sabato 31 marzo 2018

Osservazioni da caffè mattutino

Questa mattina con il mio caffè sfogliavo come sempre fb e casco su una notizia de La Stampa, relativa a Ferragni-Fedez, la coppia vip più amata e criticata del web. Premetto che questi due giovani neo genitori mi lasciano abbastanza indifferente, non li seguo, a parte le foto che le mie fanciulle ogni tanto mi mettono sotto il naso, non mi infastidiscono, non mi appassionano. Do però loro atto di essere due ragazzi in gamba che hanno costruito immagine e fortuna mettendoci energie e impegno,
Beh come sempre in Italia, visti i commenti assolutamente irosi al sopracitato aritcolo, il trentenne di successo che magari per arrivarci a semplicemente tirato fuori tutte le sue belle energie, da fastidio. Che abbi soldi e fama senza essere andato a letto con tizio o caio, scandalizza.  Che a trent'anni non tiri a campare e non arrivi a stento alla fine del mese, non piace...
Commenti del tipo ma che vadano a lavorare, ma che puliscano i pavimenti così capiranno la vera vita... ma che senso hanno, a cosa rimano. La rabbia è insita negli italiani e di conseguenza si riversa senza mezzi termini contro chi in un modo o nell'altro sopravvive allegramente.
A parte il fatto che la Ferragni è comunque uscita da una delle nostre più prestigiose università, al cittadino comune cosa importa se lei può pagarsi l'attico nelle zona più prestigiosa di Milano e cenare una sera a Los Angeles e la successiva a NY? Non toglie nulla a chi non può farlo, questo è sicuro.
Credo che queste manifestazioni di profonda antipatia nei confronti di chi riesce a ingranare nella vita siano la punta di un iceberg di malcontento dilagante e di incapacità a scrollarsi di dosso stereotipi che vogliono vedere chi ha successo come  nemico del bene e dell' interesse comune.
Leggendo i commenti mi sono tornati in mente quelli altrettanto acidi rivolti a chi come noi vive all'estero e che magari è riuscito a costruire interessanti carriere e a raggiungere solidità e economiche viste con sospetto. Lo sguardo critico nei confronti di chi nella vita riesce tirando fuori tutto se stesso mi sembra essere una prerogativa tutta italiana, frutto di una frustrazione dilagante dovuta ad un
Paese che per tanti versi è allo sbaraglio,  che non crede e non investe sui giovani e che di conseguenza non concepisce la riuscita prima dei cinquanta!
Se si incominciasse a guardare in modo diverso chi esce fuori dal gruppo perché più brillante, chi è capace di cogliere le occasioni saltandoci sopra senza paura dei rischi, chi sa uscire fuori dagli schemi e farsi spazio... beh sicuramente il successo di tanti giovani diventerebbe il successo di tutti, di una società che appoggia e non condanna, di un Paese che sa vedere il talento al di là dei dati anagrafici.
Allora i tanti Ferragni e Fedez non faranno più rabbia, anzi saranno il segno dei tempi che cambiano, di un mondo in cui non si deve aspettare l'età della pensione per comprarsi casa e godersi la vita...


mercoledì 28 marzo 2018

Viaggio in California

Sono passati quasi nove mesi dall'ultimo abbraccio in Alvarado Avenue, nove mesi in cui hai tirato fuori le unghie e i denti, tra alti e bassi.
Nei tuoi occhi allora avevo visto eccitazione e dolore. L'eccitazione per un'avventura che per la prima volta avresti vissuto da sola con noi, dolore per quelle amiche che in cerchio intorno a te cercavano di trattenere le lacrime, dalle quali dovevi separarti non per l'estate, ma per sempre.
Sei stata brava e piena di buona volontà. In un altalenare continuo di sentimenti sei riuscita a ricostruire legami e a sentirti a casa in una città molto diversa dal mondo in cui per cinque anni eri cresciuta.
In questi nove mesi sei diventata più grande e oggi nel tuo procedere sicuro oltre i controlli del passaporto ho visto tutti i tuoi sedici anni, splendidi e sicuri.
Stai volando verso la California, stai andando a riabbracciare tutte quelle amiche che in questi mesi sono state solo e sempre al di là di uno schermo. Per dieci giorni camminerai in strade che sono state le tue e che lo sono ancora un po'. Per dieci giorni sarai nel tuo mondo di affetti sicuri. Per dieci giorni passerai pomeriggi e serate a ridere con gli occhi pieni di gioia.
Spero solo che poi ritornare qui non ti faccia un po' più male.
È sempre un equilibrio difficile quello di noi expat, sospesi tra mondi diversi che si sovrappongono. Non è facile decidere di non guardare indietro, ogni tanto ci si deve voltare e recuperare un po' di quella parte di noi che volenti o nolenti è rimasta ferma al nostro prima.
Difficile chiamare casa per anni un posto e poi di colpo cancellarlo per sostituirlo con uno nuovo. Ritornare vuol dire regalarci una parentesi di ricordi indispensabili, l'importante è che poi si sia capaci di vivere serenamente il ritorno nel mondo che adesso è diventato il nostro.
Questo viaggio te lo meritavi, l'hai atteso da mesi e il sorriso di questa mattina al risveglio diceva tutto sulla tua gioia di partire. Vorrei essere lì a vedere l'abbraccio, la gioia negli occhi delle tue amiche quando ti vedranno arrivare, la più bella delle sorprese. Vorrei rivederti sfrecciare in bici in Alvarado diretta verso quella che sentì sempre un po' la tua scuola. Vorrei osservarti mentre racconti la tua vita qui. Quella con la neve e il freddo, il progetto Nepal, gli allenamenti di hockey, i venerdì pomeriggio in giro con le tue nuove amiche.
Ti immaginerò con emozione.
E poi rientrerai a casa e lo farai con il sorriso, perché casa è qui adesso, anche se ogni tanto ci concediamo un tuffo in affetti più lontani.
Buon viaggio cucciolo, ritorna con un po' di caldo sole di California chiuso nelle tue valigie!

giovedì 22 marzo 2018

interrogativi d'expat: fermarsi, ritornare, radicarsi altrove.

Rientrare o no nel proprio Paese questo è il problema.
Chi vivendo all´estero non si è mai sentito chiedere: ma pensate di tornare? ma vi feremerete? ma il richiamo delle radici non lo sentite?
E chi non si è fatto ad un certo punto le stesse domande, cercando di trovare  risposte a volte molto complesse.

Più passano gli anni e più per molti espatriati la domanda è d´obbligo:
rientreremo o no nel nostro Paese? Sapremo mettere radici così forti altrove da non avere più voglia di tornare? una volta vecchi e stufi di questo continuo itinerare sarà l´Italia il posto in cui vorremmo posare per sempre le valigie?
La risposta è molto personale  e dipende da molteplici fattori.
In primis come si vive il rapporto con l´estero che ci ospita, come ci si sente, quali sentimenti ci animano nei suoi confronti o nei confronti di altri posti possibili che potremmo far diventare casa.
Come abbiamo vissuto e viviamo con i passare degli anni il distacco dalla nostro Paese.
Quale futuro immaginiamo per i nostri figli.
Come immaginiamo un eventuale rientro, soprattutto se il periodo di tempo è stato molto lungo e ormai i ricordi legati ad una vera e propria vita di routine in Italia sono praticamente  cancellati dal tempo trascorso.
Più gli anni passano più rientrare nel proprio Paese può essere un vero e proprio challenge, un nuovo espatrio in tutto e per tutto, perché più si è lontani e più si cambia, più gli anni passano e più il Paese cha abbiamo lasciato avrà un volto nuovo per noi.
Quando si parte a lungo e le diverse esperienze si "accumulano" sulle nostre spalle, anno dopo anno,
Paese dopo Paese, il nostro modo di essere cambia, le diverse esperienze di vita ci cambiano, il nostro modo stesso di agire e pensare sotto certi aspetti sarà influenzato dai mille cambianti e confronti
continui con le novità che ci si presentano ad ogni nuovo espatrio. Dico sempre che in questi 21 anni ho sempre cercato di prendere il meglio dei Paesi che ci hanno accolto, e questo mi ha resa sotto tanti aspetti diversa dalla Giulietta che è partita da Torino nella primavera del 1997...
Nello stesso tempo mentre noi siamo lontani persi in nuove culture il nostro Paese si trasforma e non riusciamo spesso a coglierne tutte le sfumature quando la nostra permanenza si riduce sempre e solo a qualche giorno di vacanza.
Rientrare dopo tanti anni può essere una vera e propria sfida: avremo delle aspettative su un
Paese che però non è più quello della nostra memoria, dovremo essere pronti a rientrare consci che le difficoltà saranno molteplici...
Al di là delle aspettative a volte ci sono veri e propri ostacoli logistici ad un rientro dopo tanti anni, legati al lavoro, ai figli che si installano altrove, tante tesserine di un puzzle che si cerca di far andare con difficoltà al proprio posto.
Noi siamo ancora lontani dal farci questa domanda, navighiamo a vista per ora e i nostri progetti professionali per il momento guidano le nostre scelte. Siamo consci però che arriverà il giorno in cui decidere se avere un rifugio da qualche parte in cui posare le valigie o continuare a vagare, e di conseguenza pensare a questo nido di affetti nel nostro Paese o altrove. So che il dove saranno le nostre figlie ci guiderà nelle nostre scelte per facilitare la logistica degli incontri... anche se con tre ragazze cittadine del mondo non credo riusciremo a restringere il nostro campo geografico... ma vedremo.
La domanda rimane aperta e come per noi per tanti espatriati di lunga data.... spiriti irrequieti, ai quali forse si dovrebbe chiedere non dove metterete radici il giorno in cui sarete vecchi e stanchi, ma pensate di essere capaci di riuscire un giorno a fermare questo moto continuo e dire basta? ( mi sembra quasi impossibile per ora...)


mercoledì 14 marzo 2018

gli errori più comuni che rendono i primi passi in espatrio estremamente complicati.

Quando si arriva in un nuovo Paese è normale essere un po' spaesati, tanto più se le differenze culturali sono profonde.
I primi passi,  non smetterò di dirlo, sono fondamentali, danno il ritmo al seguito della storia.
Ma quali sono gli errori da evitare nelle prime fasi?
La negatività: certo spesso non è facile sorridere quando tutto intorno la novità ci assale, quando si è sopraffatti dalle cose da fare e il mondo che ci circonda sembra difficilmente penetrabile.
Imparare ad essere ottimisti e positivi è il primo passo verso un espatriazione che incomincerà con il piede giusto.
Io evito sempre per questo di farmi condizionare dalle persone negative, allontano chi subito mi dice : e si bello però.... e parte con una sfilza di cose che non vanno. Sorrido e dico sempre grazie ma preferisco scoprire da sola.... è un modo per proteggere i miei equilibri, che nonostante gli anni di espatrio sulle spalle, i primi tempi sono fragili come per dei  novellini. Con un sorriso ho liquidato tutti quelli che appena arrivata in Svezia mi dicevano e ma il tempo e ma la luce....

Focalizzarsi su ciò che non va: legato al punto precedente. Cercare di passare sopra le cose che di primo acchito non funzionano. Andare oltre focalizzandoci solo sulle cose che ci piacciono, anche se sono poco. Se in India mi fossi concentrata su ciò che non andava avrei rifatto le valigie dopo tre giorni, invece mi sono detta, ma si, dai fa parte dello spirito locale, esiste un tempo indiano lo assimilerò, fare la spesa e un incubo, troverò la chiave giusta.

Non pensare a quello che si è lasciato alle spalle: l'errore più comune è quello di cadere nel confronto con ciò che abbiamo lasciato. Partire dal presupposto che il nostro nuovo Paese non è il nostro e neanche magari il precedente che abbiamo adorato, è un ottimo punto di partenza. Non serve a niente
rimanere legati ad un mondo che ormai è passato, il che non vuol dire dimenticarci del prima, ma non  
sovrapporlo al presente, rendendone più difficile l'integrazione. Ogni Paese ha le sue caratteristiche e non troveremo mai nel nuovo quello che abbiamo lasciato nel vecchio, anche perché la nostra vecchia vita è stata il frutto di anni di scoperte ed esperienze e di conseguenza sarà agli inizi sempre vincente nei confronti della nuova. Personalmente per evitare di pensare a cosa ho lasciato mi tuffo in pieno nel nuovo, cercando di ricreare il più in fretta possibile delle relazioni che mi permettano di sentirmi a casa, e quando mi capita di pensare al passato cerco di non confrontarlo con il presente. Tanta gente mi dice "ti deve mancare il clima della California", beh ovviamente i gradi di differenza sono tanti e anche il colore del cielo per la maggior parte del tempo, ma alla fin fine Stoccolma mi offre cose che Palo Alto non mi offriva e allora va bene anche la neve a metà marzo... ( super pensiero positivo)

Aver paura dello shock culturale. Lo shock culturale è un passaggio necessario nell'assimilazione del nuovo, un Paese non sarà mai nostro senza renderci conto che è diverso e ci spiazza nella sua differenza. Rigirare il positivo lo shock culturale ci aiuta ad adattarci nonostante tutto.
Partire dal presupposto che un Paese è formattato per far vivere bene i suoi abitanti e non chi arriva da fuori, è una buona base per accettare che non tutto ci andrà a genio. Quando si è ospiti si devono accettare le regole senza protestare e cercare di integrarle nel nostro modo di fare, almeno in pubblico e questo per rispetto nei confronti di chi, appunto, ci ospita.
In India ho sempre evitato di passeggiare in costume sulla spiaggia, semplicemente non si fa, le donne nelle spiagge pubbliche fanno il bagno in saree e se io straniera avevo voglia di bikini dovevo cercarmi un posto dove poterlo indossare senza disturbare chi il bikini non lo accetta.


Non rifiutare la nuova lingua con la scusa che tanto siamo di passaggio. Approcciare la lingua del Paese che ci ospita è segno di apertura alla nuova cultura, è voglia di integrarsi. La lingua veicola tantissimi aspetti della cultura di un Paese e per capirli l'unico modo è tuffarci per almeno un'infarinatura senza campare scuse.
Studiare il giapponese, come adesso lo svedese, concentrarmi sulle strutture grammaticali utilizzate, mi ha aiutata e mi aiuta molto a trovare le risposte a comportamenti vari.

Chiudersi nel proprio mondo monolinguistico per evitare le difficoltà. Questo è uno degli errori più comuni, il trovare confort tra chi viene dalla nostra stessa cultura, tra chi parla la nostra stessa lingua, tra chi alla fin fine è come noi. Uscire dalla propria zona di confort culturale e linguistico è l'ala fatica più grossa ma anche l'unico modo per sentirci bene in un nuovo Paese, perché alla lunga arriverà il momento del confronto, quello in cui vivere tra chi è come noi non ci "salverà" più e ci renderemo conto di aver perso molto della ricchezza che deriva da una vera vita all'estero, quella che ci porta ad arricchire noi stessi ogni giorno di più proprio attraverso il confronto e quella che ci porteremo poi dietro come bagaglio per tutta la vita.

Aperti, ben disposti, positivi, senza pregiudizi: 4 piccoli passi per un espatrio che parte con il vento in poppa!
Il successo o no del nostro espatrio è solo frutto dei nostri sforzi, siamo noi a dover tirare fuori le energie giuste e il sorriso necessario.

mercoledì 7 marzo 2018

Un'anno fa Stoccolma...

Un anno fa sbarcavo a Stoccolma per qualche giorno di visita. Rimettevo piede nella capitale svedese 28 anni dopo la mia prima volta quando con gli occhi di una ragazzina mi ero guardata intorno scoprendo a grandi linee questa città.
Mi ero lasciata alle spalle il caldo della bay Area, il suo sole splendente e serena ero atterrata ad Arlanda. Dovevo nel giro di qualche giorno capire quella che da lì a pochi mesi sarebbe diventata la mia città. Stesso rito ogni volta, stessi sentimenti contrastanti in questi viaggi di ricognizioni che lo spazio di poche ore dovrebbero dare un senso a quello che sarà.
Un anno fa toglievamo ogni dubbio sull'inizio di una nuova avventura, dopo mesi di valutazioni e pensieri avevamo deciso che eravamo pronti per un nuovo salto, un po' nel vuoto, un po' senza paracadute, ma come i precedenti ricco di adrenalina.
Stoccolma mi ha accolta imbiancata e fredda, proprio come oggi. Mi ricordavo poco o niente di quei giorni passati durante il nostro interraill di tantissimi anni prima. Immagini confuse mischiate ai racconti di Paolo che ormai da mesi faceva avanti e indietro con la Bay Area.
Ero serena un anno fa, come lo sono ora. Ero serena perché sapevo che era il momento giusto per cambiare. 5 anni in un posto erano quasi troppi, il rischio è quello di mettere radici troppo profonde e difficili da sradicare rendendo una nuova partenza più dolorosa del previsto. E poi il nostro spirito libero e il nostro animo viaggiatore ci hanno reso forse un po' irrequieti e troppo abituati al cambiamento.
Sono arrivata a Stoccolma allora con lo spirito giusto per coglierne subito gli aspetti positivi, nonostante il ghiaccio sui marciapiedi e il freddo pungente al quale non ero più abituata.
Ho assaporato ogni minuti di quelle prime scoperte o riscoperte, condite anche dal lancio entusiasmante di Northvolt che finalmente si svelava al grande pubblico. Era il motivo della nostra scelta di rientrare in Europa, erano gli sforzi e le energie degli ultimi 18 mesi, era la nuova spinta per ricominciare tutto da zero.
È passato un anno, da allora sono atterrata diverse volte ad Arlanda, aerei presi ogni volta per rientrare a casa, la mia, qui nel freddo.
In questi 12 mesi ho amato questa città senza sforzo, impossibile non rimanerne affascinati. In questi 12 mesi ho ricostruito molto, non tutto, ma molto. In questi 12 mesi non ho mai rimpianto di aver detto l'ennesimo SI andiamo, forse perché con gli anni ho veramente imparato a partire e atterrare serena.
In questi 12 mesi ho guadagnato molto, ho incontrato persone speciali, ho costruito rapporti nuovi con una maturità nuova... invecchiare aiuta.
In questi 12 mesi ho capito che non tutte le relazioni sono fatte per durare perché non tutti sono capaci di amare a distanza, ma non importa, ho guadagnato molto di più di quel che ho perso.
Un anno fa scoprivo le strade con entusiasmante sorpresa, oggi mi muovo nelle stesse come se non avessi mai conosciuto altro.
Un anno fa mi chiedevo come sarebbe stato vivere al freddo, adesso so che non è poi diverso dal vivere al caldo, al tiepido, è solo questione di abituarsi.
Un anno fa avevo paura delle lunghe giornate senza luce, adesso francamente posso dire che non me ne sono neanche accorta.
Un anno fa ho sorriso svegliandomi con la neve fuori dalla finestra, adesso continuo a sorridere e ad amare il bianco che avvolge tutto.
Un anno fa avevo molto più insicurezze, come sempre quando si sta per partire, adesso sono certa che la scelta è stata giusta, che l'avventura è come doveva essere bella e effervescente.
Un anno fa tutto era nuovo intorno, adesso è casa.

domenica 4 marzo 2018

5 marzo

Sarebbe stato il tuo compleanno, avremmo festeggiato forse tutti insieme, magari il week end appena passato o forse avremmo rimandato tutto al prossimo. Ci saremmo ritrovati davanti ad una torta, tu ogni anno più vecchio, ma sempre lo stesso. Loro ogni anno più grandi, autonomi, sparpagliati da una parte all'altra del mondo.
I tuoi occhi vivaci avrebbero sorriso, avresti sbuffato un po' tra una sigaretta e l'altra, saresti stato al gioco dello spegnere le candeline, saresti stato felice e noi con te.
Ho negli occhi ancora l'immagine di quel tuo ultimo compleanno, loro sei piccoli che ti saltavano intorno cantando tanti auguri nonno, noi felici di festeggiare con te un nuovo traguardo, ignari che sarebbe stato l'ultimo. Ne hai persi di compleanni papà, nostri e tuoi. Ne hai perse di cose in questi quasi 15 anni, in cui noi siamo cresciute, loro sono cresciuti, la vita è andata avanti con le sue sorprese, i suoi successi, le sue delusioni. Sarebbe stato bello averti accanto, non tanto per spegnere ancora un' ultima candelina insieme, quanto per averti vicino, con i tuoi consigli, la tua saggezza, il tuo amore tenero. Avremmo dovuto festeggiare ancora tante cose, sorridere insieme delle piccole e grandi conquiste, ascoltarti nella tua saggezza di uomo maturo, ridere con te per sdrammatizzare.
Inevece siamo qui, un nuovo 5 marzo senza di te. Un altro compleanno mancato. Un vuoto che ci sarà sempre.
Gli anni scorrono inesorabili, il tempo passa, ma ci sono vuoti che non si colmano mai. Quanto vorrei riaverti indietro il tempo di fare il punto su tutto, di sentire su di me il tuo sguardo fiero, di ascoltare le tue parole. Avremmo ancora bisogno di te, del tuo guidarci....
Buon compleanno papà, butta un occhio quaggiù ogni tanto, ne abbiamo bisogno!

sabato 3 marzo 2018

Quel rifugio lassù in montagna...

Nella nostra storia familiare, fatta di viaggi e esperienze varie vissute intorno al mondo, un posto in particolare torna sempre alla memoria quando si parla di " peggio di così non si può fare" o meglio "peggio di così la mamma non può fare..."
Dolomiti, Val Pusteria
2007 Giappone, voglia di immersione nella vita giapponese, come se i nostri splendidi week end ai piedi del Fuji-San non bastassero. Qualche giorno di vacanza a scuola delle bambine e mi dico che sarebbe bellissimo avventurarci altrove, in un Giappone ancora più verace... e così ci ritrovammo a Sado, isoletta nel Mar del Giappone, abbandonata dal mondo occidentale di sicuro ( unici 5 occidentali noi), e per fare ancora più rustico e completamente nipponico prenotai il famoso minshuku, sorta di bed and breakfast locale. Beh il minshuku di Sado è passato alla storia, con il suo stanzone illuminato al neon, il riscaldamento funzionante a 100 yen all'ora ( monetine da inserire ovviamente ad ogni ora per aver un po' di tepore), la 
vasca comune per lavarsi (comune per tutti gli ospiti non solo per noi 5), la proprietaria secca e autorevole che mi osservava con occhi vigile srotolare i futon, la colazione di seppie crude e freschissime alle sette del mattino... ( e alle sette del mattino l'incontro con la seppia gommosa anche se freschissima non predispone ad affrontare la giornata nel modo migliore)
isola di Sado, novembre 2006



Al minshuku di Sado si arrivava percorrendo una strada lunghissima in mezzo al nulla, dove al fondo come premio si intravvedevano nella nebbia porta e finestre di un edificio tipicamente giapponese nella sua bruttezza.
Bambine reduci da notte nel minshuku con colazione di seppie
Beh fino a ieri pensavo che il Minshuku di Sado sarebbe rimasto imbattuto nella nostra memoria familiare, ben impresso da anni e anni di abortiti confronti con altri errori di valutazione vacanziera ( la casa di Essaouira di questa estate si era timidamente avvicinata ...)
Ultima cena nelle Dolomiti dopo la nostra settimana bianca 
che ci ha visti alternare discese su piste innevate e scoperta di ottimi manicaretti locali. Decidiamo di scegliere con attenzione un buon ristorantino per rientrare a Stoccolma le papille in festa per questa ennesima avventura gastronomica. Ci lasciamo guidare dalle buone recensioni trovate online e ci avventuriamo su per i bricchi alla ricerca di quello che doveva essere il Ristorante con la R maiuscola delle nostre vacanze.
Avevamo anche prenotato per paura di non trovare posto, per essere sicuri che non ci sarebbero stati intralci al nostro piacere gastronomico.
Con la macchina percorriamo motivati una strada di montagna sempre più stretta curva dopo curva, da un lato a picco la valle, dall'altro la neve e il nulla. Il navigatore sembra sicuro di sé e fiduciosi seguiamo la strada, nel buio, mentre fuori le temperature toccano i - 10 e il ghiaccio sulla strada si fa sentire.
Intravvediamo delle luci, una freccia indica la direzione, due macchine parcheggiate nel piazzale, tra me e me penso nell'ordine che 1) forse la prenotazione era superflua e che 2) chi ha voglia di avventurarsi fino quassù per una cena?
Un gatto ( probabilmente congelato) fa la guardia davanti alla porta, entriamo compatti in un corridoio silenzioso e 
poco illuminato, alla nostra destra una porticina si apre ed esce una signora. 
corridoio vuoto
"Ho prenotato per tre" le dico... sorride e annuisce, ci fa strada fino ad una porta successiva, la sala ristorante.
Accende le luci entrando su una serie di tavoli apparecchiati e vuoti. Siamo liberi di sederci dove vogliamo, non c'è nessuno. Ci guardiamo un po' stupiti ma ormai non abbiamo scelta, sembra uno di quei film in cui l'allegra famigliola in gita si trova di colpo vittima di qualche folle.
Il menù è quello tipico del luogo, quello che abbiamo consultato tante volte in questi giorni. Sembra persino troppo ricco per i posto vuoto, completamente vuoto.
Ordiniamo, aspettiamo ci guardiamo intorno.

La cena è mediocre. Siamo sempre soli, lei prende gli ordini, ci serve, va in cucina... ho persino il sospetto che il cuoco di cui da lontano sembra sentirsi una fievole voce sia tutta una finta, e sia lei a correre in cucina e ad indossarne le vesti come un abile illusionista.
Il silenzio intorno a noi è spiazzante. Quando Camilla va in bagno dico a Paolo , " se non torna tra cinque minuti andiamo..." 
ho letto troppi libri gialli, tra  Camilla Läkeberg e Viveca Sten ormai la mia fantasia fa voli incredibili.
Camilla ritorna descrivendoci strane porte con strane chiavi...
Durante la sua assenza abbiamo cercato di intavolare un minimo di conversazione, risultati molto scarsi, come risposte la signora mugugna...
Paghiamo rapidamente e risaliamo in macchina, nel freddo, ci lasciamo il ristorante alle spalle, pian piano le luci si fanno meno nitide, fino a sparire. Ridiamo in macchina per questa cena surrealista, ridiamo contenti di allontanarci e tornare ad un mondo normale...

Caro minshuku di Sado dopo anni di onorato servizio come protagonista dei nostri racconti familiari, da oggi hai un nuovo compagno di avventure il ristorante tirolese fantasma che forse non esiste neppure ma è solo frutto della nostra immensa fantasia!