sabato 30 giugno 2018

il delicato esercizio della tolleranza....

Ma dove sta andando il nostro Paese?
Basta aprire il giornale per assistere ad una deriva razzista senza precedenti... il ragazzino omosessuale aggredito dai compagni e dal professore, la bambina di colore trattata da negra da un gruppetto di coetanei, l’odio sempre più crescente verso chi arriva in Italia nella speranza di regalarsi non tanto un futuro migliore, quanto semplicemente un futuro...
Certo le dichiarazione di chi sta in modo strampalato cercando di governare l’Italia indubbiamente spingono in modo violento a queste esternazioni e manifestazioni di odio nei confronti delle differenze, che siano di colore, di orientamento, di credo.... ma com’è possibile nel 2018 che le mentalità siano talmente arretrate da non saper vedere oltre il come siamo noi, senza voler capire che nella differenza sta la ricchezza, che nel mondo multiculturale troveremo le chiavi giuste per continuare a crescere, che nel confronto con pensieri e modi di vita diversi dai nostri sta il bello?
Sono felice di essere all’estero, sono felice di aver fatto crescere le mie figlie in un mondo che non giudica per il colore della pelle o per chi e come si ama, sono orgogliosa dell’apertura mentale che vedo intorno a me e di come proprio la differenza che ci sta intorno ci abbia insegnato ad essere migliori.
Sarà che da 21anni siamo noi gli immigrati, noi quelli che parliamo una lingua diversa, noi quelli che abbiamo l’aria da straniero e la pelle di un altro colore, noi quelli che goffamente cerchiamo di integrarci, assimilando culture lontane dalla nostra... un esercizio che ci ha insegnato molto:  la capacità di accogliere chi non è uguale a noi, il non giudicare chi vive in modo diverso, il non pensare che il nostro modello di famiglia sia il migliore, che il nostro paese sia il più bello,  che il nostro cibo sia l’unico degno di nota, che l’educazione che abbiamo ricevuto e che diamo sia la sola possibile... vivere come stranieri apre la mente, vivere  con intorno lingue e culture diverse ti spinge al delicato esercizio della tolleranza, vivere osservando mondi che evolvono anni luce da quello al quale è abituati ci fa capire che non esiste un solo modo di vivere ma tanti.
La ricchezza del mondo sta nella differenza, il mondo è di mille colori, con mille intonazioni e con 
modi diversi di sperare e di amare... spieghiamolo a quei quattro personaggi intellettualmente miseri che stanno solo fomentando l’odio e portandoci indietro ad epoche tristi e buie...

venerdì 29 giugno 2018

L’ultima notte, un anno dopo...

Un anno fa mi svegliavo per l’ultima volta in Alvarado Avenue, bevevo il mio ultimo caffè nel mio bel giardino, non sapevo ancora che avrei avuto davanti una giornata ben più lunga del previsto. Mi svegliavo sapendo che la notte successiva la mia casa non sarebbe più stata mia, che gli ultimi cinque anni del mio mondo sarebbero stati ricordi, che chiudevamo nuovamente una porta, tristi e felici nello stesso tempo...
Fu una giornata strana il 29 giugno di un anno fa, strana come tutte le volte che si chiude una porta su una parentesi di vita e ci si deve affacciare sorridenti al passaggio successivo. Come tutte le notti che precedono una partenza definitiva da un mondo  che ci ha visti felici per anni, fu una notte strana, inframmezzata di risvegli a loro volta densi di domande senza risposta o con risposte approssimative... 
L’ultimo giorno di trasloco è sempre frenetico, soprattutto quando si deve chiudere un container di 50m3, c’è sempre una piccola ansia che ci assale, c’è sempre la paura di essersi sbagliati.

Un anno fa per rendere la nostra giornata ancora più speciali ci siamo anche regalati una corsa a Stanford, un’operazione di appendicite d’urgenza,l’ansia che ne deriva. Arrivai alla sera talmente stanca da non avere neanche la forza di piangere quando l’ultimo scatolone si tirava dietro la porta del container, sigillando per sempre i nostri ricordi dentro quattro pareti di latta che avrebbero attraversato mezzo mondo per sbarcare in un posto che oggi chiamo casa ma che allora aveva contorni disordinati e confusi.
Le lacrime arrivarono dopo, forti, intense, necessarie, il 29 giugno 2017 restai di marmo con il sorriso a illuminarmi il volto, come se qualcuno mi avesse detto sorridi così tutto va liscio, sorridi così passerà più in fretta.
Le lacrime arrivano sempre ma non sono dolore, non lo furono un anno fa e non lo furono le volte precedenti, sono però necessarie per ricominciare da capo da un’altra parte.
Mentre correvo tra l’ospedale e la mia casa che si svuotava man mano degli oggetti che l’avevano resa tale, spogliandosi di tutto e mettendo a nudo le mie fragilità, non avevo neppure il tempo di fermarmi a pensare al dopo, ma sapevo che ad un certo punto avrei dovuto fermarmi e chiudere a chiave per l’ultima volta quei cinque anni. 
Non mi sono fermata il 29, quella notte ho appoggiato la testa su un cuscino ben diverso da quello sul quale avevo aperto gli occhi la mattina, non ho sognato perché la stanchezza non  riusciva a lasciare spazio a nulla che non fosse riposo, forse non volevo né fermarmi né sognare per rimanere un attimo solo ancora attaccata al mio passato...
Adesso mi volto e guardo indietro, è passato anno intenso e incredibile, ma riesco ancora a immaginarmi I contorni di quegli spazi , per sempre indelebili e nitidi.
Quando ci penso sorrido, ho chiuso quella porta un hanno fa e ne ho aperta un’altra, e va bene così, questa è la magia di questo eterno spostarsi.


giovedì 28 giugno 2018

Volo con preghiera...

Aeroporto di New York, JFK, lunedì di fine giugno, sono le sette c’è folla e un caos cosmico intorno ai banchi del check in di Norwegian .Ci mettiamo in coda con un occhio l’orologio, il tempo avanza e la fila sembra essere sempre ferma allo stesso punto. Intorno a noi un gruppo enorme di ebrei ortodossi. Scopriremo più tardi diretti a Tel Aviv. Moltissimi uomini, età varia, dai più vecchi con folte barbe ai più giovani con una parte del cranio rasata, i boccoletti laterli, tutti con il capo coperto dai grandi cappelli, pochissimi e solo i più giovani con solo la kippah, gli altri hanno i tipici cappelli neri e portano vistose custodie rigide nelle quali riporli una volta saliti in aeroplano. Hanno lunghi cappotti neri e pantaloni scuri che finiscono a sbuffo. Le donne che gli accompagnano, tre o quattro, indossano visibilmente delle parrucche con acconciature d’altri tempi, gonnelloni lunghi, maniche lunghe. Hanno tutti passaporto americano e parlano in ebraico.
Dopo un paio d’ore tra check in ed immigration ci ritroviamo all’imbarco, il nostro volo è ritardato di mezz’ora, indubbiamente la totale anarchia al check in si è fatta sentire.
Ci installiamo a bordo, solito rito, libro, acqua ... sette ore di volo di notte, l’idea sarebbe dormicchiare un po’.
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L’allegra comitiva di nero vestita si installa intorno a noi, chi  davanti chi dietro, il più anziano è di fianco a me dall’altra parte del corridoio. Si installano faticosamente, tra togli il cappello, mettilo via, mettiti seduto, ecc.... chiudono le porte e come d’incanto si alzano tutti, ( per chi conosce il famoso film francese con Louis de Funes Rabbi Jacob, a questo punto potevamo immaginarci musica e via alle danze). Incominciano a scambiarsi i posti creando scompiglio e di fronte allo steward attonito che prima gentilmente poi sempre meno cortese incomincia ad invitarli a sedersi, alla fine si arrabbia proprio. Okay tutti seduti si parte.
Come posso cerco di dormire  un pochino sono le 23 e la notte sarà breve... in realtà lo è stata molto di più del previsto, anziché un volo silenzioso interrotto come spesso avviene da qualche rumoroso russatore, il nostro silenzio non è mai pervenuto, abbiamo viaggiato accompagnati da preghiere cantate, si a bassa voce ma non così bassa nel spazio angusto di un aeroplano...qua e là qualche velata protesta, la più forte quella di una turista francese più rapida di me nel tentativo di zittirli, la cosa non li ha smossi....
Atterraggio d Arlanda,  chiedono cortesemente di rimanere seduti e di far scendere prima i passeggeri che hanno la corrispondenza per Oslo, tutti eseguono di buon grado dopo sette ore di volo non saranno due minuti in più che ci cambiano, tutti tranne la comitiva diretta in Israele, loro si alzano, 
fuori cappelli e bagagli a mano, scavalcano qualsiasi cosa. Davanti a noi una mamma viaggiava da sola con cinque bambini, scende con i due più piccoli convinta che i tre dietro seguissero... invece i poveri rimangono bloccati dai nostri viaggiatori preganti, ad un certo punto ne blocco un paio e aiuto i bambini a passare, questi fremono il volo successivo li attende... la domanda sorge spontanea, avranno pregato anche lì per tutto il tempo? Forse...
Comunque dopo questo incontro sono andata a leggermi un po’ di informazioni su queste comunità un po’ integraliste  che vivono soprattutto a Brooklyn, interessante, anche se non ho trovato risposta a tutte le stranezze osservate, ho anche fatto ricorso ad un’amica ebrea praticante che però su certe cose non ha saputo darmi risposta...se li ri incrocio in aereo chiederò direttamente a loro!

Comunque a proposito di preghiera Chiara andando a Torino la settimana scorsa era seduta di fianco ad una che ha recitato il rosario tutto il tempo, beh ecco fa un po’ paura o no?

martedì 26 giugno 2018

Se la passione fosse la chiave?

Eccomii rientrata da New York, la mia solita toccata e fuga, ancora più rapida questa volta, ma sempre piacevole. Ho recuperato numero tre che era lì solo il tempo di un corso estivo e ho cercato di godermi qualche momento con numero uno, mentre numero due è in Italia a godersi la nonna in veste di crocerossina!
Ho cercato di rosicchiare un po’ di tempo al lavoro della mia maggiore, non è stato semplice, anzi non è stato, ma va bene lo stesso. L’ ho sentita alzarsi all’alba e l’ho vista rientrare a casa tardissimo la sera, ho colto il suo entusiasmo e la passione in quello che sta facendo, e questo mi ha ripagata del poco tempo passato insieme.
La passione si, passione in un lavoro e negli ideali che l’accompagnano, sembra normale, ma non lo è sempre.


Mia figlia sta lavorando nel team di uno dei candidati democratici alle primarie per il Congresso americano. Quello che è nato come uno stage tanto per fare esperienza, è diventato un lavoro al quale si dedica anima e corpo, senza guardare l’ora, il tempo, la stanchezza, i pasti saltati o consumati in fretta, tra una riunione e l’altra. L’ho ascoltata e osservata facendomi coinvolgere dal grande entusiasmo che sta mettendo in quello che fa, ho visto i suoi occhi brillare... è la sua strada la politica senza ombra di dubbio.
Vederla così entusiasta mi ha fatto riflettere sull’importanza della passione nel lavoro che si fa, della voglia di implicarsi al 100% senza contare i minuti, le ore, i giorni. È importante a 20 anni come lo è a 40 e anche a 60.
Sono cresciuta con un padre appassionato del suo lavoro, che era felice di alzarsi al mattino per andare a lavorare, ho un marito che adora quello che fa e nonostante i ritmi infernali non cambierebbe una virgola, io stessa ho avuto la fortuna di fare sempre qualcosa che mi appassionasse, che mi desse entusiasmo in ogni nostra nuova tappa, ovviamentemi sembra normale che le mie figlie possano affrontare il lavoro con la stessa passione senza pensare alle ore in più, ai week end troppo brevi, alle serate sacrificate. Ma non è così scontato, soprattutto al giorno d’oggi....
Beh sono felice di aver cresciuto una giovane donna capace di tuffarsi a capofitto in quello che fa, con il sorriso e le energie dei suoi vent’anni e con la voglia di dimostrare quello che vale... se la sua generazione fosse almeno in un buona percentuale tutta così saremmo veramente fortunati e davanti a noi il futuro sarebbe roseo e pieno di giovani talenti.... crediamoci ne abbiamo bisogno!

sabato 23 giugno 2018

Gita a Torino

Mi sono “regalata” una gita fuori programma a Torino, di quelle toccate e fuga che noi expat viviamo sempre con un po’  di apprensione, il dover rientrare al di là di una vacanza stabilita per un problema, un incidente. Per fortuna tutto è bene quel che finisce bene, una bella vite nella spalla della mia mamma per ridurne la frattura e un braccio fuori uso per qualche settimana.
Eccomi atterrare a Caselle grazie al nuovo collegamento diretto con Stoccolma Arlanda, mi fiondo ai taxi e, senza grandi sorprese, ne passo cinque prima che il sesto accetti il mio unico mezzo di pagamento, la carta. Venendo da un Paese che ha praticamente abolito i contanti la cosa mi stupisce non poco, pur conoscendo l’andazzo conservo sempre la speranza che tra un soggiorno e l’altro qualcosa cambi.
Arrivo di fronte all’ospedale, un misto di sentimenti legati ai ricordi di 15 anni prima che fanno capolino di fronte all’ingresso, i corridoi, le stanze uguali nel loro disegnarsi lungo il corridoio. Era agosto allora, faceva caldo, fa caldo anche adesso. Nessuno mi chiede nulla. Salgo in camera abbraccio la mamma sorridente  e direi abbastanza in forma, nonostante tutto.

Mi scontro con bruscherie e cafonaggine del personale ospedaliero... capisco che siano forse in numero ridotto, ma una parola gentile non guasta mai e non costa nulla. Constato che l’umanità non è di casa, non lo era 15 anni 
prima.
L’ospedale nel week end sembra un porto di mare, gente  
che va e viene, nessun controllo all’ingresso. Mia mamma mi dice che le hanno detto di far attenzione al portafoglio, ci sono dei furti nelle camere...certo penso, tutti possono entrare, gli addetti alla reception chiacchierano tra di loro, non una domanda.
Mi siedo sul letto della mamma a chiacchierare con lei, vengo redarguita come se avessi cinque anni da un’infermiera, non ci si siede sui letti, i letti sono dei pazienti, il tono è tutt’altro che cortese, le rispondo alzandomi e dicendo che non avevo altro posto, non c’è sedia. Mi guarda scazzata  bofonchiando qualcosa contro i parenti, le visite, esprimo ad alta voce il mio pensiero: “però poi fa comodo avere un parente al capezzale del malato, altrimenti per tagliare le due fette di arrosto mia mamma,monca di un braccio, avrebbe dovuto chiamare aiuto” ( e diciamo che le due fette di carne intere portate ad un paziente con un braccio fuori uso mi hanno lasciata alquanto perplessa).
Ne approfitto per passeggiare un po’ in città, attraverso il centro da una parte all’altra, cammino lungo il Po, piazza Vittorio, faccio attenzione a dove metto i piedi, i marciapiedi sembrano zone di guerra, un buco dietro l’altro, un percorso ad ostacoli. Per fortuna ho occhi buoni e gambe solide.
Guardo la mia città, sempre splendida con le sue piazze meravigliose, i suoi palazzi eleganti, il fiume che la lambisce silenzioso e regolare. Una bella signora che fu vivace ed elegante e che adesso è la pallida immagine di un tempo che fu. Le strade sono sporche, sotto i portici di via Po l’odore di pipì mi entra nelle narici, guardo le facciate dei palazzi, sporche e mal tenute, i tag si susseguono senza senso e senza bellezza
Guardo Torino con il cuore di chi sa vederla com’era e come non è più. Passo davanti al mio vecchio liceo, sfioro Palazzo Nuovo che sembra essersi regalato una seconda giovinezza, ammetto che provo un po’ di rabbia.
La mamma è dimessa, tutto è chiaro nelle parole del medico, la cura da seguire a domicilio, i futuri appuntamenti, gli altri da prevedere. Chiamo per fissare un paio di altre visite e vengo trattata con una maleducazione indecente, sto calma e non mi agito, ancora una volta la parola gentile non esiste, me ne faccio una ragione. 
Sono un po’ triste di ripartire con un immagine di città allo sbaraglio, l’amico che gentilmente voleva portarmi all’aeroporto è bloccato in collina da un senso unico alternato causa lavori stradali per coprire buchi, lavori fatti di giorno quando il traffico funziona regolarmente. Salgo al volo sul taxi per non perdere il mio volo, chiedo timidamente una volta a bordo se posso pagare con la carta, incrocio le dita, si sì l’accetto mi dice il taxista, come se mi facesse un favore... respiro e mi appoggio allo schienale. Vedo sfilare Torino, la città che sempre “vendo” agli amici stranieri, con la sua eleganza sabauda e le Alpi a farle da cornice, forse per un po’ sarò meno entusiasta nel descriverla e più realista... 
immagine di un’italia allo sbando che anziché cercare come sempre le colpe al di fuori di se stessa, dovrebbe farsi un piccolo esame di coscienza e smetterla di rovinare ciò che ha di bello! 

martedì 19 giugno 2018

Midsummer

Quest’anno mi perderò i festeggiamenti di midsummer a Stoccolma, la notte più lunga dell’anno qui è accolta in modo del tutto particolare, giorno di festa, di ritrovarsi in famiglia, e come dicono gli svedesi, terza occasione dopo Natale e Pasqua per rimangiare tutto quell’insieme di piatti che già nel loro elencarsi fanno festa: le aringhe all’onore, in molteplici vesti, come il salmone, crudo o cotto che sia.
Il senso di questo festeggiare è tutto nell’importanza dell’enorme quantità di luce che toccherà il suo apice il 21 giugno. In un Paese in cui l’inverno è lungo, freddo e poco luminoso, e le notti man mano che si sale verso Nord diventano ancora più lunghe e scure, quasi eterne, festeggiare la luce e approfittarne mi sembra una giusta evidenza.
Queste lunghe giornate che rendono le nostre notti primaverili ed estive brevi e mai completamente buie, sono attese con trepidazione da quando al giro di boa del giorno più corto dell’anno i minuti incominciano a rosicchiare  buio offrendoci in cambio cieli sempre più luminosi.
cielo di mazzanotte nel nord della Svezia

Arrivata a fine dicembre un’amica mi disse, il più duro è dietro di noi, da adesso in poi sarà un continuo allungarsi, ogni minuto di luce in più ci regalerà le  energie necessarie per uscire dall’inverno. È vero.
Queste giornate che non hanno mai fine, dove il buio non è mai buio, dove i ritmi del sonno sono completamente stravolti e ci si ritrova alle undici di sera con energie da vendere e abbastanza luce fuori dalla finestra per non aver voglia di chiudere gli occhi e lasciarsi andare a qualche ora di meritato riposo.
Il sole sorge alle 3:29 e ci saluta alle dieci passate, non lasciando il tempo al cielo di tingersi di nero e alle stelle di brillare.
Nel Nord poi non esiste neppure un accenno di notte.
Solo dopo un primo inverno qui, con le luci accese appena dopo pranzo, con la voglia di uscire presto appena il giorno fa capolino per fare il pieno di luce nelle poche ore che la giornata saprà offrirci, solo adesso colgo il senso di questo rinascere entusiasmante e graduale man mano che i minuti di luce si sommano e si arriva all’oggi in cui la notte non c’è.
Partirò da Stoccolma il 20 giugno e so già che qualche giorno dopo quando rientrerò le giornate pian piano si accorceranno inesorabilmente. Saranno certo ancora lunghissime e tiepide, ma anziché contare con entusiasmo i minuti che le allungano, tre o quattro ogni giorno, guarderemo quelli che le accorciano, con forse un po’ di nostalgia, ma anche finalmente con qualche ora di sonno in più da regalarci!

domenica 17 giugno 2018

Su al Nord

Un’anno fa erano le nostre ultime settimane in California a scandire il ritmo delle mie giornate, i giorni del trasloco si avvicinavano inesorabili, avevo l’impressione di vivere ogni istante come se fosse l’ultimo di un qualche cosa. Così era in realtà, a fine giugno di chiudeva la nostra avventura Californiana, il ritmo frenetico della Silicon Valley non avrebbe più fatto parte delle nostre vite, avremmo impacchettato cinque anni di vita e ricordi per tuffarci con un pizzico di follia in una nuova avventura.
Ero contenta di rientrare in Europa, ero eccitata di rituffarmi di nuovo in qualcosa di sconosciuto, attendevo con ansia di scoprire cosa di nuovo ed entusiasmante la mia nuova tappa di vita mi avrebbe offerto.
Eravamo arrivati in California con molte poche sicurezze e tanta follia, cogliendo al volo una proposta che di sicuro ci portava fuori dalla nostra zona di confort psicologico, lanciandoci senza paracadute in qualcosa di rischioso e un po’ pazzo. I primi mesi furono apnea, poi pian piano l’ossigeno tornò ad alimentarci e di colpo appigli e reti di protezione apparvero a rassicurarci e proteggerci. 
Quella sensazione eccitante che solo ti da un’avventura fuori dai sentieri tracciati però ci affascinò non poco e capimmo in fretta che quel tipo di adrenalina lì avrebbe potuto darcela soltanto un progetto altrettanto grandioso e folle, e ancora più grandioso e folle perché era anche il nostro....
Abbiamo lasciato la California incrociando le dita, sicuramente con l’esperienza giusta per riaffrontare quel nuovo salto, con la fiducia in un progetto che da un anno ormai si faceva strada, sempre meno insicuro, sempre più accompagnato dall’entusiasmo crescente.
Ieri in una cittadina sperduta nel nord della Svezia, quelle in cui il sole d’estate non tramonta mai, quelle in cui d’inverno la neve avvolge per mesi tutto, ieri ho capito come quel nuovo salto nel vuoto, quel nostro folle spostarci, sradicarci, trovarci sempre a ricostruire il tutto abbia un senso, il senso era lì davanti a me, un’equipe entusiasta di giovani che credono in quello che fanno, un’audience che crede che un futuro migliore per i nostri figli e per i figli dei nostri figli passi anche attraverso ai rischi di uomini così che vogliono cambiare il mondo con entusiasmo e passione.
Il futuro dell’energia ha fatto grandi passi oggi, passi importanti per rendere questo mondo migliore e sempre più vivibile!

Grande Northvolt!

sabato 9 giugno 2018

Crescere

Ormai la mia vita è un continuo susseguirsi di arrivi e partenze, tre figlie quasi grandi, due che studiano a diverse migliaia di chilometri da casa, la voglia di scoprire e partire che ci appartiene da sempre, un mix che mi regala continue emozioni di saluti, abbracci, momenti in cui ci si ritrova, ci si separa, ci si guarda scuotendo la mano un’ultima volta.
Camila ha preso il volo per New York, da sola, l’attendono due settimane di interessanti corsi per studenti liceali, ( questo ), oltre che sua sorella maggiore che per i primi giorni si occuperà di lei!
La guardo allontanarsi sicura attraverso i controlli di sicurezza, si volta un paio di volte, mi sorride, disegna nell’aria un cuore con le mani, ha l’aria di chi sa come muoversi, sa cosa fare, non ci sono insicurezze nei suoi gesti, ha sempre preso aerei, da piccolissima voleva fare la hostess, la hostess della compagnia giapponese Ana, per anni l’ha ripetuto come un mantra, poi ha cambiato idea, ma gli aerei e i viaggi fanno parte di lei.

Ha 16 anni e tutte le insicurezze dei suoi anni, ma ieri guardando le sue spalle allontanarsi, mi sono detta che è diventata grande anche lei, che questo anno a Stoccolma è stato l’anno del cambiamento, un anno speciale, particolare, in cui ha tirato fuori le unghie per rimanere a galla, in cui nonostante il fatto dei essere sola con noi, in un Paese nuovo, è stata brava, ha cercato di essere positiva, ed è maturata. succede cosi, vanno a letto la sera e la mattina di colpo te li ritrovi davanti quasi grandi.
Questo viaggio, questo corso, sono un po’ un premio per essere stata ancora una volta capace di adattarsi, di cogliere il grosso challenge di un nuovo cambiamento, di un nuovo atterraggio, di un nuovo confronto con un mondo da scoprire, dell'essere un po' figlia unica nel quotidiano, dopo essere sempre stata la piccola di casa.
La guardo partire, lei come le sue sorelle prenderà il volo sicura, arriverà in fretta il momento, non ho paura, so che lei sarà pronta e lo saremo anche noi, lo capisco quando si volta e mi sorride prima di sparire definitivamente nei corridoi di Arlanda, lo capisco osservando i suoi gesti, lo capisco vedendo la sicurezza con la quale cammina, lo capisco ascoltando me stessa  serena che l’osservo lontano testimone del suo crescere.

giovedì 7 giugno 2018

Allenarsi all’aperto

Quando sono arrivata a Stoccolma 10mesi fa e ho incominciato a muovere i primi incerti passi nella mia città, come sempre sono stata colta dalla voglia di fare e scoprire, spinta dalla scarica di adrenalina tipica dei nuovi arrivi.

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Ero appena atterrata in un Paese tutto da scoprire e volevo il più rapidamente possibile ricostruire punti di riferimento e una vita sociale degna di questo nome. La scuola mi ha aiutata tantissimo, con il suo ambiente super accogliente e le mille attività proposte... mi sono buttata a capofitto in tutto quello che c’era da fare, ripetendomi molteplici volte che i primi passi sarebbero stati fondamentali, che nelle prime settimane mi sarei giocata il tutto... cosa vera in parte, se ben si comincia si dice si è a metà dell’opera, e in espatrio ancora di più, anche se poi si ha sempre il tempo di migliorare il tiro.
Comunque tutti i club proposti sono diventati i miei, tutte le attività sportive, i pranzi, le. End hanno incominciato a riempire la mia agenda, offrendo i mille occasioni di conoscere gente.
Tra le varie cose un po’ titubante mi sono iscritta ad un boot camp, una di quelle attività sportive all’aperto con ogni tempo e in ogni stagione. La titubanza era dovuta soprattutto al fatto che dopo 5 anni di California, con annesso e connsesso tempo bello e attività a gogo sotto il caldo sole, lo sport all’aperto e la SVezia mi sembravano due entità inconciliabili.
Ho iniziato d’estate quando il sole ancora tiepido mi dava ricordi non lontane di passeggiate intorno a Palo Alto. Ho proseguito in autunno, incominciando a indossare vestiti più caldi, pantaloni più lunghi, guanti appositi, non ho ceduto davanti alla prima neve che ha fatto capolino ancor prima dell’arrivo dell’inverno, trovando quasi divertente l’allenarmi all’aperto quando i fiocchi sembravano cotone e si accumulavano sul mio giaccone invernale. Sono uscita di casa con il buio e le temperature gelate, per i lunghi mesi invernali, puntuale ogni martedì, dicendomi dai vai, che poi sei contenta è così è stato. Ho incominciato pian piano a togliere strati pesanti, mano mano che l’inverno lasciava spazio alla primavera, ho inseguito il sole perché mi scaldasse un pochino quando i suoi raggi timidi si sono fatti più forti... ho indossato nuovamente i pantaloncini in questo maggio fenomenale appena concluso...e ieri ho partecipato all’ultimo allenamento prima della pausa estiva, con un po’ di
tristezza, come sempre quando qualcosa di bello finisce, con un po’ di magone, per questi 10 mesi filati troppo in fretta...
Sono sopravvissuta a questi 10 mesi di allenamento nonostante tutto, nonostante i timori iniziali, il terrore del freddo, la paura dei piedi ghiacciati, l’idea di allenarmi sotto un cielo plumbeo, ben lontano dal mio blu California. Ho attraversato 4 stagioni, senza fatica e con molto entusiasmo, non vedo l’ora di ricominciare, adesso so che tutto è possibile!
Starò diventando un po’ svedese?

domenica 3 giugno 2018

Generazioni...


4 generazioni oggi, 4 generazioni che si osservano, si intrecciano, si trasmettono amore.
Siamo 4 generazioni adesso, il più piccolo osserva con dei grandi occhi vispi questo nuovo mondo da poco più di 48 ore ma fa già parte di noi, della nostra famiglia.
Di colpo loro, i ragazzi, diventano quasi un po’ più grandi e noi, gli adulti, un filo più vecchi.
24 anni fa ho provato una delle emozioni più grandi tenendo in braccio sua mamma, la mia prima nipotina, è stata lei ad aprire le danze della generazione numero tre, e oggi è lui il primo a puntare il naso e a dare il senso giusto a questa vita, un susseguirsi di generazioni, di esperienze, in cui l’amore si intreccia, diventa più grande, aumenta con il ritmo degli anni e delle stagioni.
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Cos’è la cosa che più mi colpisce di questa nuova valanga di emozioni? Non tanto il pensare che quella bambina nata a Londra 24 ani fa oggi sia mamma, quanto vedere che l’altra di bambina, quella con la quale sono cresciuta io, quella che speravo in segreto sempre di raggiungere in età, quella con la quale ridevo a crepapelle sotto le coperte, quella con la quale giocavo all’equilibrista la sera, mai stanche, mai sazie di vita, quella che mi insegnava a fare le firme false o copriva i mie 4....beh ecco lei oggi è nonna e questo mi fa strano, mi dico che il tempo è passato in fretta, che abbiamo costruito ricordi insieme, che poi la vita con il suo ritmo e i nostri mille spostamenti ci ha portate lontane, che il mondo in cui siamo cresciuto è sempre più diverso, che ogni tanto sarebbe bello ritornare ad essere quelle due bambine lì, ma che poi è bello essere quelle di oggi, con i nostri ragazzi ormai grandi e questa nuova generazione che da il senso alla vita.
Emilio, sei il primo,  ce ne saranno altri in futuro, ma come la tua mamma è stata la prima, oggi è il tuo turno, adesso scruti il mondo con i tuoi grandi occhi vispi, ogni giorno sarà una scoperta, ogni giorno farai passi da gigante, in un attimo sorriderai alla vita, ai visi che ti restituiranno il sorriso chinati sulla tua cullina, ti prenderai mille coccole da bisnonne, nonni, zii, cugini. Poi imparerai a guardare il mondo mettendoti in piedi sulle tue gambette instabili e pian piano ti avventurerai a scorprirne angoli, con stupore e entusiasmo. Diventerai grande, giorno dopo giorno, scoperta dopo scoperta,  cosa ti auguro? Che la vita sia una grande avventura, di affrontarla sempre con entusiasmo e curiosità, senza non si va lontano, di circondarti d’amore perché l’amore è il motore del mondo, di arrabbiarti e gridare quando non ti va bene qualcosa, meglio gridare e arrabbiarsi che subire in silenzio, di mantenere sempre lo sguardo stupito dei bambini, stupirsi di fronte ai piccoli dettagli quotidiani aiuta a prendere la vita un po’ meno sul serio, di ridere a crepapelle, perché l’allegria è l’arma giusta per affrontare la vita. Ti auguro di esssere felice sempre, di cercare la felicità ad ogni costo, di saper dire ti amo a chi ti sta intorno, di abbracciare e coccolare le persone che ti vogliono bene, di sorridere, di arrabbiarti, di pianger se qualcosa non va, di essere sensibile e commuoverti di fronte a quanto di bello la natura ci mette davanti, un arcobaleno dopo un temporale, il sole che tramonta nel mare infinito, un gattino che nasce, il pianto di un bambino....
Ti auguro di realizzare ogni piccolo sogno, di scoprire il mondo, di stringere mani, di sdraiarti in un prato e immaginare forme nelle nuvole, di vivere a cento all’ora perché ne vale la pena...
Buona vita cucciolo, non vedo l’ora di commuovermi a stringerti tra le braccia...
La zia Giulietta (prozia è un po’ lungo!)