le tonnellate di migranti che scappano da guerre e ingiustizie, noi possiamo tornare indietro perché comunque il nostro Paese potrà sempre accoglierci a braccia aperte e darci ciò che ci manca.

Vivere all’estero vuol dire aprirsi la mente, acquisire la capacità di guardare lontano, nutrirsi ogni giorno della differenza ed accoglierla con entusiasmo e gioia. Vivere all’estero senza essere felici della propria scelta e cercando sempre  io che ci ma ca del nostro Paese, non ha senso meglio tornare indietro e riprendere in mano la propria felicità!

mercoledì 22 agosto 2018

Perle di saggezza alla vigilia di un trasloco

Ogni volta  che traslochiamo tendo a dimenticare completamente tutto lo stress che un trasloco si tira dietro. Giorni intensi, notti a pensare cosa fare dii questo e quello, a immaginarsi cassetti vuoti che di colpo si riempiono di nuovo alla rinfusa.
Abbiamo sempre in questi anni avuto la fortuna di trascinarci dietro tutto, la nostra casina sulle spalle, piena del nostro mondo. La chiamo fortuna perché per me, per noi, un modo di ricostruire casa è farlo con tutte le nostre cose sempre uguali, quelle che raccontano la nostra storia, il nostro essere diventati famiglia di due, tre, quattro, cinque, il nostro vivere da una parte all’altra del mondo accumulando oggetti che si sommano tra loro e che a guardarli raccontano un percorso che è solo il nostro.
Ogni trasloco, e ne abbiamo accumulati un numero di tutto rispetto, è l’occasione di eliminare cose inutili, di buttar via cose rotte, insomma di sbarazzarsi di tutto ciò che si mette nei cassetti dimenticandosene. 
Immagine di un altro trasloco

Spostare una casa non è una cosa da niente è faticoso, psicologicamente faticoso. Il lavoro fisico lo faranno loro, i traslocatori, ma a noi tocca quel complicato esercizio del separarsi del superfluo, la maglietta slabbrata che ci segue da vent’anni, le scarpe fuori moda tenute lì chissà perché, la tazza sbeccata senza la quale ci sembra di non poter vivere. Ogni volta mi sforzo a chiudere gli occhi e eliminare, sapendo che tanto poi finirà che come sempre quell’oggetto passerà a miglior vita nello spostamento successivo. Ogni volta lo stesso passare da una mano all’altra con il dubbi amletico del fare la scelta giusta: la separazione è l’unica opzione o un passaggio in cantina potrebbe essere la giusta via di mezzo?... e basta metter piede nella nostra cantina per capire che spesso questo passaggio intermedio ha avuto la meglio!
Da qualche anno, o meglio da qualche trasloco fa, o una regola che utilizzo per decidere se eliminare qualcosa o no.  Se un vestito è nell’armadio da più di due stagioni senza aver mai destato interesse, beh non aspetto che torni a piacermi o ancor peggio che torni di moda, lo elimino senza rimpianti: non lo mettevo, non mi mancherà.
Con bambini e ragazzi e più semplice, i vestiti, le scarpe diventano troppo piccoli e ci si fa meno problemi a dar via. Le cose possono complicarsi a livello dei giochi, ci sono quelli che hanno un senso, legati alle prime scoperte, i primi pupazzi, il  cavallo  a dondolo, non si può girare il mondo tirandosi dietro tutto, ma non si può neanche spogliare i nostri figli dei ricordi testimoni della loro crescita, solo perché noi abbiamo deciso di itinerare. Allora faccio la cernita, ripongo in scatole belle e ordinate che verranno riposte in cantina ma che saranno lì perenni testimoni delle bambine che sono state. In questi giorni abbiamo deciso di eliminare un po’ di giochi di società, i primi a “partire” sono quelli troppo lunghi e noiosi che rischiano nel loro dilungarsi in partite senza fine di creare tensioni inutili. Ce ne sono però alcuni dai quali non ci separeremo mai anche se passeranno la maggior parte del tempo silenziosa e te riposti da qualche parte!
Preparare un trasloco è pesante proprio per questo lavoro che solo noi possiamo fare, anche se poi dopo ti imballano e sballano tutto:il nostro compito è evitare di fare imballare cose inutili per ritrovarci poi nei cassetti nuovi, oggetti che non vogliamo più ma che per pigrizia languiranno fino al prossimo giro.
I nostri traslochi sono sempre stati, come mi piace chiamarli, chiavi in mano, i traslocatori hanno sempre fatto tutto da A a Z e così sarà anche lunedì dove imballeranno delicatamente le nostre cose per poi sballarle quei due chilometri più in là nel nostro nuovo mondo profumato dalle ultime mani di pittura. Potrei sedermi e assistere rilassata allo spettacolo, ma non ne sono capace, ci sono cose che voglio imballare io, e le stesse cose sarò io a sballarle e a riporle nei loro spazi, non voglio mani che non siano le mie che tocchino biancheria, tovaglie, magliette.
Come sempre una settimana prima dell’inizio del trasloco mi faccio portare un certo numero di scatoloni, i miei scatoloni, che con calma riempio come voglio io e nel caso di traslochi lunghi settimane e settimane, completo con lavanda, anti tarme e strati di carta protettiva nella speranza di recuperare biancheria che non necessita di essere tutta rilavata.
Per tutto il resto mi affido invece alle capaci man dei traslocatori, sapendo che imballeranno piatti e bicchieri in modo perfetto, e che sapranno prendersi cura del mio piccolo mondo fino a nuova destinazione.
Oggi sono stanca e stressata, non vedo l’ora che arrivi lunedì, non vedo l’ora di essere alla prossima settimana, senza più girare come una trottola tra due case, senza più avere la mente occupata dal quel che dimenticherò, dal cosa non sarà pronto, dal cosa non avrò fatto...
So che come sempre tra sette giorni mi sveglierò dimenticando la fatica, dimenticando la stanchezza, mi piaceranno anche gli scatoloni rimasti chiusi perché non si sa ancora dove riporne i contenuti, mi piaceranno di più di quelli pieni a metà oggi, con l’interrogativo di aggiungere due magliette e tre mutande in uno scatolone di lenzuola, oppure incominciarne uno nuovo monotematico.... tanto so che alla fine di attaccarsi al monotematico in un trasloco ha poco senso, l’accozzaglia di cose varie riposta dai traslocatori stessi negli ultimi scatoloni passa sempre alla storia: riduttore del gabinetto con cornice Liberty, tratta Vernon Tokyo; pupazzi raccattati all’ultimo momento con tazze del caffè, tratta Tokyo- India; stampi indiani con spezie, da Chennai a Saint Germain; roller modello bambina quasi piccoli, con catene della macchina modello inutilizzabile, tratta Saint Germain- Los Altos; scarpe con bicchieri da Los Altos a Stoccolma, con premio per il miglior binomio alle camicie fresche di tintoria che hanno viaggiato, via aria, accompagnate dall’olio di scarico della macchina, riposto per essere buttato è partito per il Sol Levante! E questo tenendo conto dei traslochi intercontinentali con veri professionisti all’opera... vi risparmio quelli fai da te di quando eravamo giovincelli, al solo pensiero mi viene l’ansia!

Buon trasloco a me.

venerdì 17 agosto 2018

Accoglienza: qualche spunto

Un anno fa proprio in questi stessi giorni muovevamo i primi passi a Stoccolma e soprattutto i primi passi alla Stockholm International School. Lì muovevamo io e Camilla, in modo diverso, ma negli stessi spazi e guidate dalle stesse solide mani.
Certo eravamo entrambe abbastanza abituate al cambiamento da non aver per forza il bisogno che qualcuno ci desse le chiavi di lettura della nostra nuova vita svedese su un piatto d’argento, ma eravamo ben contente entrambe di vedere davanti a noi facce sorridenti, mani tese e voglia di condividere piccoli spunti sulla vita svedese.

Da quando giro il mondo penso di essere diventata ormai una buona professionista nell’installarmi senza sbattere troppo il naso su incognite e novità spiazzanti, ma certo pur avendo in tasca il mio piccolo libretto di istruzioni del perfetto expat, ho anch’io bisogno di due dritte date così con il sorriso per sentirmi subito parte di un tutto.
Quando arrivai in Giappone dalla Francia apprezzai tantissimo l’accoglienza per le nuove famiglie organizzata intorno alla scuola,  caffè per quartieri, attività di scoperta della città, tante piccole attività necessarie in un mondo che per un non giapponese nei primi passi poteva sembrare ostico e quasi alieno.
Quelle mani tese quei primi giorni  mi hanno veramente aiutata tanto che a mia volta l’anno successivo sono entrata a far parte di quel sistema occupandomi dell’accoglienza dei nuovi. In un Paese così culturalmente distante accogliere e aiutare nei primi momenti è estremamente importante, è facile sentirsi un po’ “persi” quando il mondo intorno è difficilmente penetrabile e non  solo dal punto di vista linguistico. Avere qualcuno che spiega, aiuta e da le prime chiavi di lettura del nuovo che ci sta intorno facilita quei primi momenti in loco che già di per sé possono esser complicati. costruire una comunità intorno alla scuola è estremamente importante per sentirsi parte di un qualcosa, per sapere che in qualsiasi momento sitroverà appoggio e anche spalle sulle quali appoggiarsi se qualcosa non va.
Negli anni e nei Paesi successivi ho sempre apprezzato di essere accolta da una scuola calorosa e desiderosa di creare una vera e propria comunità. E sono sempre stata super attiva in questo processo una volta ritrovati i miei punti di riverimento, ho messo con piacere le mie conoscenze acquisite sommate ormai alla mia plurima esperienza per chi arriva e si chiede ma dove sono finito!
Devo dire che qui a Stoccolma l’accoglienza è veramente stata grandiosa e ha corrisposto alle nostre aspettative. Abbiamo scelto questa scuola, preferendola ad altre internazionali presenti in città proprio perché era quella che dalla prima visita corrispondeva alle nostre richieste, al di là del curriculum internazionale il numero di espatriati che la frequentano, e questo non per ritrovarsi in un ghetto di expat coccolati e viziati, ma semplicemente in un ambiente che cambia e che sa accogliere e salutare proprio per la peculiarità di essere una scuola di esseri vaganti come noi. A questo si aggiunge il fatto di essere una scuola molto di stampo americano nel suo modo di essere, con il grosso pregio di voler creare una community della quale sentirsi parte, insomma il famoso spirito da felpone con il nome della scuola a caratteri cubitali.
Ecco un anno dopo questa calorosa accoglienza è ancora una cosa che mi entusiasma e piace.
Ma in pillole in che cosa consiste?
-Un sistema di buddy family, famiglie vecchie alle quali vengono attribuite famiglie nuove, cercando di seguire punti comuni, età dei figli, Paesi di origine, lingue parlate, interessi vari.
L’anno scorso ci fu attribuita una famiglia californiana con tre figlie di cui la maggiore della stessa età di Camilla, quest’anno famiglia tedesca portogehese che arriva dal Belgio con il francese e l’inglese come lingue dominanti tra le due figlie di cui una in classe con Camilla.
Le famiglie vecchie e nuove decidono individualmente come procedere nel contatto reciproco, scambi di email, un caffè, un aperitivo.
Due giorni prima dell’inizio viene organizzata una merenda nel parco vicina a scuola dove vecchi e nuovi si incontrano e si creano simpatiche sinergie. Così ho incontrato l’anno scorso un adorabile italiana in fila dietro di me nell’attesa di scrivere il proprio nome sull’etichetta, e non ci siamo più lasciate!
-un welcome to Sweden meeting dove divisi in gruppetti si viene iniziati alla vita svedese, con un tutto quello che avreste voluto sapere sulla Svezia e non avete mai osato chiedere! Utile e ben organizzato, dovrebbe esserci sempre!
-tantissimi club per tutti i gusti e i desideri per gli adulti, dalla marcia alla lettura, dalla cucina allo yoga, dal badminton alle uscite alla scoperta dei ristoranti cittadini. La lista è lunghissima e sicuramente ogni attività aiuta i partecipanti a ricostruire relazioni in fretta e anche seconda i propri interessi.
-una fantastica guida edita dal PTA della scuola con indirizzi vari, idee di uscite, insomma il Bignami della vita svedese, un piccolo concentrato in pillole!
-il coinvolgimento delle famiglie e dei genitori in tutti i tipi di attività che ruotano intorno alla scuola, dall’aiuto in biblioteca, alla partecipazione ai vari eventi proposti dalla associazione dei genitori (PTA)
Le varie attività poi non sono solo in orario diurno, ma anche la sera, in modo tale da poter coinvolgere anche chi lavora.
L’anno scorso integrarmi a Stoccolma è stata una passeggiata, dopo due settimane dall’inizio della scuola avevo già un’agenda piena di eventi, psicologicamente importante per sentirmi parte di una nuova realtà...
E quest’anno? Beh faccio parte delle vecchie ormai, di quelle che danno due dritte, che accolgono con un sorriso, che cercano di trasmettere quel calore necessario i primi giorni quando tutto sembra complicato, condito ancora di più dal fatto che tutti hanno paura del freddo e del buio... no no tranquille dico io, Stoccolma d’inverno è magica, sono sopravvissuta e sono anche pronta ad affrontare un secondo inverno, e poi ci siamo tutte noi per rendere meno complicato l’installarsi!

Il potere dell’accoglienza

giovedì 9 agosto 2018

L’estate sta finendo ....

L’estate sta finendo, ma fa sempre caldo, caldissimo a Stoccolma. Che estate strana con temperature da sud Europa in un Paese che non è assolutamente abituato a gestire trenta e più gradi per settimane di fila.
Le giornate si stanno sensibilmente accorciando, il sole non fa più capolino alle tre del mattino, anche se l’alba è sempre ancora troppo presto e la sera si passeggia ancora a lungo negli ultimi stralci di luce.

La città si è nuovamente riempita, ristoranti e e negozi escono fuori dal letargo nel quale sono sprofondati dopo midsummer, riprendono ritmi di vita normali, la settimana prossima incomincia la scuola.
Camilla è pronta per tornare sui banchi, le grandi hanno ancora qualche settimana prima di riprendere il volo per New York, Paolo ha ripreso ormai a capofitto, i suoi soliti viaggi, i suoi soliti orari... 
La prossima settimana tutto riprenderà a scorrere immerso nel ritmo che gira intorno alla scuola, vacanze comprese.
E intanto per noi si prepara l’ennesimo trasloco, dalla casa numero otto a quella numero nove. 1800 e poco più metri separano l’una dall’altra, ma strade diverse, quartieri diversi. Lo sapevamo già arrivando in questo bell’appartamento che non sarebbe stato per noi quello definitivo, bello, certo, ma non adatto ad una famiglia che ogni tanto si ritrova ad essere in cinque, tagliato in modo strano, con un indiscusso fascino e spazi comuni enormi ma non pratici. Lo sapevamo che ci saremmo sottoposti rapidamente ad un nuovo esercizio di trasloco, tanto per non perdere l’abitudine! 
E così eccoci immersi nei piccoli preparativi che precedono uno spostamento, quell’aprire frenetico di cassetti e armadi per controllare che al momento opportuno non vengano imballate cose che si meriterebbero destinazioni diverse, tipo la pattumiera.
In un anno non si accumula tantissimo, soprattutto quando si sa che si traslocherà di nuovo, ma si accumula comunque.
Nel frattempo sono iniziati i lavori nella nostra nuova casa, e mi piace fare avanti e indietro per vedere come proseguono, un muro che prende vita, una parete che rivive di nuovi colori. Mi piace già il nostro nuovo appartamento, mi piace nel suo modo di essere tagliato, nel suo salone dai volumi tondeggianti, nella sua cucina luminosa. So che questo mi mancherà con i suoi soffitti incredibilmente elaborati, il suoi essere confuso nella planimetria, il suo parquet scricchiolante.
Ci si affeziona ad ogni appartamento, ad ogni casa, ad ogni nuovo spazio. Nel giro di poco diventano i nostri spazi e che li si ami immensamente o in modo più moderato, lasceremo lì per sempre una parte di noi.
Anni fa scrissi un post proprio sui sentimenti che si provano quando si chiude una porta per aprirne un’altra, sul cosa si chiude dietro quella porta, anni di vita vissuta, anni di crescita, anni di amore che evolve, di esperienze.
Allora stavamo per lasciare la banlieu parigina alla volta della Baia di San Francisco, per quello che è stato uno dei nostri più grandi salti nel vuoto, quello che sicuramente ci ha dato il gusto del rischio, senza il quale forse non ci sarebbe mai stato questo atterraggio a Stoccolma. Oggi ci muoviamo di qualche isolato, dopo solo 12 mesi tra queste quattro mura, ma 12 mesi importanti in cui abbiamo gestito stress e festeggiato successi, in cui abbiamo imparato a vivere in tre, riassestando certi equilibri, in cui ci siamo ri-impossessai di una vita europea che ci piace immensamente.

La casa numero nove ci aspetta, siamo pronti a chiudere un’altra porta, ma nel nostro album dei ricordi si sommerà alle altre e rimarrà sempre nitida e presente nelle sue forme e nel suo essere stata casa nei nostri primi mesi svedesi.

sabato 4 agosto 2018

Una settimana alla svedese.

L’idea era quella di un’esperienza non svedese, ma da svedese! Spiego meglio. Da mid summer in poi le città in Svezia si svuotano, Stoccolma assume sembianze che neanche Torino a ferragosto. Dove vanno tutti? In vacanza certo: stazioni e aeroporti funzionano a ritmo sostenuto, con il caos per nulla nordico che ne consegue.... ecco la Svezia d’estate sembra l’Italia ad agosto e tutto incomincia a funzionare alla carlona, proprio come da noi.
E quando non vanno in vacanza in Paesi esotici o nel caldo del sud Europa dove vanno gli svedesi? Migrano nelle loro summer house, oasi di pace a distanza variabile dalla città.
La summer house è l’analogo della  casa in Liguria per i torinesi, solo che per varie ragioni climatiche alla summer house si va nei mesi più caldi, e in quanto a calore quest’anno siamo stati tutti accontentati qui su al Nord.
L’idea di concludere la nostra parentesi vacanziera con una settimana alla svedese è venuta a
Paolo ed è stata accolta con entusiasmo in famiglia, e forse anche un po di incoscienza, nel senso che quando a maggio abbiamo affittato la casina a due passi dal mare non sapevamo che la Svezia sarebbe stata travolta dall’estate più calda degli ultimi cent’anni e che non avremmo rischiato di scannarci in pochi metri quadri immersi nel nulla con maglioni e pioggia battente...
Abbiamo avuto direi doppia fortuna, da un lato siamo fuggiti al caldo terrificante della città, e dall’altro abbiamo non solo evitato i maglioni ma anche goduto i piedi a mollo di temperature da sud Italia, con connesso venticello marino, che rende tutto più sopportabile!
In realtà le premesse prima della partenza non erano un granché. In primis Paolo che avrebbe dovuto fare avanti e indietro per la settimana, raggiungendoci dopo l’ufficio sulla terrazza baciata dalla brezza marina, è invece partito per godersi il caldo asiatico, riuscendo ad approfittare solo il primo week end della nostra immersione svedese. Secondo le previsioni del tempo davano temporali a gogò, il che mi faceva leggermente tremare... l’idea di ritrovarmi chiusa in casa in mezzo al nulla tra un temporale e l’altro con il mio trio urlante e protestante, superava le mie forze post vacanza rilassante e pre trasloco!


Invece il tempo è stato fantastico, sole splendido e caldo a volte eccessivo ma non lamentiamoci...
E la natura svedese ci ha conquistate, eravamo immerse nel verde, lontano da negozi, traffico, rumore. Le nostre giornate sono state all’insegna del no stress, sveglia quando volevamo, mattinata al solito pontile tra tuffi, bagno e tonnellate di libri, pranzo sulla terrazza, relax, ritorno al mare.
Pochissima gente, tutti svedesi, un po’ incuriositi da questa mamma con tre ragazze parlanti un miscuglio di lingue, qualche domanda incuriosita, cenni del capo e sorrisi:il nostro giro del moletto insomma.

La sera una passeggiata a osservare il tramonto con le varianti del rosso che scemavano nel mare. Tante chiacchiere guardando il cielo che pian piano diventava scuro.


Siamo state immerse nel mondo di Pippi Calzelunghe per una settimana e siamo veramente state contente, grazie mamma mi hanno detto le ragazze ieri sera, è stata una bellissima idea... ecco loro abituate a viaggiare, vedere posti nuovi, vivere nel caos, hanno gioito quanto me di questa pausa semplice e bucolica...

giovedì 2 agosto 2018

Torino Arlanda, via Milano, 1 agosto 2017

Un anno fa osservavo le valigie allineate nel corridoio di casa di mia mamma. Bevevo il mio caffè dopo una notte inframmezzata da risvegli, come tutte le notti prima dell’inizio di una nuova avventura. Gli Stati Uniti, la California, Los Altos e Alvarado Avenue erano ormai lontani, coperti dai ricordi di vacanza e dalle ansie del chissà come sarà. La Svezia mi aspettava.
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Ho svegliato Chiara e Camilla, super eccitate e fatto entrare a forza il gatto nella sua sacca da viaggio, si è opposta come sempre con tutte le sue forze, ma io come sempre ho avuto la meglio. Ho addentato una nastrina, condizione necessaria per affrontare un treno e un aereo e forse, nonostante l’abitudine, anche per darmi quel po’ di coraggio che non guasta mai. Il grosso è fatto ripetuto come un mantra tra Torino e Linate, forza dai ne hai fatti di salti, non sarà mica questo il più duro! ne hai aperte di porte, e alla fin fine sei sempre stata felice.
C’era un caos indicibile all’aeroporto, il primo di agosto è giorno di partenze, il primo di agosto sembra che di colpo le città si svuotino e aeroporti e stazioni si riempiano ai limiti della loro capienza, e della nostra pazienza.
Valigie allineate davanti al check in, la gatta inquieta cercava di roteare su se stessa con incerto successo, guardandomi attraverso gli spiragli della sua temporanea prigione con occhi spaventati ( credo pensasse ma che palle, ma quando finirà questo continuo andare, questo eterno viaggiare)
Era primo pomeriggio quando siamo arrivate ad Arlanda, noi tre, le valigie, il gatto, le nostre ansie, un po’ di paura, un pizzico di sana follia che sempre ci accompagna ad ogni spostamento.
Rapidamente il taxi ha caricato il mio bagaglio dimpemsieri e ci ha depositate sotto casa, o forse dovrei dire sotto una casa, quella che per il momento non era mia, quella dalla quale sono sbucati sorridenti Paolo e Federica il nostro comitato di accoglienza già in loco.
Sono salita in quello che doveva essere il nostro appartamento, ma che non lo era, perché non puoi sentir tuo un qualcosa che scopri lì per lì... ci vuole tempo, ci vogliono giorni, ci vogliono ricordi che si accumulano, risate e liti per rendere un posto il tuo e non uno tra tanti.
Poi siamo usciti lasciando il gatto fare un giro di quelle stanze vuote, anche lei doveva capire, impossessarsi dei luoghi, sentirli suoi.
Abbiamo cenato in un buon ristorante, e osservavo i visi sorridenti delle mie ragazze e di mio marito, tutta la positività dell inizio di una nuova avventura, la mia ansia però era sempre lì, complice anche un’estate ben lungi dall’essere rilassante, come tutte le estati dei traslochi, e il pensiero che da lì a poche settimane anche Chiara avrebbe preso il volo e avrei dovuto gestire anche questa nuova separazione, oltre a tutto il resto.
Oggi un’anno dopo abbiamo in tasca le chiavi del nostro nuovo appartamento, tra poche settimane ci sottoporremo ad un nuovo trasloco, ma muoversi di qualche isolato, quasi non vale come trasloco. Oggi Stoccolma è casa e non una di quelle che tolleri e ti fai andare bene perché non hai scelta, è una casa che ci è entrata nel cuore, dove adoriamo vivere, di cui amiamo ogni sfumatura. Dopo 12mesi mi fa ancora stupire e battere il cuore, dopo 12mesi atterro ad Arlanda e sono felice.
L’estate è stata sicuramente più rilassante della precedente, le ansie sono volate via, Chiara riprenderà il volo anche in questa fine estate, come Federica, e va bene così, loro da quella parte dell’oceano, noi qualche migliaia di chilometri più in là, loro nella cucina arancione nell’est village e noi in quella bianca di Ostermalm, ma non mi spaventa più.
Cammino con le mie chiavi in tasca, sono le mie, cammino in una città che conosco, dove so muovermi, dove ho i miei  punti di riferimento e dove in un anno ho disegnato una vita che mi corrisponde.

Questa sera tornerò a dormire nella casetta sul mare che ci ospita in questi giorni per l’ultimo stralcio di vacanza, ci tornerò con le mie chiavi in tasca e la consapevolezza che sono estremamente fortunata, anche qui al nord non è stato difficile sentirmi a casa, alla fin fine basta sapere scegliere se voler essere felici o passare il tempo a cercarla la felicità!