sabato 23 giugno 2018

Gita a Torino

Mi sono “regalata” una gita fuori programma a Torino, di quelle toccate e fuga che noi expat viviamo sempre con un po’  di apprensione, il dover rientrare al di là di una vacanza stabilita per un problema, un incidente. Per fortuna tutto è bene quel che finisce bene, una bella vite nella spalla della mia mamma per ridurne la frattura e un braccio fuori uso per qualche settimana.
Eccomi atterrare a Caselle grazie al nuovo collegamento diretto con Stoccolma Arlanda, mi fiondo ai taxi e, senza grandi sorprese, ne passo cinque prima che il sesto accetti il mio unico mezzo di pagamento, la carta. Venendo da un Paese che ha praticamente abolito i contanti la cosa mi stupisce non poco, pur conoscendo l’andazzo conservo sempre la speranza che tra un soggiorno e l’altro qualcosa cambi.
Arrivo di fronte all’ospedale, un misto di sentimenti legati ai ricordi di 15 anni prima che fanno capolino di fronte all’ingresso, i corridoi, le stanze uguali nel loro disegnarsi lungo il corridoio. Era agosto allora, faceva caldo, fa caldo anche adesso. Nessuno mi chiede nulla. Salgo in camera abbraccio la mamma sorridente  e direi abbastanza in forma, nonostante tutto.

Mi scontro con bruscherie e cafonaggine del personale ospedaliero... capisco che siano forse in numero ridotto, ma una parola gentile non guasta mai e non costa nulla. Constato che l’umanità non è di casa, non lo era 15 anni 
prima.
L’ospedale nel week end sembra un porto di mare, gente  
che va e viene, nessun controllo all’ingresso. Mia mamma mi dice che le hanno detto di far attenzione al portafoglio, ci sono dei furti nelle camere...certo penso, tutti possono entrare, gli addetti alla reception chiacchierano tra di loro, non una domanda.
Mi siedo sul letto della mamma a chiacchierare con lei, vengo redarguita come se avessi cinque anni da un’infermiera, non ci si siede sui letti, i letti sono dei pazienti, il tono è tutt’altro che cortese, le rispondo alzandomi e dicendo che non avevo altro posto, non c’è sedia. Mi guarda scazzata  bofonchiando qualcosa contro i parenti, le visite, esprimo ad alta voce il mio pensiero: “però poi fa comodo avere un parente al capezzale del malato, altrimenti per tagliare le due fette di arrosto mia mamma,monca di un braccio, avrebbe dovuto chiamare aiuto” ( e diciamo che le due fette di carne intere portate ad un paziente con un braccio fuori uso mi hanno lasciata alquanto perplessa).
Ne approfitto per passeggiare un po’ in città, attraverso il centro da una parte all’altra, cammino lungo il Po, piazza Vittorio, faccio attenzione a dove metto i piedi, i marciapiedi sembrano zone di guerra, un buco dietro l’altro, un percorso ad ostacoli. Per fortuna ho occhi buoni e gambe solide.
Guardo la mia città, sempre splendida con le sue piazze meravigliose, i suoi palazzi eleganti, il fiume che la lambisce silenzioso e regolare. Una bella signora che fu vivace ed elegante e che adesso è la pallida immagine di un tempo che fu. Le strade sono sporche, sotto i portici di via Po l’odore di pipì mi entra nelle narici, guardo le facciate dei palazzi, sporche e mal tenute, i tag si susseguono senza senso e senza bellezza
Guardo Torino con il cuore di chi sa vederla com’era e come non è più. Passo davanti al mio vecchio liceo, sfioro Palazzo Nuovo che sembra essersi regalato una seconda giovinezza, ammetto che provo un po’ di rabbia.
La mamma è dimessa, tutto è chiaro nelle parole del medico, la cura da seguire a domicilio, i futuri appuntamenti, gli altri da prevedere. Chiamo per fissare un paio di altre visite e vengo trattata con una maleducazione indecente, sto calma e non mi agito, ancora una volta la parola gentile non esiste, me ne faccio una ragione. 
Sono un po’ triste di ripartire con un immagine di città allo sbaraglio, l’amico che gentilmente voleva portarmi all’aeroporto è bloccato in collina da un senso unico alternato causa lavori stradali per coprire buchi, lavori fatti di giorno quando il traffico funziona regolarmente. Salgo al volo sul taxi per non perdere il mio volo, chiedo timidamente una volta a bordo se posso pagare con la carta, incrocio le dita, si sì l’accetto mi dice il taxista, come se mi facesse un favore... respiro e mi appoggio allo schienale. Vedo sfilare Torino, la città che sempre “vendo” agli amici stranieri, con la sua eleganza sabauda e le Alpi a farle da cornice, forse per un po’ sarò meno entusiasta nel descriverla e più realista... 
immagine di un’italia allo sbando che anziché cercare come sempre le colpe al di fuori di se stessa, dovrebbe farsi un piccolo esame di coscienza e smetterla di rovinare ciò che ha di bello! 

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