Solitudine in espatrio: un problema reale. Spunti e cosigli

La solitudine è uno dei temi più scottanti in espatrio.
La solitudine e l'isolamento, l'incapacità di integrarsi nella nuova realtà da un lato e dall'altro il sentirsi quasi estromessi dal mondo familiare conosciuto fino a prima di partire.
 Il non sentirsi capiti da chi ci ha visti partire e la socializzazione complicata nel nuovo mondo perché non se ne conoscono le sfumature e i codici di comportamento che ne regolano i processi di socializzazione.
Molti espatriati, soprattutto donne, che attualmente rappresentano ancora di gran lunga i coniugi al seguito, non riescono ad integrarsi nella nuova realtà e sprofondano in situazioni complesse che mettono a rischio la riuscita dell'espatrio stesso. Non dimentichiamo che una moglie positiva e felice, una mamma rilassata che comunica entusiasmo, sono la chiave di volta di ogni espatrio in coppia e in famiglia!
Ma perché questa difficoltà? Dove affondano le radici profonde di tante solitudini?
Spesso l'origine è nella scelta, o meglio nella non scelta. Sono partita, ma in realtà non ne ero convinta, mi sono fatta trascinare in un progetto che non è il mio e nel quale mi sono volente o nolente ritrovata, senza via di fuga. Il mio compagno ha scelto per me, convinto che quello che andava bene per lui fosse prefetto anche per gli altri, non ha saputo interpretare i segni della mia reticenza, o forse non gli ho dato la possibilità di farlo, non mi ha chiesto, non gli ho detto. Non abbiamo comunicato sull'espatrio, sulla nuova avventura, non abbiamo fatto in modo che diventasse un progetto comune, così, nel momento del l'atterraggio a destinazione, mentre lui è immerso nel suo lavoro, assorbito dalla novità, io ho il tempo, tutto il tempo, per negativizzare la nostra scelta. Immersa in questo processo è difficile aprirmi a cosa c'è fuori ad aspettarmi. Vago tipo automa nelle incombenze quotidiane, ma non le vivo veramente, non sono predisposta ad assorbire il nuovo e tantomeno ad aprirmi agli altri. Se ho figli inevitabilmente li trascinerò in questa spirale di non accettazione, andrò a prenderli a scuola senza essere disposta ad aprirmi agli altri, rimarrò li sola, il mio telefomo non squillerà mai e mi rinchiuderò sempre di più in una spirale senza fine di critica poco costruttiva.
Se poi la lingua e la cultura che mi accolgono non sono delle più semplici da digerire, il tutto sarà potenziato, anche se l'essere negativi e poco disposti ad integrarsi non è per nulla legato alle oggettive difficoltà del nostro nuovo Paese. Ho incontrato persone infelici in luoghi super civilizzati, incapaci di trovare il bello, molto più spesso che in culture più ostiche.
Questo atteggiamento non solo porta all'isolamento da chi ci vive intorno, ma può anche creare una barriera con le persone che hanno fatto parte del nostro mondo precedente e questo perché di fronte ala nostra mancanza di entusiasmo potranno reagire con frasi sbagliate, del tipo"vedi che non dovevi partire, che a casa si sta meglio" o ancora peggio con "ma come ti lamenti che hai tutto".

Ma è così difficile integrarsi?
No, assolutamente no, ma si deve volerlo. Che ci si muova al di là della frontiera o di 10000 chilometri i meccanismi sono gli stessi e l'atteggiamento da avere è simile: si deve essere aperti, postitivi, sorridenti. Si deve andare verso gli altri, aprire la porta di casa, superare la propria zona di comfort, andando oltre ben oltre. In poche parole ci si deve buttare in tutte le situazioni. Questo non vuol dire saltare addosso alla prima mamma all'uscita di scuola, ma mostrarsi da subito pronti al contatto. Molte relazioni si giocano nei primi mesi, soprattutto quando si è in ambienti molto internazionale dove il ricambio avviene sempre un po' nello stesso periodo, via i vecchi arrivano i nuovi, ed è con i nuovi come me che devo fare gruppo, e devo farlo subito, prima che loro si mettano in gruppo e io sia tagliata fuori e che tutto diventi poi più in salita.
E se appunto già non si è al massimo della forma psicologica la salita sarà dura.
I primi passi sono fandamentali, il come li si fa, i risultati che portano. Se subito ci si sente minimamente integrati, sarà piu facile continuare sul filo della positività.

Perché il sentimento di non essere capiti da chi è rimasto a casa?
Perché partendo si diventa in un certo modo diversi da chi non è partito, perché affrontiamo quotidianità nuove, senza appigli e punti di riferimento. Chi non ha fatto questo salto può giustamente non capire le difficoltà che si incontrano, molti espatri visti da fuori sembrano molto lustrini e paillettes, con confort e facilità esagerati, mentre invece spesso propiro quelli più ricchi di comodità oggettive sono emotivamente più complicati. Ma delle emozioni a volte non importa a nessuno e così l´espatriato oltre a faticare ad inntegrarsi fatica anche a comunicare le proprie difficoltà alle persone a cui è legato, per paura di non essere capito, o conscio di non essere capito, e questo porta ad un ulteriore isolamento.

Ma come fare per evitare tutto questo?
Per prima cosa la scelta di partire deve essere di coppia, nessuno trascina l´altro, nessuna carriera o ambizione può spingere a scelte non condivise. La condivisione degli obiettivi in espatrio è fondamentale, senza un fine comune non sarà facile per nessuno.Partendo convinti e sereni, affrontare le varie difficoltà sarà più semplice, anche i problemi di integrazione potranno essere superati con il sorriso, proprio perché convinti che la scelta sia la giusta per noi.
Secondariamente si deve superare i propri limiti, si devono combattere timidezze e eventuali pregiudizi per aprirsi completamente. Diciamo che all´inizio ci si deve lanciare un po´ su tutti, con il tempo poi ci si potrà scremare e ci si potrà concentrare sulle affinità!

Perché penso che i social media non aiutino nell´integrazione?
Sembra quasi un controsenso perché spesso è proprio grazie ai social media che si creano i primi contatti nel nostro nuovo Paese. Sono i social media ormai che ci danno gran parte delle informazioni per muovere i primi passi... ma attenzione si deve poi essere capaci di fare il salto dalla pagina FB al caffé a quattr´occhi, altrimenti si rischia di rimanere davanti al viedo con amicizie virtuali che come noi non riescono ad integrare la nuova realtà e si entra in grosse spirali negative.
Se questo vale per tutti, in espatrio ancora di più, usciamo di casa, frequentiamo gente in carne ed ossa ed evitiamo di rimanere davanti ad uno schermo a piangerci addosso o peggio a criticare il nostro Paese di accoglienza.

In ogni modo quando la decisione di partire è presa si deve cercare di dare il massimo per recuperare una vita normale, serena e che ci corrisponde, senza dimenticare che se veramente la vita all´estero rima solo con sofferenza, ci si può e si deve rimettere tutto in discussione e al limite anche tornare sui propri passi, senza vergogna e a testa alta.


Commenti

pinguino ha detto…
Standing ovation per questo tuo post...auguri con lo svedese, è così difficile come me lo immagino? Sopratutto per le pronuncia
Beh facile non è, ho alti e bassi ma sono motivata... ������

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