sabato 28 aprile 2018

riflessioni da risveglio.

Ieri è stato di nuovo uno di quei giorni che ti fanno andare a letto con il sorriso. Ieri ho ripensato a tutte le scelte fatte in questi ultimi due decenni, a tutti quei piccoli passi, scommesse, rischi presi che ci hanno portati fino qui.
Ieri una persona mi si è avvicinata, si è avvicinata a me e alla moglie del socio di mio marito, e ci ha detto grazie. Grazie per essere dietro di loro, grazie per sacrificare un po' della nostra vita familiare per permettere loro di essere le guide di questo grande progetto. Grazie per i week end che saltano, per le cene tardi e le sveglie che suonano ad orari antelucani per prendere aerei sempre troppo presto e troppo lontano. Grazie per accolarci il peso di tutto il resto per fare in modo che loro serenamente possano guidare questa società verso il successo.
Ecco sono parole che fanno bene. 
Devo dire che Paolo me lo dice sempre che senza di me non avrebbe fatto tutta la strada che ha fatto, senza forse la mia capacità ad adattarmi ad ogni cambiamento e ad occuparmi di mille cose logistiche senza bisogno del suo sostegno. Siamo una bella squadra,  vista con i nostri occhi, ma il fatto che dall'esterno qualcuno te lo faccia notare e non dia per scontato che debba essere così, beh fa piacere.
Noi donne, non finirò mai di ripeterlo, siamo il tassello fondamentale di questa vita itinerante, che ammettiamolo, porta spesso a molti più sacrifici di quelli che si devono fare quando a disposizione si hanno stuoli di nonnni pronti a tenderti una mano.
Senza nulla togliere a chi fa vite più sedentarie, noi a challenge di carriere, lavori, figli, aggiungiamo quello di un mondo che non è mai lo stesso, al quale dobbiamo adattarci in fretta, al quale dobbiamo far adattare in fretta la truppa che ci segue, al quale dobbiamo trovare lati positivi il più rapidamente possibile per poter recuperare il sorriso necessario a tutti per la nuova avventura.
Ecco 21 anni fa partivo con la mia pancetta di 4 mesi e i miei 27 anni di entusiasmo e curiosità per questa nuova vita, tante paure, una piccola dose di follia, e tanto amore. 21 anni dopo ho attraversato montagne, mi sono mossa da una parte all'altra del mondo, ho raccontato storie in lingue diverse, ho aspettato rientri, o condiviso successi e insuccessi, suoi, miei, nostri. Ho visto crescere le mie figlie che bene o male riflettono tutto il postivio di questa nostra vita. Ho avuto paura, ho passato notti insonni a chiedermi se ne valeva la pena. Ho vissuto intensamente, incrociando persone fantastiche, costruendo amicizie che resistono a tutto. 
Che qualcuno mi dica grazie, al di fuori di mio marito, e delle mie figlie, mi riempie di gioia e mi fa dire che noi donne siamo veramente eccezionali.

domenica 22 aprile 2018

Primavera svedese

C' è un'aria di primavera da qualche giorno anche a Stoccolma, ho tirato fuori sandaletti e vestitini leggeri bene conscia che lunedì ci saranno di nuovo otto gradi, ma va bene lo stesso.
Le ultime due settimane sono state un ininterrotto o quasi, susseguirsi di cieli blu e sole sempre più caldo. Le giornate stanno diventando lunghissime, tenendo conto che alle cinque c'è già luce.
Stoccolma si sta animando in modo incredibile, gli svedesi amano vivere all'aria aperta, già in inverno lì si vede in giro, a passeggio, a correre sotto la pioggia, ad allenarsi nella neve, a sedersi all'aperto anche con temperature sotto lo zero. Adesso che il tempo diventa più mite, che le giornate sotto zero stanno diventando un ricordo, la voglia di stare all'aperto è incontenibile, ho come l'impressione che per strada di colpo il numero di persone sia triplicato. Fuori dai locali dove ci si rifugiava per sfuggire ai meno 10, i dehors si sprecano, in un gioioso alternarsi dalle pause caffè fino all'aperitivo.

Gli alberi stanno timidamente tirando fuori i primi segni di primavera, qualche fogliolina rosa qua e là la si riusciva ad intravedere sui ciliegi di Kungsträdgården, tra qualche giorno sarà incredibilmente bello.
Tra qualche giorno farà di nuovo un po' freddo, ma va bene lo stesso, sono tre giorni che vivo con le finestre aperte, il gatto staziona sul balcone allungata al sole, i maglioni più pesanti, forse prematuramente hanno preso la strada del riposo, messi via a questo punto fino al prossimo giro.
La scorsa settimana, nonostante il sole caldo, sul mare si vedeva ancora qualche isolata lastra di ghiaccio alla deriva, adesso tutto è blu.
Le attrazioni all'aperto riaprono, c'è fibrillazione, entusiasmo, un senso di liberazione dalla morsa dell'inverno, del buio.
Io sono sopravvissuta indenne a questo primo inverno scandinavo, molto meno peggio di quello che immaginassi. Si ha fatto buio. Si ha fatto freddo. Si ho imparato a vestirmi nel modo giusto, si ho imparato di nuovo ad asciugarmi i capelli e a mettere le calze. Si ho constatato di persona che non esistono temperature troppo rigide, come dicono loro, ma solo vestiti non adatti. Si alle tre fa buio e le giornate sono cortissime, ma come mi disse una nuova amica i primi giorni qui, se ti organizzi, se costruisci cose da fare e amicizie prima che l'inverno arrivi, beh non ti accorgerai neanche della luce accesa dall'ora di pranzo, ed è stato così.
Chissà forse era anche l'entusiasmo del primo inverno qui, le mille scoperte, le mie capacità di adattamento, che anno dopo anno, Paese dopo Paese, sono sempre più capaci di darmi alla svelta le chiavi del tutto, ma posso dire che è stato facilissimo continuare a sorridere attraverso la neve e ritrovarmi a fine aprile felice... beh se poi nevica la prossima settimana magari ci ripenso e fuggo lontano!


giovedì 19 aprile 2018

A scuola divertendosi!

Ho appena depositato Camilla all’aeroporto, questa volta parte direzione Stoccarda dove insieme ad un gruppo di compagni di scuola parteciperà ad una conferenza delle Nazioni Unite per i ragazzi. Una delle classi che ha scelto quest’anno si chiama Model United Nations, per farla semplice un versione mini delle attività delle Nazioni Unite, in cui i tagazzi imparano a discutere su tematiche internazionali e che culmina con la partecipazione a conferenze organizzate in giro per il mondo in cui si simula una vera conferenza delle Nazioni Unite.
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Ai ragazzi viene attribuito un Paese, che non sarà necessariamente quello d'origine o quello nel quale vivono, e delle tematiche sulle quali dibattere e esprimere idee e soluzioni che non sono le loro ma quelle legate al Paese che devono rappresentare, quindi nutrite di ricerche approfonfite
Questo tipo di attività sviluppa tutta una serie di competenze, tra le quali la capacità di sostenere opinioni che magari non ci appartengono ma per le quali dobbiamo trovare fondamenta e giustificazioni.
Un altro aspetto che trovo notevole è che i ragazzi devono anche avere un abbigliamento appropriato per l'occasione, formale è quello che è richiesto esplicitamente dalla scuola ai partecipanti. In tutto e per tutto un vero transfer nel mondo adulto con i suoi codici anche vestimentari.
Questa è la scuola che avrei voluto, ricca di stimoli che vanno al di là del puro studio, delle paginette di storia ripetute all'infinito, delle regole imparate a memoria e spesso rapidamente dimenticate. Una scuola fatta di riflessione, di sviluppo delle capacità di analisi, del pensiero critico, della comprensione di ciò che accade nel mondo con tutte le implicazioni che ne derivano. Una scuola che sa andare oltre l'apprendimento piatto e sicuramente sa stimolare tutti gli spiriti anche i meno scolastici...

Ecco così ogni tanto vorrei tornare studente quindicenne, tanto per provare a divertirmi un po' anche a scuola!

martedì 17 aprile 2018

Paese che vai vicini che trovi!

Quando ero bambina vivevo in un bellissimo condominio dove tutti erano amici, genitori con genitori, bambini con bambini. Una bella grande animata famiglia. Se si saltava, cantava, urlava, beh nessun vicino si lamentava, ora il mio turno ora il tuo turno, un po' di rumore animava il palazzo e tutti vivevano allegri e in armonia! La vicina del piano di sotto vedeva ogni tanto il lampadario oscillare, ma non si scomponeva, sapeva che ha saltarle sopra la testa eravamo noi magari anche accompagnate dalle sue figlie.

Crescendo ho avuto la fortuna, la ritengo tale, di abitare soprattutto in case, di quelle con i giardini intorno, nelle quali prima di riuscire a disturbare i vicini,di casino ne devi fare veramente tanto.
Nei miei anni da adulta e da mamma i giardini intorno al nostro nido rumoroso e spensierato ci hanno sicuramente salvati da isterismi e tolleranza ai minimi storici di vicini un po' esauriti, ma in  un paio di occasioni ( espatri, Paesi) abbiamo dovuto cedere al richiamo del condominio ( vita in centro città) e scontrarci con la difficoltà del vivere in armonia tra piano di sopra e piano di sotto.
Premetto che non sono mai stata infastidita da nessun rumore, ne mi sognerei mai di andare a protestare da qualcuno se alle tre del pomeriggio cade un qualcosa sul pavimento ( neanche alle tre di notte)... ho capito però che noi siamo eccezionalmente tolleranti e di facile adattamento....
Ichibancho, Tokyo, Giappone 2005-2008. Condominio giapponese, unica famiglia straniera, gaijin, noi. 7-5-3 anni l'età delle bambine allo sbarco. Avevamo voluto vivere in un condominio non di expat con la ferma convinzione che la nostra esperienza giapponese sarebbe stata sicuramente molto più completa vivendo immersi in un panorama total-nipponico.... errore di gioventù.
Piano numero sette noi, sei loro, Kono-san e signora....
Per tre anni, senza cedimenti, hanno protestato per qualsiasi rumore.... la signora era particolarmente infastidita dal passeggino della bambola spinto a metà pomeriggio in corridoio dalla treenne....regolarmente anziché lamentarsi direttamente con noi, si lamentavano con il mitico Ichikawa-san, il portinaio, il quale a sua volta anziché riferire a noi le lamentele, telefonava in ufficio da Paolo... tutto l'ufficio sapeva che le bambine Cerruti si comportavano da bambine ( straniere rumorose) e che in casa nostra avevamo difficoltà a volare da una stanza all'altra per non disturbare i protratti riposino pomeridiano della signora....Per tre anni ci siamo anche scusati di essere esseri umani camminanti, quasi vergognandoci di aver messo al mondo bambini normali, che osavano persino correre in casa da una stanza all'altra, anche se rigorosamente senza scarpe però, Japon oblige!
Il giorno del nostro trasloco deve essere stato il più bello della loro vita....
Passano gli anni, i figli crescono, i Paesi si sommano, le case ci salvano...
Ma poi eccoci di nuovo in città, tra un secondo e un quarto piano, li in mezzo ci siamo noi e sotto c'è Ilda, e Ilda ve la presento.
Odengatan, Stoccolma, Svezia, agosto 2017- oggi.
Ilda è lei, la vicina,  ( Ilda è il nome d'arte che le abbiamo attribuito) quella che si è presentata a me in una tiepida giornata di agosto, diciamo una ventina di giorni dopo il nostro arrivo, arrivo solo di praticamente cinque adulti e un gatto traumatizzato e grasso che per l'occasione non saltava neanche più, riducendo una possibile fonte di rumore. Nessun mobile, nessuna sedia da far strisciare sul pavimento, nessun oggetto rotolante giù dal letto, solo noi con tre materassi è una tovaglia per fare pic nic!
Sono le dieci di sera di un venerdì e con grande entusiasmo stiamo montando un letto nuovo, il primo letto di casa in attesa di quelli rinchiusi nel container... montavamo ridendo, con il sorriso, una specie di gioco familiare fatto di entusiasmo... potenziato anche dall'idea che un paio di fortunati avrebbero quella notte avuto un upgrade da materasso semplice a letto in tutto e per tutto.
Suona lei, Ilda la bionda. Io ero nella doccia, Paolo via, le ragazze al montaggio aprono e educatamente la fanno entrare. Arrivo un po' gocciolante, ma quasi colpita dalla vicina gentile che viene a darci il benvenuto, nella mia ingenuità non mi stupisce neanche che lo faccia alle 10 di sera...
Dopo tre minuti dal suo Welcome e banalità, la valchiria un po attempata mi incomincia a declinare le leggi svedesi relative agli orari di disturbo accettabili in un condominio, avendo prima precisato "I'm a lawyer ". Al suo sono avvocato avevo già capito che qualcosa girava male...
Dieci di sera di un venerdì... silenzio si dorme, e non è che avessimo un festone, io e le ragazze al montaggio del letto, senza neanche un po' di musica in sottofondo.
Proprio come per Kono-san la nostra Ilda sembra non essere dotata del miglior pregio del buon vicino, la tolleranza, e incomincio a sospettare che ci sia in lei una certa forma di razzismo... le ho fatto capire che il mio svedese è lì, in progress... non sembra curarsene, e tutte le volte che ha da esternare le sue insensate lamentele, esordisce con uno sproloquio in svedese alla fine del quale mi guarda sorpresa e mi dice:" forse non capisci lo svedese?" ... e adesso, in svedese le rispondo, "non capisco".
Fino all'altro giorno pensavo che fosse Ilda l'isterica... ma non avevo ancora incontrato il gentile, si fa per dire, consorte.
Scena: sono le 4:35, sto andando ad una conferenza con un'amica, alla fermata del pullman ci rendiamo conto che lei non ha lasciato a casa mia le chiavi per la baby sitter che verrà lì per recuperare suo figlio. Vado io di corsa, salgo in ascensore, apro la porta, non chiudo neanche quella dell'ascensore, lancio un urletto del tipo le chiavi sono lì.., richiudo la porta di casa, forse un po' di fretta, salgo in ascensore e sento delle urla disumane, alle quelli non do particolare retta, se non fosse che l'ascensore si ferma al piano di sotto, la porta si apre e le urla vichinghe mi travolgono come un fiume in piena, ci metto qualche secondo per capire che sono io il bersaglio di tanta ira.
Davanti a me Ilda con l'aria tesa e il consorte urlante.
Lo guardò interdetta, in svedese mi urla se capisco, in svedese gli chiedo di parlare in inglese, ancora più alterato e minacciandomi con il dito teso mi accusa di porte sbattute e una serie di follie. Sempre più allibita gli dico che ho fretta e chiedo cortesemente di chiudere la porta dell'ascensore e lasciarmi scendere. Passano cinque minuti in cui io adulta vengo sgridata da un pazzo furioso, prima che riesca a chiudere la porta seccata e a mandarlo educatamente al diavolo.
Senza parole.
Ma perché mi chiedo questa gente non vive in campagna, lontano da tutto e tutti, lasciando il prossimo vivere la propria vita in allegria? Perché imporsi di convivere con comuni mortali che potenzialmente possono anche far scricchiolare i pavimenti sopra la nostra testa, o ancor peggio spostare una sedia?
Non ho risposta, però avrei una serie di soluzioni che qui non scrivo, per rilassare gli anime delle varie Ilde inacidite con il mondo, lascio a voi lettori spazio alla fantasia per immaginarvi cosa la mia testolina pensa possa essere una buona via per far ritrovare il sorriso a queste signore...

venerdì 13 aprile 2018

abituarsi a dire addio

Chiudere una porta è sempre una sofferenza. Lasciare un Paese nel quale si è vissuto, un Paese che ci ha accolti e che ha suscitato forti emozioni fa sempre male. Partire è doloroso.
Negli anni si impara a gestire emozioni, si diventa abili a controllare lacrime e paure, si riesce quasi a dare l'impressione che tutto sia semplice. Non è così.
Ho accumulato anni di arrivi e partenze, ogni volta ho serenamente deciso di partire e arrivare, di chiudere valigie e di riaprire scatoloni, di salutare affetti e provare a costruirne di nuovi, ma un piccolo dolore c'è sempre, e questo nonostante la serenità delle scelte.
Adoro questa vita che ci porta ad essere felicemente itineranti, a chiamare casa rapidamente mondi nuovi, ad abituarci in fretta a città sconosciute,  a paesaggi diversi, a cibi e lingue, ma non per questo non c'è tristezza nel dire addio....
Direi che fa parte del pacchetto espatrio, un pizzico di sofferenza in cambio di emozioni forti ed eccitanti scoperte. Questa vita come tutti i modi di vivere ha tanti pro e qualche contro, la sofferenza nel momento del distacco fa parte di questi.
Ho sempre pianto chiudendo la porta di una casa che per settimane, mesi e anni ci ha offerto la sicurezza di un nido sicuro. Ho sempre pianto quando l'aereo mi portava lontano da un Paese che ho amato e in cui ho costruito ricordi. Ho sempre pianto , ma non ha mai fatto male...
Ho pianto perché serve quando si chiude una porta, è un processo di lutto, l'assimilazione del cambiamento, la conferma che il nostro passato è stato intenso e bello e passare ad un presente nuovo spaventa.
Ho pianto con serenità, ho pianto per inscatolare i ricordi e proteggerli dietro un velo di lacrime, ho pianto per liberarmi del peso del partire....
Ho visto le mie lacrime come un passaggio fondamentale verso una nuova vita.
Anche dopo oltre 20 anni di arrivi e partenze, di case accumulate e di ultimi abbracci, non ci si abitua mai al momento del cambiamento, si impara a gestirlo, ad assimilarlo più in fretta, ad anticiparne i momenti più complicati, ma la nostalgia, il dolore, fanno parte del gioco!

martedì 10 aprile 2018

Imparare a partire

La sensazione è sempre strana quando il taxi si allontana e le vedi salutarti con il sorriso. Tu sei lì, le guardi e sorridi a tua volta.


New York si fa piccola, me la sto lasciando alle spalle, io là in Svezia, loro qui.
Ho passato 10 giorni con loro, immersa nei loro ritmi, a vederle uscire la mattina per le lezioni, a incontrarle rapidamente all'ora di pranzo, a aspettarle per cena. Ho passato 10 giorni a fare la loro mamma, protestare per il loro caotico essere ventenni, ridere, scherzare, perdere tempo sdraiata sul letto ad ascoltarle ancora e ancora.
10 giorni di loro, ad osservarle nelle loro fragilità e nelle loro grandi sicurezze.
Adesso torno a casa e non fa neanche male. Incredibile come il tempo ci insegni a gestire emozioni e distacchi. Due decenni di partenze mi hanno forse dato la capacità di relativizzare, di cogliere l'attimo senza pensare al distacco, di godere del presente e di trovare sempre il positivo anche nel salutarsi.
Ho vissuto anni di distacchi da figlia e adesso li vivo anche da mamma. 
Avevo paura prima che Federica partisse al college, avevo paura di non farcela a superare le settimane, i mesi di separazione, invece sono passati quasi tre anni dalla sua partenza, e anche Chiara ha spiccato il volo e io sono rimasti lì a guardarle partire ed è stato molto ma molto più facile viverlo che immaginarlo.
Adesso riparto con il sorriso, vado a casa, quella dell'altra parte dell'oceano, quella in cui mi aspettano Paolo e Camilla, quella in cui ogni tanto riusciamo anche a ritrovarci tutti e cinque, quella che chiamiamo così solo da una manciata di mesi, ma è casa.
Lascio loro due a New York, splendide giovani donne, piene di energie e sogni. Le lascio sapendo che sono felici, che amano quello che fanno e il posto in cui sono. 

Quando qualcuno mi chiede come fai ad averne due così lontane, rispondo sempre, so che sono felici e questo è sufficiente per esserlo anch'io

giovedì 5 aprile 2018

New York city


In questi giorni sto macinando chilometri da una parte all'altra di Manhattan. Ieri mi sono fatta un giretto di 110 isolati, con il naso all'insù, guardando a destra e a sinistra. Sono uscita di casa sotto la pioggia battente, avvolta nel mio giaccone svedese. Sono rientrata a casa quattro ore più tardi con il sole, la giacca aperta. Oggi non pioveva e mi sono fatta un altro piacevole giro, strade, stradine, piazze. Entrando e uscendo dai negozi. Osservando il mondo intorno. Chilometri di vita che scorre veloce, newyorkesi dal passo svelto, turisti con la macchina fotografica al collo, fermi ad ogni angolo. Immagini rubate il tempo di uno scatto. Città viva e caotica dove le sirene dei pompieri lasciano spazio a quelle della polizia e si mischiano ad esse in un alternarsi confuso.
Cammino guardandomi intorno in una città che incomincio a conoscere bene, ma nella quale i piccoli dettagli mi sorprendono sempre, anche i posti conosciuti sanno offrirmi ogni volta un angolo nuovo... mi piace.
Mi piacciono le città che sanno sempre stupirmi con un dettaglio sorprendente , delle quali non ti stufi mai, con mille facce diverse, da guardare ogni volta con la voglia di cogliere quel qualcosa di nuovo.
New York è splendida, sporca, incasinata, rumorosa, vecchio e nuovo che si mischiano. C'è una vitalità che ti trascina di giorno e di notte, un susseguirsi di odori che si mescolano e ti riversano addosso la ricchezza della sua multiculturalità. Facce di tutti i tipi si incrociano sui marciapiedi, i senza tetto sdraiati in cerca di riposo... ritornano adesso che la primavera dovrebbe spiazzare l'inverno e scaldare le strade.
Cammino, osservo, mi nutro di ciò che vedo, sorrido, mi sento bene, amo le città, le grandi città che pulsano, piene di vita, intense, stancanti, frenetiche...
Potrei viverci, sempre, ne sono sicura....

martedì 3 aprile 2018

Comprare casa a Stoccolma!

Dalle prime settimane a Stoccolma abbiamo deciso che avremmo comprato casa, avevamo voglia di un posto nostro, vista soprattutto la difficoltà di trovare in affitto appartamenti belli e spaziosi.
I primi mesi sono stati importanti per capire dove avremmo voluto vivere e scoprire i diversi quartieri intorno ai nostri due punti di riferimento, scuola e ufficio.
Per me dopo cinque anni in California a guidare sempre e ovunque la qualità della mia vita svedese passa anche attraverso l'andare a piedi un po' dappertutto in città, quindi la scelta del dove abitare era condizionata dalla possibilità di raggiungere a piedi questi due punti.
Dal primo momento ho adorato il quartiere in cui abitiamo adesso, vivace, con negozi e ristoranti, così come mi era piaciuto molto quello in cui per i mesi preçedenti al nostro trasferimento Paolo aveva preso un pied à terre, per rendere più simpatiche le settimane di permanenza a Stoccolma.
Nei mesi ovviamente ho esplorato altre zone e nella mia mente i posti in cui volevo cercare casa sono stati chiari.
Il mercato immobiliare svedese è molto vivace, gli appartamenti belli rimangono sul mercato pochissimo tempo e vengono venduti a prezzi assolutamente folli. Secondo un articolo apparso recentemente sul New York Times, il mercato immobiliare della capitale svedese è il secondo al mondo più speculativo dopo Toronto, e noi che credevamo di aver visto il peggio in Silicon Valley dove case di legno vengono vendute a prezzi insensati, ci siamo ricreduti... non c'è limite alla follia.... ma almeno qui compri case fatte bene, in palazzi d'epoca, con stucchi ai soffitti e meravigliose stufe ottocentesche.

Un bell'appartamento sparisce dal mercato nel giro di pochissime settimane e le transazioni avvengono alla velocità della luce...almeno secondo i nostri canoni....
Quando visiti se un appartamento ti piace ti conviene subito fare un'offerta...e incrociare le dita. Qui infatti funziona il sistema del rilancio, l'appartamento è messo sul mercato ad un prezzo X, ma molto spesso parte ad un prezzo decisamente più alto, spesso senza nessuna logica di mercato....
Prezzi al metro quadro e compagnia sono spesso stravolti dalla legge della domanda... se più persone vogliono un appartamento questo può alla fine essere venduto anche 500 mila euro più caro del prezzo di partenza...
Molto spesso ci vogliono mesi di visite e diversi tentativi di acquisto prima di trovare la perla rara.
Noi abbiamo visitato i primi appartamenti prima di Natale, più per farci un idea di cosa si potesse trovare.... il grosso problema qui è spesso il taglio dell'appartamento, con stanze che si susseguono in fila indiana e bagni alla fine di lunghi corridoi che sembrano essere buttati lì senza logica....
A febbraio abbiamo visitato per la prima volta un appartamento che ci ha fatto dire: è questo.... benché avesse una planimetria un po' strana con stanze su diversi livelli che avrebbero forse frenato una possibile rivendita futura...ci siamo dati al gioco dei rilanci sul prezzo, consci dall'inizio che non avremmo voluto metterci più di tot... proprio timorosi di ritrovarci poi con un appartamento difficile da rivendere. ( dopo la nostra bellissima casa alle porte di Parigi con le sue stravaganze non volevamo ritrovarci con gli stessi problemi). Alla fine ci siamo fermati, battuti in questa corsa al rialzo da qualcuno che sicuramente voleva l'appartamento più di noi.

Certo terrazza e vista mi sono rimasti nel cuore, ma dal giorno dopo mi sono detta okay, non era destino fosse il nostro e forse troveremo di meglio...
La vista, insieme alla luminosità sono uno degli elementi molto importanti per gli svedesi, entrambi comprensibili, soprattutto il secondo, essenziale in un Paese dall'inverno lungo e buio.
Appartamento dopo appartamento anche noi abbiamo incominciato a valutarli come elementi importanti, insieme allo stato generale dell'appartamento stesso, dopo le grandi ristrutturazioni intraprese a Parigi e le più piccole ma sempre fastidiose da gestire, di New York, avevamo voglia di comperare qualcosa praticamente a posto, per evitare di imbarcarci in lavori senza fine, da seguire e fonte di stress.
La nostra ricerca di appartamento ha preso una svolta positiva nel momento in cui un agente immmobiliare competente ha incominciato ad occuparsi di noi, con le idee chiare su quello che volevamo. Due appartamenti dopo eccoci a quello perfetto per noi, il secondo in cui siamo entrati dicendo si, qui potremmo sentirci bene.
A questo punto è iniziato il gioco dei rilanci, con il vantaggio però che essendo l'appartamento ancora fuori mercato, avevamo "contro" di noi solo i proprietari,  che potevano accettare o rilanciare... mentre di solito ci si ritrova con altri aspiranti proprietari e il gioco può farsi duro.
Tutto lo si fa per sms, e ci si rende conto come le cose possono salire rapidamente a colpi di 10/20 mila euro... per poi passare à rilanci di 100 mila quando veramente si vuole chiudere.
In una settimana noi ci siamo accordati, Paolo è atterrato a Stoccolma dal Giappone il venerdì sera, già durante il suo volo ci eravamo scambiati qualche idea sulle mosse successive... arrivato a casa abbiamo fato l'ultima offerta e dopo neanche un'ora avevamo la bozza del compromesso nella nostra casella email....  L'agente voleva farci firmare il sabato, ma per problemi di traduzioni in inglese alla fine abbiamo firmato domenica. Rapidità assoluta.
Teoricamente avremmo,  come spesso accade, potuto prendere possesso dell'appartamento già ai primi di maggio, ma ci siamo accordati su tempi diversi per problemi logistici dei vecchi proprietari e anchee nostri... il primo agosto avremo le chiavi... trasloco numero otto all'orizzonte e casa numero nove per noi....
E direi che dal primo agosto saremo installati sul serio a Stoccolma... esattamente un anno dopo il nostro primo atterraggio! ( e come l'Etang ville insegna, no non vuol dire che finalmente poseremo le valigie per sempre....)

Consigli in pillole:
1)Trovate un agente che vi aiuti e le cose saranno molto più semplici e andranno più facilmente nella direzione giusta senza perdere tempo a visitare in modo compulsive.
2)Abbiate le idee chiare su quanto volete spendere. Il gioco dei rilanci può prendere brutte pieghe ed è meglio sapere prima dove si vuole arrivare.
3)L'offerta non è vincolante, fino alla firma del compromesso potete tirarvi indietro.
4) Nel momento della firma del compromesso dovrete pagare il 10% del prezzo totale. Fate in modo di avere i fondi disponibili per evitare dei ritardi.
5)La vendita di un appartamento o l'acquisto deve essere approvato dal consiglio di condominio, ma la procedura è molto più snella rispetto a New York, quello che interessa loro è sapere se potete pagare le spese mensili, ma non stupitivi se vi vengono richiesti documenti che chiariscono il vostro stato finanziario ( dopo NY il tutto ci è parso molto soft comunque).
6) Spulciate i conti del condominio a vostra volta, sempre meglio accertarsi delle finanze e delle eventuali spese previste.
7) Conviene comperare durante l'inverno, i prezzi scendono un po' tra ottobre e febbraio, marzo... più appartamenti sul mercato perché le coppie si separano durante i lunghi mesi freddi e buio...