sabato 28 ottobre 2017

Tra Stoccolma e New York!

Eccomi di nuovo in volo verso le mie ragazze, poco meno di due mesi da quando le ho lasciate e a piccoli incerti passi tornavo indietro verso quella che doveva essere la mia nuova vita. Avevo lasciato Stoccolma dopo poche settimane di installazione precaria. Quando ancora vivevamo con tre materassi e quatto piatti nell'attesa delle nostre cose. Tornavo a Stoccolma con entusiasmo e un pizzico di dolore. L'entusiasmo della nuova vita, di quella nuova città che mi aveva già conquistata, il dolore del distacco dalle mie ragazze. Ho sempre pensato, in ogni mio precedente espatrio,che la prima partenza e il primo rientro possono dare la misura di come ti troverai nella tua nuova città. Rientrare a casa e sentirsi a casa vuole dire essere veramente pronti a costruire qualcosa. Così è stato due mesi fa e lo è stato nonostante quella separazione che faceva un po' male.

Rientrai a Stoccolma allora aprendo la porta di una casa che di colpo ho sentito mia, e che nel giro di pochi giorni si sarebbe riempita delle nostre cose. Guardai dalla finestra strade già famigliari, incrocia di nuovo facce sorridenti che pian piano stavano diventando il mio nuovo mondo, ero serena.
Questi quasi due mesi sono filati in un sommarsi continuo di cose nuove, di scoperte, in uno stupirsi costante come solo avviene quando ci si tuffa al cento per cento in una nuova cultura.
Le mie giornate sono ricche di incontri, di attività, di sensazioni che mi fanno sentire viva. Abbiamo fatto passi da gigante nella ricostruzione d una vita sociale, un po' perché ormai sappiamo come fare, un po' perché abbiamo avuto la grande fortuna di cascar bene, una scuola accogliente e persone che hanno voglia di condividere cose con noi. È sicuramente presto per parlare di amicizia, ma siamo sulla buona strada per costruire bei rapporti.
E poi c'è New York dall'altra parte del mare, quelle due giovani donne che tra alti e bassi se la stanno cavando alla grande, c'è un cuore che vacilla tra due mondi, il nostro destino continuo di avere sempre un po mente piedi e sentimenti in posti diversi.
Gli Stati Uniti sono stati casa per cinque splendidi anni, New York è entrata a far parte della nostra vita da quando Federica ci ha messo i piedi per incominciare i suoi studi universitari e da allora pian pian ha incomincia a far parte di noi, abbiamo incominciato a costruirci ricordi. 
Adesso casa e Stoccolma ma anche un po' New York, con quel l'appartamento che è casa in cui posero le valigie tra qualche ora, con la cena intorno al nostro tavolo avvolta dal sorriso splendente delle mie ragazze.
Il nostro futuro sarà un altalenare tra due città nei prossimi mesi e anni, prima forse di chiamare casa un posto ancora nuovo.
Il nostro presente è un equilibrio di sentimenti, un alternarsi di spazi tra due mondi, affetti che si mischiano anche se lontani, ci si tuffa negli uni e negli altri sempre con serenità, siamo anime inquiete nel senso positivo del termine, desiderose di scoprire, sempre alla ricerca di quell'adrenalina che solo la novità da darti!

giovedì 26 ottobre 2017

Sport in lingua senza sotto titoli!

Da quando sono arrivata a Stoccolma ho avuto la fortuna di incontrare un sacco di ragazze (beh insomma ragazze come me...diversamente ragazze, meno ragazze nel corpo ma ancora molto nello spirito) sportive come me e rapidamente sono stata integrata in diversi gruppi dal pilates alla ginnastica nel parco, dal badminton alla camminata (che vita grama....).
Tutte queste attività sono in inglese, organizzate intorno alla scuola internazionale, quindi di facile comprensione.

Mi sono però iscirtta anche alla palestra davanti a casa, che in realtà fa parte di una catena di palestre in tutta Stoccolma, e noi abbiamo accesso a tutte le palestre della città... ovviamente averla dall´altra parte della strada aiuta non poco a motivarsi quando fuori fa buio (ormai dalle 5 del pomeriggio in poi e sarà sempre peggio, e soprattutto ci sono 4 gradi). L´idea è non cedere alla pigrizia invernale quando le giornate saranno cortissime e poter andare in palestra facilmente senza avere troppa strada da fare. Tantissime le classi proposte, dal pilates al tutto addominaliintuttelesalse....
Ieri avevo un´ora buca e ho prenotato di conseguenza la lezione di body balance. Ovviamente sono andata un po´ alla cieca, il sito della palestra è tutto in svedese stretto e non ho proprio capito le sfumature della classe.
Nelle lezioni varie precedenti avevo sempre avuto il tempo di presentarmi all´insegnante dicendogli che se mi vedeva persa con occhio sbarrato era soltanto un problema linguistico e di non preoccuparsi. Uno degli insegnanti è stato gentilissimo e ha fatto per me la traduzione in inlgese di ogni spiegazione di esercizio... non chiedevo tanto e ne sono stata contenta.
Comunque torniamo alla lezione di ieri, ero un po´ in ritardo, sono entrata, ho preso il tappeto, visto che tutti l´avevano e mi sono installata. Non ho parlato con l´insegnate per dirle, guarda, scusa io di svedese capisco tre cose in croce, abbi pietà di me! La classe si è rivelata essere una classe di yoga molto dinamico. In generale lo yoga non è la mia attività preferita, ma tutto sommato per i primi 50 minuti sono stata felicemente sorpresa... e poi si sono spente le luci, la musica si è fatta soffusa, l´insegnate ha acceso una candela e tutti sono caduti in catalessi sui loro tappettini. Per 10 minuti lei ci ha sussurrato dolci parole, o almeno suonavano tali (per quanto dolce possa suonare lo svedese) in svedese ... chissà cosa ci raccontava di bello. Io mi sono contorta sul tappeto, socchiudendo un occhio alla volta per cercare di capire se non ci fosse un qualche movimento da fare o un tipo di respirazione particolare ... per 10 lunghi minuti ero lì sdraiata su un tappeto da yoga nel tentativo di captare una delle 100 parole che conosco, uno dei verbi che ho ripetuto, ma nulla il vuoto....
La morale della storia: se non parli la lingua il corso di yoga con rilassamento finale forse te lo perdi... oppure ideona, visto che ad inizio corso di svedese l´insegnante mi ha chiesto se avevo dei bisogni specifici, tipo svedese per il settore legale o medico, posso dirle che ne ho bisogno per il settore ginnico-sportivo, vediamo cosa ne esce 😁😁😁



domenica 22 ottobre 2017

Speriamo di non ammalarci !

Quando sono arrivata in India dal Giappone, il mio nuovo Paese era talmente agli antipodi del precedente che non sono mai cascata in inutili confronti. L'India sta al Giappone come il dolce al salato, il caldo al freddo... Il caos del 'India strideva con l'ordine maniacale del Giappone, la sporcizia del tutto con la pulizia che mi ero lasciata alle spalle, la naturalezza delle persone con le rigide convenzioni che regolano i comportamenti nipponici. Poi c'erano i colori, gli odori, i rumori, in contrasto con i toni più tenui, i profumi meno intensi, i rumori leggeri. Insomma l'altra faccia del mondo altrettanto stupenda e intrigante.
DBo7-W5XkAEgp0K.jpg (800×1067)
Diversamente i confronti tra un prima e un dopo sono abbastanza normali è assolutamente inevitabili. Nessun expat si è mai accontentato semplicemente di voltar pagina, e di immagazzinare ricordi, in modo del tutto naturale il dire vedi lì era così, adesso sarà diverso, fa parte del passaggio ad un nuovo Paese, dei piccoli passi verso l'accettazione della partenza e l'integrazione delle novità.
Ho amato profondamente la California, le sue bellezze naturali, l'aria di perenne trasformazione e innovazione che si respirava in Silicon Valley. Mi sono innamorata perdutamente di Stoccolma, vero colpo di fulmine direi.... Ma nel quadro idilliaco intravedo un piccolo punto negativo e naturalmente lo confronto con quello che ho per cinque anni avuto a disposizione....
Ho fatto un preambolo lunghissimo ma adesso arrivò al punto
Il sistema medico.
Tasto dolente in Usa per vari motivi. Tasto dolente nella bella Svezia per motivi molto diversi.
Allora incominciamo con un aneddoto.
Arriviamo a Palo Alto, settembre 2012. Figlia numero uno con un gran mal di gola. Come sempre non mi precipito dal medico, tanto più che essendo lì da un mesetto non avevo ancora affrontato seriamente il problema (leggasi avevo il sacro terrore di dover sbattermi e trovare un nuovo dottore), e tecnica dello struzzo evitavo di affrontarlo. (  Il tema assistenza sanitaria in espatrio è sempre delicatissimo...Siamo obbligati ad ogni Paese ad adeguarci ad un nuovo tipo d'approcico e psicologicamente si rimanda sempre il momento in cui si dovrà far ricorso ad un nuovo sconosciuto dottore che chissà come sarà...)
Il mal di gola dura diversi giorno e la febbre entra a far parte del quadro.
Faccio leva su me stessa e la porto da un nuovo dottore, nel super centro medico, fiore all´occhiello della Silicon Valley, di quelli in cui entri già carta di credito alla mano e speri che non sia troppo doloroso (la spesa ). Il nuovo dottore anziché incominciare con una cura adeguata, si perde alla ricerca della malattia rara. Insomma per diversi giorni non le viene data nessuna medicina, ma vengono fatti test di vario tipo, dalla mononucleosi a cosetta meno leggere... e intanto la poverette con una gola avvolta da placche e febbre a 40 attendeva la fine....
Ecco in America si parte sempre dal peggio per poi scartando pian piano ogni possibile malattia più o meno mortale si arriva a diagnosi semplici, tipo laringite o gastroenterite...
Il tutto ovviamente con costi assolutamente fantasiosi, che le assicurazioni coprono più o meno e per i quali spesso un pochetto devi tirarlo fuori di tasca tua (il famoso out of pocket).
Svezia cinque anni dopo. Semplice eczema, chiaro e lampante, questo si, ma mai avuto così per figlia numero tre. Andiamo nell´ambulatorio davanti a casa, dal quale dipendiamo (sono 12 piani di medici di tutte le forme e specializzazioni, con laboratori e rieducazioni, più farmacia dietro l´angolo). Il centro così di primo acchito non ha niente da invidiare a quello privatissimo californiano, pulito, ordinato, personale cortese e soprattutto paziente con me e il mio svedese da 5 ore di lezione alle spalle.
Aspettiamo un tempo che sembra infinito, alla fine una dottoressa ci riceve, non è il medico che ci hanno attribuito, sfiga delle sfighe era assente oggi. La dottoressa chiede come mai siamo li e io le spiego il problema, Camilla ha due placche d´eczema visibili sotto gli occhi. La dottoressa non banfa, non batte ciglio, non fa domande, non la guarda praticamente. Io parto sulla spiegazione della rava e la fava, siamo appena arrivati, forse l´acqua, forse il freddo. Sempre imperturbabile. Okay provo con gli antecedenti famigliari, storie di allergie , sorella con eczema... la dottoressa si vede che vorrebbe bloccare il mio monologo, ma non sa come fare,visibilmente di chi siamo e come stiamo le importa poco. In 5 minuti, quelli in cui ho parlato solo io, siamo fuori con in regalo un viaggio in farmacia dove recupereremo la crema da mettere due volte al giorno mattina e sera... e poi se non passa ci chiami.
Si certo l´eczema era chiaro e non c´era bisogno di cercare altro (come forse avrebbero fatto in California) ma due, dico due domandine su antecedenti e compagnia, mah...
Esco e vado verso la segretaria, carta di credito alla mano. Lei mi sorride e mi dice è gratuito signora, per i bambini fino a 18 anni non si paga nulla. Stessa scena in farmacia, esco con la crema e non ho sborsato un soldo, nulla.... beh diciamo che forse per i precedenti 5 anni abbiamo talmente dato che ora per un mondo più giusto per un po´ non diamo più....
Ecco il contrasto: una sanità cara come il fuoco, dove i medici si tutelano cercando il peggio per paura di non accorgersi di qualcosa e di essere trascinati in tribunale. Atti e medicinali prescritti alla grande, perché tanto le assicurazioni coprono, e per evitare i problemi meglio fare e strafare.
Una sanità pubblica al 100%, quella di un Paese ricco (in cui tutti pagano le tasse ), ma comunque che deve fare i conti con budget e compagnia: non si prescrive nulla di più, forse molto di meno.... il consiglio di chi è già qui da un po´ è: se hai un dubbio insisti fino a sfinirli, altrimenti vai altrove (leggasi a casa tua .... io poi dopo l´esperienza ospedaliera di quest´estate non sono mica tanto pro sanità italiana, ma qui mi sa che pare una bella lotta).
Fondamentalmente laggiù sotto il sole californiano le risorse ci sono e vengono spinte allo sfinimento ma non nel bene del paziente, ma nel bene del sistema, delle tasche delle assicurazioni e dei sonni tranquilli dei medici. Qui le risorse ci sono anche, ma appunto per evitare di sperperare sulle cavolate la si gioca al minimo indispensabile... poi pare che se ci sono veramente dei problemi lì tirano fuori l´artiglieria pesante. Il risultato po pare in modo stupefacente esseere un po´ simile in queste due parti di mondo: da un lato medici che dovendo render conto alle assicurazioni, vedono un paziente dietro l´altro senza avere veramente il tempo di fermarsi ed essere empatici. Dall´altro lato medici che devono fare i conti con una struttura pubblica alla quel si rivolgono tutti e per la quale i conti devono quadrare, per cui non hanno tempo di veramente fermarsi a capire chi sei!
Insomma per ora sono sempre follemente innamorata, ma è come se avessi scoperto che il mio grande amore ha i piedi che puzzano, un difettino di poco conto certo ma che in certe situazioni può rovinare l´armonia!

martedì 17 ottobre 2017

Domani

Domani mi sveglierò un anno più vecchia. Questa sera poserò la testa sul cuscino sapendo che da domani dovrò pensarmi con un anno di più.
400206_stock-photo-big-cartoon-birthday-cake.jpg (504×600)
Quando ero bambina, come tutti i bambini, vivevo l´attesa del mio compleanno come se fosse Natale, quella candelina nuova sulla torta mi faceva sentire importante. Adesso le candeline incominciano a pesare, sulla torta incominciano a dover trovare i loro spazi per poterci stare, ordinatamente, tutte. Non mi spaventa questo passare del tempo su di me. Non mi rende né felice né triste passare ad un  numero nuovo. Ho voglia di festeggiare comunque anche se non ho più vent´anni, tanto per sdrammatizzare. Non mi spaventa questo correre veloce degli anni, mi piace voltarmi indietro e sorridere a quella bambina che ero, all´adolescente che sono stata, alla giovane mamma che non sono più. Non mi fa paura guardare davanti e vedermi più vecchia, più stanca, più fragile, anche se a volte vorrei fermare il tempo e dire grazie, okay, va bene, fermiamolo qui, blocchiamo l´immagine sulla me di adesso. Geliamo il tutto, noi con le stesse forze ed energie, loro grandi ma ancora abbastanza dipendenti da noi. Qualcuno ancora davanti a proteggerci da quella sensazione di primo della fila che si ha quando pian piano quelli che ci hanno sempre protetto incominciano a prendere commiato da questo mondo. Non si ferma il tempo, non si può, e poi forse è anche bello andare avanti, la curiosità di vedere il domani, un nuovo sole che sorge, un inverno più freddo, una nuova vacanza.
Fa strano pensare che gli anni davanti rischiano di essere molti meno di quelli già trascorsi, lascia una sensazione un po´ spiazzante il pensiero di aver costruito un innumerevole numero di ricordi e di momenti di vita che rischiano, anche questi, di essere più numerosi dei futuri. Ma alla fine comunque si continua a camminare, a costruire, a inventarsi una vita, a renderla nuova, allegra stimolante, qualitativamente sempre migliore ....
Domani feseggerò, riceverò auguri, abbracci sorrisi. La mia mamma, come ogni anno, mi racconterà quelle ore prima della mia nascita, il suo giro del mercato con il pancione, l´incontro con la vicina. Sentirò le voci squillanti e lontane delle mie ragazze, le parole tenere della piccola di casa. Sorriderò davanti al mio primo caffé del mattino, brinderò con nuove amiche. Guarderò i prossimi 365 giorni davanti a me fino al prossimo compleanno, sperando che siano belli, intensi e pieni di sorprese come lo sono stati i  precedenti 17520!!!

venerdì 13 ottobre 2017

La forza devastante del fuoco

La California sta bruciando. Sono qui seduta nella mia nuova casa a Stoccolma e guardo immagini devastanti di un mondo che è stato il mio fino a pochi mesi fa. Per molti può sembrare lontano, ma quando un posto è stato casa, tutto prende dimensioni diverse, succede così ogni volta che un terremoto tocca il Giappone, una catastrofe naturale colpisce l´India del sud, una bomba esplode in centro a Parigi... sono i miei mondi, sono con me e in me.
Un anno fa o poco più  ho recuperato Paolo all´aeroporto, rientrava proprio da Stoccolma e senza passare da casa siamo andati dritti a Napa, ci aspettavano degli amici per un week end all´insegna della degustazioni di ottimi vini, immersi negli splendidi paesaggi che quella regione unica al mondo sapeva offrire. Fu una delle prime occasioni in cui parlammo della possibilità di rientrare in Europa e trasferirci in Svezia. Sorseggiammo ottime bottiglie intorno ad una spelndida piscina con vista su chilometriche file di ordinati vigneti.
Tutto è andato in fumo, in poche ore di quel meraviglioso posto non è rimasto più nulla, così come non è rimasto più nulla di villaggi interi.
Vedo immagini di devastazioni che sembrano surrealiste, quartieri interi rasi al suolo, rimangono le strade a indicare un mondo che fino a pochi giorni fa era vita. La gente ha perso tutto, non solo la casa, anche il mondo nel quale era abituata a vivere. Non esistono più i vicini, la scuola, il supermercato.
Penso al mio quartiere a Los Altos, alla mia via tranquilla, il liceo alle spalle, le risate dei bambini nelle case accanto alla nostra. rivedo il gatto accovacciato sulla staccionata, la mia macchina parcheggiata davanti, le bici delle ragazze appoggiate al muro. Un quartiere tipico di ricca cittadina californiana, di quelle che hanno storie vecchie di 50 anni e ne vanno fiere. Un quartiere proprio come quelli che vedo adesso ridotti a cenere. Sono incredula. Siamo fragili di fronte a questa forza devastante. La vita stessa è fragile. Fa paura e fa riflettere.




mercoledì 11 ottobre 2017

Jag heter Giulietta, jag talar svenska!

Uno dei grossi challenge degli expat è la lingua. In un certo senso noi italiani siamo fortunati, non abbiamo aspettative da questo punto di vista, ovunque andremo saremo immersi in una nuova lingua. Certo il nostro sistema scolastico, adesso come ai miei tempi, non è veramente predisposto ad insegnare le lingue come si deve, per cui il grande sforzo rimane spesso da fare.
learn-swedish.png (518×291)
Io sono stata fortunata, ho vissuto prima in un Paese francofono e conoscendo perfettamente la lingua ho diminuito di molto le difficoltà dell´impatto, potevo comunicare senza problemi e dovevo solo concentrarmi sul resto (cultura diversa, meccanismi diversi, che poi per me andavano insieme all´essere diventati famiglia con tutti i challenge che ne conseguono). Comunque non ho avuto problemi nel contatto e nell´organizzazione della nostra vita nei nostri anni francesi e di questo devo ringraziare un padre constante nel continuare a trasmettere a noi figlie la sua lingua.
La situazione è completamente cambiata quando ci siamo trasferiti in Giappone. Molto rapidamente ho capito che con inglese e francese non sarei andata molto lontano. I giapponesi non sono molto dotati per le lingue, devo anche dire che la struttura della loro è talmente diversa dalle nostre, che non mi ha mai sorpresa la loro reale difficoltà a parlare inglese. Sono pochissimi i giapponesi che veramente masticano la lingua di Shakespeare, e ancor meno quelli che osano utilizzarla: questo osare esprimersi in una lingua diversa uscendo dalle loro zone di confort comunicativo, spiazza i tre quarti dei giappponesi, che, si sa, regolano in modo molto codificato tutte le loro relazioni sociali, e trovarsi a doverle mantenere in una lingua che non maneggiano in modo disteso, li spiazza.
È stato in Giappone che ho dovuto veramente rimettermi sui banchi e provarci. Avrei potuto sopravvivere senza una parola di giappponese, certo, anche perché ero immersa in un ambiente internazionale, alternando francese e inglese e le poche amiche giapponesi parlavano un inglese perfetto (le rare eccezioni, erano quelle che gli stranieri li andavano a cercare). È stata durissima. Credo che il grosso problema fosse appunto il limitato uso del giapponese al di fuori della mia lezione. A parte comprare il pane e dare due dritte al taxi, non andavo mai oltre.
La lingua è ardua, ma non impossibile, Paolo lui è riuscito a impararla benino, ma la differenza tra noi due era che lui era immerso in un ambiente giapponese al 100% dal mattino alla sera, e alla fin fine per lui masticare un discreto giapponese era una questione di sopravvivenza.
Tornassi indietro farei diversamente e mi impegnerei molto di più... facile dirlo a posteriori, ci si dimentica in fretta di quante cose ci siano da fare con tre bambini in casa, della logistica che ne consegue, soprattutto che a Tokyo ho avuto l´ambizione di portare avanti il mio lavoro e il tutto lasciava poco tempo per veramente dedicarmi a kanji e compagnia.
Il risultato è che a distanza di 10 anni ho fatto tabula rasa e in testa mi sono rimaste solo quelle pochissime espressioni che sono entrate a far parte del nostro lessico famigliare ed ogni tanto ascoltando stralci di conversazioni in giappponese colgo parole sparse qua e là che mi fanno sorridere.
Comunque così è andata. Nelle tappe successive francese e inglese sono stati nuovamente dominanti, ho mantenuto vivace la prima lingua e costantemente migliorato la seconda, soprattutto formando il mio orecchio ad accenti diversi e a tutte le loro sfumature, dall´indiano alle diverse pronunce americane (alcune ancora un po´ ostiche, l´ammetto).
A questo punto arriviamo in Svezia. Qui l´inglese è ovunque, o meglio è nella bocca di tutti ma non su carta e indicazioni varie. Beh ovvio la lingua ufficiale è lo svedese, nessuno penserebbe mai di trovare indicazioni in inglese in Italia, lo stesso succede a Stoccolma, con l´enorme differenza che se a Torino trovare un autista di bus che ti risponde in inglese impeccabile, credo sia missione impossibile, qui è assolutamente normale.
Studiano l´inglese fin da piccolissimi, i film sono in lingua originale, questo aiuta.
E questo allevia sicuramente la vita di noi expat, possiamo tranquillamente adagiarci nel nostro piccolo confort linguistico senza tuffarci a capofitto in una lingua, che, francamente, una volta uscita dai confini svedesi non serve a nulla.
In questi due mesi mi sono però resa conto che certo  tutti parlano inglese, ma che il mondo qui gira in svedese. Il primo approccio con le persone (al di fuori degli stranieri come noi) sarà in svedese sempre perché nessuno guardandoci in faccia capirà subito che svedesi non siamo. Per me questo è comunque spiazzante ... aggiungo poi il fatto che tutto dai giornali, alle etichette dei prodotti, alla segnaletica è in svedese, ho abbastanza input per dirmi che una base di lingua locale è assolutamente necessaria....
Detto fatto, eccomi di nuovo con un libro di lingua astrusa in mano, eccomi a memorizzare verbi nuovi, cercando mezzi mnemotecnici per facilitare il tutto ( esercizio divertente!).
Di primo acchito la lingua sembra ardua, anche se l´indubbio vantaggio che utilizzino il nostro alfabeto, aiuta già. La cosa che mi sembra più difficile è la pronuncia, qui la lunghezza della vocale può cambiare il senso completo di ciò che vuoi dire.
La grammatica sembra molto meno complessa dell´italiana, il che facilita le cose.
Ci sono appigli con l´inglese, il tedesco (che ho studiato un anno e di cui non ricordo nulla, ma a sufficienza per qualche magro reminder), il francese, qualche origine latina, insomma un bel mix.
Non sarà semplice, mi sono data degli obiettivi, che non svelo... un po´ per poter sorprendere tutti ci riuscissi, un po´ per non fare una pessima figura gettassi la spugna.
Di una cosa sono contenta, imparare un´altra lingua è un ottimo esercizio per mantener viva la memoria e far funzionare certi pigri neuroni, a questo aggiungo il fatto che per me la cultura di un Paese va di pari passo con la cultura che la veicola, e visto che vivere in un Paese vuol dire prenetarlo al 100%, beh attraverso la lingua faccio passi da gigante: avete mai pensato a quanto ci dice il modo stesso di sistemare le parole all´interno di una frase rispetto alla cultura che c´è alle spalle, al modo di funzionare dei suoi abitanti? molto!!
Bei intanto jag studerar Svenska e lo faccio perché jag bor i Sverige e mi sembra il minimo!!

domenica 8 ottobre 2017

Lo shock culturale? Ci si abitua....è questione di esercizio!

Lo shock culturale è vero, reale, esiste. Vivendo all´estero non dobbiamo mai dimenticare che un Paese è fatto per far vivere bene i suoi abitanti, è ritagliato su di essi, e non è fatto per noi stranieri, che dobbiamo umilmente adeguarci. Ovviamente l´accettazione della differenza non rende lo shock culturale meno forte, ma di sicuro lo rende accettattabile!

                               
dalla follia nipponica alla miseria indiana, dalle ordinatissime scolarette giapponesi alle folkloristiche mucche che si nutrono di quel che c´è: questo è shock....

Ma lo shoch culturale esiste sempre e ci assala ovunque con la stessa violenta intensità? Non credo.
Da un lato non tutti i Paesi ci accolgono con differenze tali da far oscillare le nostre quotidiane abitudini, ma soprattutto come in tutto nella vita degli expat è questione di esercizio.
Alle differenze ci si abitua man mano che gli anni passano e i Paesi si accumulano, noi con l´esperienza diventiamo da un lato più tolleranti e dall´altro siamo meno sensibili a quello che forse agli inizi del nostro percorso di vita all´estero subito ci balzava agli occhi seguito da un questi son pazzi.
Questo non vuol dire non stupirsi più, ma stupirsi in modo diverso senza necessariamente faticare dopo lo stupore ad accettare ciò che ne consegue.
L´altra sera qualcuno mi ha detto, sentendo che eravamo dei nuovi arrivati, ¨ eh qui  lo shock culturale è notevole, come va?¨... l´ho guardato un po´ stupita e candidamente ho risposto ¨ non trovo che ci sia nessuno shock culturale a vivere in Svezia¨.
Può sembrare arrogante, ma non lo è.
Lì per lì ho pensato, accidenti perché dovrebbe essercene uno che sono europa e qui di Europa si tratta. Ma anche il mio interlocutore era europeo, e se lui arrivando qui aveva in un certo modo percepito un forte shock, vuole forse dire che noi dopo 20 anni e più in giro e all´attivo Paesi nettamente più distanti culturalmente, ci abbiamo un po´ fatto il callo e abbiamo alzato non di poco il nostro livello di allerta alla differenza.
L´esperienza aiuta, ne sono sicura, ad approcciare al meglio ciò che di assolutamente agli antipodi dal nostro originario modo di pensare, ci si pone davanti. Oltre all´esperienza poi, sicuramente, il bagaglio culturale che avevamo alla partenza, i primi tempi in giro per il mondo, si è arricchito con materiale che non ha nulla a che vedere con la nostra cultura d´ origine, rendendoci nettamente diversi dalle persone che hanno preso il volo per la prima volta anni e anni prima. C´è stato un accumularsi di culture diverse che mischiandosi insieme ci hanno portato ad una percezione nuova delle differenze, attenuando shock culturali e ciò che ne consegue.
Forse fossi arrivata a Stoccolma 20 anni fa tante cose ¨diverse¨ mi avrebbero colpito, proprio perché agli inizi del mio itinerare e ancora impregnata solo della mia cultura di origine, pur aperta e pronta ad assoribire, ma non ancora miscuglio effervescente di culture diverse.
Forse non avessi avuto alle spalle Paesi come l´India e il Giappone, il mondo occidentale mi sembrerebbe più ricco di nuances culturali pronte a stupirmi di quel che, invece, in realtà, mi appare.
Non lasciatevi travolgere dallo shock, anzi rigiratelo in positivo come estremo arricchimento e soprattutto ottima palestra per poi assimilare meglio gli shock successivi.
Girare il mondo è un arricchimento continuo che passa anche attraverso mille terromoti intimi che ci portano ad essere molto diversi dalle persone che eravamo alla partenza, non migliori o peggiori, ma diversi, forgiati con la differenza che ogni volta ci ha fatto strabuzzare un po´ gli occhi e battere forte il cuore!
poi ci si abitua e ci si gode lo spettacolo


giovedì 5 ottobre 2017

Scena odierna: il medico della mutua versione svedese.

Scena odierna Giulietta alla ricerca del medico
Ambiente: tranquillo quartiere del centro di Stoccolma, rumore di macchine e autobus in sottofondo.
Interno: immobile moderno senza segni particolari.
La nostra protagonista è vestita sportiva. Ha appena terminato la lezione di pilates. A passo svelto si avvia verso l´edificio sopracitato, camminando nel sempre sopracitato quartiere tranquillo.
In mano il foglietto con i numeri magici che aprono tutte le porte per una serena vita svedese : i person number (beh si in Italia abbiamo il codice fiscale, in US il social security number,in Francia la fattura EDF, no scherzo, il numero di securité social... qui uguale e senza sei un entita priva di esistenza).
La protagonita ha preso la decisione, oggi è il giorno in cui la famiglia, o quel che resta di essa, si iscrive al servizio medico per avere il medico, che un italiano definirebbe di base e un americano un family doctor.
La protagonista ha passato notti insonni a rigirarsi nel letto e convincersi che era il momento di abbandonare l´adorato medico statunitense che ormai dati i 10000 chilometri di distanza poteva essere di poco aiuto, e sostituirlo se non nel cuore ma nella praticità. Anche perché qui pare che i virus svedesi, dei quali siamo del tutto digiuni, abbiano già indossato abiti da combattimento e sa che non scamperanno a nulla, proprio nulla.
La protagonista è convinta, oggi è il giorno.
Varca la porta dell´edificio con un po´ di inquitudine, come sempre quando si vive un´esperienza nuova, poi pensa sempre a quando ha varcato porte analoghe in India e sa che nulla potrà essere peggio.
Si avvicina pian pian a quello che d´istinto sembra un ufficio informazioni, ovviamente le indicazioni sono in svedese ed essendo il primo corso di svedese della nostra protagonista domani, il suo livello diciamo è quello del catalogo ikea.
Come sempre poi nessun problema la gentile signora delle informazioni parla, come tutti, un inglese fluente e con un grande sorriso tende alla nostra eroina i moduli per la registrazione.... che sono rigorosamente in svedese, ovviamente non pensava fossero in un´altra lingua... ma si  sa la speranza è sempre l´ultima ha morire. Google translate fa il suo dovere e nel giro di qualche ora i moduli sono compilati (si sbaglia un paio di volte soltanto, strappa, cancella, cambia ordine delle parole).
Con i moduli viene mandata all´unidicesimo piano, lì si trova il reame dei medici di famiglia.
La folla davanti ai due ascensori è sempre più numerosa, dopo 10 minuti di attesa, capisce che il viaggio fino all´undicesimo piano sarà lungo e avventuroso. Sarebbe anche salita a piedi ma è un po´ persa tra i mille cartelli e non sapendo quale indichi le scale sta tranquilla ad attendere l´hiss ( questa sul catalogo Ikea non c´è ma deriva dal vantaggio di averne uno nell´edificio in cui abita. Tecnica mnemonica per ricordare il nome : mi isso fino a casa.... Hiss)
Solo salendo in ascensore capisce il perché di cotanta lentezza, l´ascensore non solo si ferma ad ogni piano, ma dopo ogni apertura porte ci mette una vita a richiuderle perché c´è sempre un benedetto utilizzatore, in questo caso signora anziana incerta sul da farsi, che  rimane incantato davanti ai sensori. Il viaggio è lungo e la protagonista è un po´ tesa... non conoscendo i numeri fissa allucinata i numerini che si affiggono sul quadro di comando.... ansiosa di veder apparire l´11 (lei sa solo riconoscere  il terzo piano nella voce suadente del suo ascensore). Fin qui tutto bene, se gli altri viaggiatori non si mettessero tutti a chiacchierare tra di loro, ridendo e scherzando e guardandola, mentre lei per avere l´aria relax accenna anche un sorriso come se capisse.... dentro è un groviglio di punti interrogativi alternati a dei ma dove sono capitata formato gigante.
Finalmente le porte si aprono al piano desiderato, ma non è finita, la segnaletica è ovvimente anche qui in svedese stretto, non è che salendo nei piani ci si guadagni un tuffo nell´inglese, no no.
La segretaria non è al suo posto, ci sono cartelli ovunque e con molta nonchalance l´eroina sguaina il suo iphone ultimo modello e apre la santa applicazione google translate che punta in modo convulso sui vari cartelli per capire a grandi linee se alla maniera indiana la segretaria è partita in pausa caffé (che si chiama Fika, ma ne parliamo un´altra volta, e non non è per nulla volgare) e ritornerà forse un giorno, o è semplicemente andata a fare la pipì e torna subito...
Il resto poi fila liscio, la segretaria arriva (faceva solo pipì)  quel che resta dell´allegra famigliola è registrato e come per magia il Dottor Pincopallino diventa il loro nuovo medico di famiglia... per prendere un appuntamento, beh questa è un´altra storia, lo potrà fare solo tra le 8:30 e le 9:15, quindi per oggi niente da fare, ritenta sarai più fortunato....
e non ditemi che l´inglese proprio non serve, eh????


martedì 3 ottobre 2017

Tutti quei preconcetti sul bilinguismo da sfatare.

¨Il bilinguismo spaventa. Il trilinguismo non ne parliamo. Le paure sono molteplici, all´inizio la paura che i bambini non imparino la nuova lingua, successivamente la paura che dimentichino la lingua madre.[...] un bambino bilingue ha molta più facilità nell´apprendimento delle lingue successive e la conoscenza di una lingua seconda aiuta al consolidamento di quella materna¨ (Manuale pratico dell´espatrio, capitolo 3 Espatriare in famiglia)

Gli studi sul bilinguismo sono molteplici e gli aspetti positivi vengono ripetutamente messi in evidenza, ma nonostante tutto le paure sono presenti in molti genitori e certe idee radicate fanno fatica a  essere superate.
I bambini con più di una lingua parlano più tardi.
Falso, I bambini parlano tardi o presto indipendentemente dal numero di lingue alle quali sono sottoposti e spesso agli stimoli che ne conseguono. Ci sono bambini monolingua che fino a tre anni non mettono tre parole di fila e bambini con più lingue che fanno discorsi complessi prima di soffiare la seconda candelina.
Federica ha fatto la sua prima idea di frase a neanche 10 mesi, a 15(mesi) parlava molto bene e questo nonostante più di una lingua.
Si può parlare di bilinguismo solo se una lingua è acquisita dalla nascita.
Falso. Il bilinguismo non è solo questione di lingua ma anche di immersione nella cultura da essa veicolata, solo immergendosi veramente in essa un bambino diventerà bilingue, nella sua testa la lingua diventerà puro istinto e con essa tutti quei codici di comportamento sociale che ad essa sono legati. Se dai 7 anni ci si trasferisce in un nuovo Paese e si vive completamente immersi nella sua cultura, il bilinguismo sarà perfetto.
Le mie figlie hanno avuto il francese dalla nascita, e l´inglese introdotto abbastanza rapidamente come lingua più passiva e attiva dal momento in cui siamo arrivati in Giappone, ma sicuramente l´inglese-americano è stato assimilato in tutte le sfumature quando la scuola è diventata in inglese al 100% e adesso direi cha ha preso il sopravvento
Imparare una lingua da piccolissimi non è garanzia di mantenerla nel tempo.
Vero. Si dice che una lingua sia acquisita e metabolizzata nel momento in cui si impara a leggere e a scrivere.
Camilla a tre anni faceva il verso alle giapponesi quando istericamente le accarezzavano il capello biondo oro... rispondeva a tono con prefetto accento giapponese, giocava ai playmobil in giapponese, soprattitto dopo i week end di sci, chissà dov´è finito quel giapponese, in qualche angolo remoto della sua testolina...
La lingua madre diventa automaticamente secondaria.
si e no, nel senso che io non chiedo alle mie figlie di contare in italiano quando so che per loro il contare è automatico in un´altra lingua, così come non pretendo che spontaneamente mi raccontino la loro giornata scolastica in una lingua, cioè la mia, in cui non si è svolta. Ci vuole un po´ di elasticità da parte dei genitori, anche per noi adulti che viviamo e lavoriamo all´estero può essere difficile raccontare il nostro lavoro nella nostra lingua, proprio perché lo viviamo in un´altra.
Noi ripetiamo insistentemente che ci dicano le cose in italiano... lo faremo sempre....
Il linguaggio è meno ricco.
Falso. Un bambino di due anni che parla due o tre lingue può avere un´ottima proprietà di linguaggio, con un linguaggio ricercato, non in tutte le lingue contemporaneamente, ma nella somma di esse e legata ai diversi ambiti di utilizzo di ciascuna: gioco a nascondino in italiano: conto in italiano. Leggo le storie in francese: conoscerò le parole legate a quella trama in francese. Guardo un film in inglese: ne memorizzerò le parole in inglese.
Qui avrei tanti esempi.... a volte sono rimasta basita dalla ricercatezza di linguaggio, e da come di colpo le stesse cose dette in un´altra lingua diventassero molto più basic.
Meglio lasciar perdere le lingue precedenti e conncentrarsi sulla nuova
Falso. E qui ci sono ancora tante esitazioni, ho incrociato genitori che spinti da insegnanti ignoranti in materia, hanno smesso di parlare la loro lingua per paura che i bambini non assimilassero la nuova, e cosa peggiore rivolgendosi ai bambini in una lingua che non è la loro, in modo molto innaturale.
Mai cedere a queste pressioni, il bilinguismo è solo positivo e questo anche se i bambini hanno delle difficoltà di apprendimento. Molti studi dimostrano infatti che l´introduzione di una lingua nuova può aiutare ad assimilare meglio quella madre.
Noi il giapponese l´abbiamo abbandonato, io in primis, e adesso me ne pento... però quando siamo passati completamente al sistema americano, abbiamo voluto che continuassero a scirvere e leggere anche in francese.
I ragazzi mescolano le lingue
Vero. Si mescolano che è un piacere. Le mie incominciano una frase in francese, la finiscono in inglese e nel mezzo ci mettono l´italiano, ma il tutto con logica e naturalezza, e solo con noi, perché sanno che possono fare e sanno che noi possiamo capirle. In contesti monolingua non lo farebbero mai.
A me questa ginnastica ha sempre affascinato, questo passaggio naturale da un idioma ad un altro come se nulla fosse, questo essersi appropriate in modo talmente radicato di lingue diverse da renderle un tutt´uno.
Non scriveranno mai correttamente in una lingua (spesso quella madre) in cui non studiano
Vero fino ad un certo punto. Da giovanissimi è chiaro che si, ed è nostro dovere di genitori se se ne ha l´occasione di correggerli li dove sbagliano, ma senza stress, non sottoponendoli a tour de force e improvvisandoci insegnanti, semplicemente in modo naturale.... io ad un sms in italiano dove manca una doppia o un ´acca, rispondo sempre con un SMS di ritorno in cui correggo l´errore...a forza di ripetere. Da grandi poi, una volta che avranno acquisito sicurezza nella lingua di scuola, allora pian piano saranno in grado di correggersi da soli e il livello sarà alla fine più che accettabile.
Mio figlio si stressa per la nuova lingua.
I bambini, in linea generale, soprattutto se prima dei 7/8 anni, cioè del momento in cui imparano il concetto di regola grammaticale nella loro lingua materna, non si fanno troppe domande, e infatti rapidamente imparano, proprio perché lo fanno con la mente libera da sturtture mentali già precostituite. La nuova lingua si sopvrappone senza stress e viene assimilata senza che se ne accorgano. Lo stress lo comunicano i genitori, che trasferiscono le loro paure, convinti che i figli riscontreranno difficoltà enormi. A fin di bene si mettono nei panni dei bambini, ma non possono farlo perché noi adulti abbiamo un rapporto meno naturale con l´apprendimento.

Il modo migliore per affrontare lingue nuove che si sommano alle vecchie, così come le nuove culture, è farlo senza ansia da prestaione, e consci che i tempi possono essere diversi a seconda dell´età (a 3 anni, 6 mesi in immersione totale valgono 10 anni per un 40enne!!! scherzo). Affrontiamo ogni tappa in modo rilassato, senza angosciarci per tutto, apprendimento della nuova lingua, mantenimento della lingua madre, eventuale mantenimento di quelle apprese in precedenza: in un groviglio linguistico i bambini ne escono sempre vincenti, e noi adulti godiamoci i benefici che questa babele ha sui nostri fanciulli

In principio non sono per letture teoriche ma più per l´osservazione sul campo,  questi libri possono però dare qualche chiave di lettura per capire meglio passaggi e sfide:

Barbara Abdhelilah- Bauer Le défi des enfants bilingue, ed La decouverte, interessanti spunti sui diversi tipi di bilinguismo. In francese.
Erika Hoff, Childhood Bilingualism, Multilingual Matters, inglese.
Homel, Palij, Childhood Bilinguism: Aspects of being bilingual, inglese/
America Speech Language Heritage Association, The Advantage of Being Bilingual, inglese.
Contento Carocci, Crescere nel bilinguismo. Aspetti cognitivi, linguistici ed emotivi, italiano.
C. Bettoni, Usare un´altra lingua. Guida alla pragmatica interculturale, Laterza, italiano.


domenica 1 ottobre 2017

Ma quale Paese ti è piaciuto di più?

Una delle domande più gettonate che mi vengono fatte è quale Paese in cui hai vissuto ti è piaciuto di più. Rispondo sempre con un sorriso e esordendo con un è difficile, ogni Paese corrisponde ad una fase della nostra vita ed è stato perfetto in quel preciso momento, per noi come persone e come famiglia. Non ho mai stilato classifiche, ogni Paese mi è piaciuto con pregi e difetti, con le sue incongruenze e difficoltà, con la profondità di ciò che aveva da offrirci e con il calore con il quale ci ha accolti.
Diciamo che uno dei mie pregi è l'entusiasmo nell'affrontare un nuovo spostamento, credo veramente che potrei andare ovunque e cercare di farmelo piacere, però certo in 20 anni ho avuto anch'io i miei momenti più complicati, in cui mi sono chiesta chi ce l'ha fatto fare, in cui le domande si sono presentate a raffica nella mia teste sul perché caspita ci fossimo imbarcati di nuovo in un'avventura tutta da costruire.
Facciamo parte di una categoria di espatriati che non riescono a decidere, per il momento, di fermarsi, e che trovano nel loro piccolo nucleo familiare le energie necessarie per proseguire nel nuovo giro di giostra. Ci sono quelli che una volta i figli grandicelli decidono di dar loro un'a vita più stabile, posando le valigie. Ce ne sono altri che sognano tutto il tempo di installarsi da qualche parte e chiamarla casa o di ritornare alle proprie radici. Noi abbiamo deciso di andare avanti e credo che la ricchezza di quello che ogni Paese e città in cui abbiamo vissuto ci ha dato, ci abbia aiutato a costruire solide ali con le quali volare, come se oceani e montagne non fossero barriere.
Ma allora cos'è stato il bello di ogni Paese, qual'è stata la forza del primo impatto, cosa ha lasciato in noi?
Parigi, la Francia, e li tutto incominciò! È stato il punto in cui ci siamo ricongiunti, dopo anni separati, Paolo a Londra prima e a già a Parigi poi, io in Italia. Parigi è stata casa, la nostra prima vera casa insieme, a Parigi siamo diventati famiglia è già questo di per sé la renderà per sempre uno posto speciale.
Ma Parigi non è stata facile al primo impatto, Parigi anzi è stata la mia scuola, il duro terreno scontrandomi con il quale sono diventata expat. Parigi è stupenda, ma complicata. I parigini lo sono, non facili al contatto, non sempre aperti verso chi non fa parte delle loro abitudini. Parigi mi ha insegnato ad osare, a buttarmi, a tuffarmi nelle relazioni anche se mi sembravano muri immensi. Parigi mi ha fatta piangere, perché all'inizio sei solo e perso, ma mi ha insegnato a contare solo su di me e su di noi. Ho amato le mie passeggiate lungo la Senna, perdermi nelle strade, scoprire angoli speciali, una manetta di pochi mesi al caldo nel marsupio, la mia forza. Ho contemplato la Senna e la grandeur di strade e piazze, c´è un po´ di Parigi sempre in me, nei miei pensieri.
Perché dovreste trasferirvi a Parigi?
perché è una città stupenda e culturalmente molto vivace, abbastanza vicina all´Italia da potervi ossigenare quando ne avete voglia, come primo espatrio tutto sommato semplice.
Poi c'è stata la Normandia, la vita campestre che giustamente temevo.Se Parigi è stata dura, la Normandia è stato un campo di battaglia, uno di quelli tosti in cui applicare tutte le regole del buon soldatino per farsi largo e ricreare un mondo. Ho imparato la solitudine all'inizio, e per me animale sociale, era la prova peggiore. Ho tirato fuori trucchi e astuzie per uscirne fuori, e c'è l'ho fatta a testa alta. E ci ho lasciato il cuore oltre a delle amicizie stupende che ci sono sempre. Ho amato i campi verdi e bagnati di rugiada, ho amato la foresta dei cavallini dove le bambinette che erano sgranavano gli occhi di gioia, ho amato il parco lungo la Senna dove sembrava di essere in vacanza. Ho amato il mercato, passeggiare tra i banchi, fermarmi a chiacchierare. Ho amato quello che ho costruito che mi ha fatto crescere e dato energie e forza per il passaggio successivo. La Normandia è stata perfetta per la nostra giovane famiglia in crescita, per quel l'aria facile da respirare anche sotto la pioggia continua.
la nostra vecchia piscina lungo la Senna trasformata in fontana.

Perché vivere in Normandia? se amate la natura è il posto giusto, Rouen è una città vivace che offre tutto e se avete voglia di parigi, Parigi è a due passi. Con dei bambini piccoli la vita è sicuramente più semplice e meno costosa che nella capitale
Tokyo, Giappone, veramente dall´altra parte del mondo. Primo impatto indimenticabile, cercavo disperatamente una via, uno scorcio senza fili elettrici deturpanti, l'ho trovata talmente orrenda da diventare intrigante. E quanto l'ho amata dalla prima passeggiata nel caldo umido di quella fine agosto, spingendo a fatica il passeggino di Camilla lungo Otsuma-dori alla ricerca del supermercato. Mamma guarda è quello c'è la mucca come ha detto papà. Trovato! Tokyo è stata perfetta, talmente facile da vivere da sembrare quasi finta. Tokyo tentacolare ma paesino, Tokyo con 30 milioni di ordinati abitanti e cinquenni che vanno in bici in tutta sicurezza. 
una cultura secolare
 Tokyo è stato rendermi conto di essere straniera, l'impossibilità di capire, lo sguardo incuriosito delle composte mamme giapponese con i loro figli unici perfetti e puliti, e io con un trio di donnine con le bocche sporche e i nasini colanti, con gli occhi curiosi e sorpresi di fronte a questo mondo da scoprire. Ho imparato tantissimo nei mie anni giapponesi, ho imparato a sopportare distanze enormi, a sorridere di fronte a cose sconosciute, a dormire su scomodi futon e mangiare seppie crude appena sveglia. Ho imparato a guardare in modo diverso i dettagli, a non soffermarmi sul quadro d'insieme ma sul dettaglio. 
Tokyo super moderna
Per questo Tokyo mi è piaciuta, se la guardi dettaglio dopo dettaglio è la città più bella del mondo, nel quadro d'insieme ci sono sempre fili elettrici orrendi ovunque. Ho amato anche loro. Il Giappone è stato il posto giusto al momento giusto, bambine abbastanza piccole per approfittare della facilità di essere bambini in un mondo in cui il fanciullo regna sovrano, ma anche abbastanza grandi per poter assimilare molto di questa cultura che ci portiamo sempre preziosamente dietro

Fuji-san
Perché Tokyo? perché è la città più bella del mondo, perché la cultura è profondissima e estremamente interessante, perché tutto è moderno ma nel moderno c´è sempre un tocco di antico. Città super sicura, super pulita, super genitle, una tale somma di superlativi da farvi dimenticare le ore di volo e di fuso per rientrare in Europa.
Chennai, India del sud. L'altra faccia del mondo come l'ho sempre chiamata. Non poteva cascar meglio dopo il Giappone, la giusta successione, il bianco e il nero, l´asettico e il caotico, il delicato e lo speziato. Avrei potuto odiarla proprio perché rappresentava tutto quello che Tokyo non era e no sarà mai. Proprio questo mi è piaciuto dall'inizio, scoprire gli antipodi rispetto a quello in cui avevo vissuto per tre anni. Caos, sporcizia, traffico, puzza, rumore, bestie e umani che si mischiano, vita di strada senza regole, caldo intenso, umidità. Tutto mi è balzato agli occhi e da subito mi sono detta mi piace. È stata la mia grande scuola di vita. Il sorriso degli indiani, i più poveri, mi ha insegnato cosa vuol dire accontentarsi, godere di ciò che si ha, senza volere di più, di meglio. 
sporcizia....
I nostri occhi hanno visto realtà durissime, e anche il rifugiarci poi tra le nostre comode quattro mura, non ci ha mai del tutto liberati da ciò che vedevamo fuori dal finestrino, da ciò che ci balzava agli occhi camminando sulla sabbia sporca, da quello che incrociavamo cercando di camminare su marciapiedi inesistenti. Ci ha resi più forti come persone e come famiglia, in un momento in cui le nostre ragazze pur nell'ingenuità dei loro anni avevano la capacità di capire che stavamo vivendo qualcosa di straordinario. 
mercato del pesce di Pondicherry
L'India ce la portiamo dietro ogni giorno nel nostro modo di agire e di affrontare la vita, è anche le scelte quotidiane.

spiaggia di Chennai
Perché espatriare a Chennai? Perché se avete voglia di tuffarmi veramente nella differenza è il posto giusto. Perché tutto cambia talmente in fretta da vivere veramente trasformazioni importanti. perché se anche la vita moderna sta prendendo il sopravvento, convive ancora un misto di vita d´altri tempi. Perché ogni giorno quando uscite di casa avete qualcosa da scoprire.
Saint Germain en Laye, Francia, ritorno in Francia. Cittadina ricca e splendida alle porte di Parigi. L'abbiamo scelta perché estremamente internazionale, ed era quello di cui avevamo bisogno rientrando in Europa da due esperienze asiatiche. Non è statale facile, non lo è mai ritornare in un Paese conosciuto, abbiamo l'illusione di sapere già tutto è in fretta ci scontriamo con il tempo che, inesorabilmente, passando ci ha cambiati e resi diversi, con le esperienze che non c'è lo faranno più vivere come prima. Così di colpo ti ritrovi a cercare il tuo posto quando davi tutto per scontato, e nello stesso tempo senti meno l'eccitazione della scoperta pura. Ma anche Saint Germain ha lasciato il segno, con la sua bellezza da mini Parigi, con le mille lingue che risuonano ad ogni angolo di strada, con la bellissima natura che le fa da contorno, con il suo liceo internazionale, scuola veramente unica.
Non è stato suffciente però per farci avere voglia di rimanere, mancava quell´adrenalina da scoperta che solo ti assale quando sei di fronto ad un mondo sconosciuto, non c´era l´eccitazione del nuovo della quale ci nutriamo ad ogni nuovo spostamento. Nonostante le amicizie stupende non mi sono mai sentita veramente bene, ho sempre pensato ad una tappa successiva, ho sempre pensato al nuovo volo, al nuovo atterraggio, lo stupore negli occhi.
parco di Saint Germain en Laye
Ma forse era il passaggio necessario per recuperare un po´ di vita europea prima di lanciarci nella tappa successiva.
Perché Saint Germain en Laye nei vostri programmi di espatrio? Perché è un ambiente internazionale alle porte di Parigi con una scuola unica dove vi troverete benissimo. Perché è una città bellissima e piena di storia con Paris a due passi.
Los Altos, Silicon Valley, California. Entusiasmo e paura. Primo impatto pessimo durante il nostro viaggio di ricognizione, quel mondo da telefilm americano mi eccitava ben poco. Macchine e pattumiere perfettamente allineate, belle case con giardini curati, stradoni senza storia, cittadine vecchie di 50 anni. Così all´inizio ho detto NO, non andremo in Silicon Valley, l´opzione non fa per me.... è bastata una notte di riflessione a rigirarmi nel letto per farmi dire che stavo sbagliando, che stavo buttando al vento un´occasione irripetibile, che le ragazze avevano l´età giusta per vivere in pieno la vita americana, e che pattumiere ordinate e macchinone parcheggiate non potevano farmi dire che non l´avrei amata questa valle dalla natura stupenda e dall´effervescenza unica. 
Beh ci ho messo poco ad innamorarmi anche di ciò che all´inizio mi lasciava perplessa,di ciò che mi faceva poco sognare... Credo che gli anni in Bay Area siano sati uno dei regali migliori che ci siamo fatti e che abbiamo fatto alle nostre fanciulle. Ci siamo regalati stimoli incredibili, incontri fantastici, tutto accompagnato da un´aria di innovazione pulsante. Hai voglia di fare in Silicon Valley, hai voglia di creare, inventare, curiosare. Ognuno di noi è andato via con un grosso bagaglio di esperienze ricche di energie. 
Non avremmo vissuto la Silicon Valley nello stesso modo con figli più piccoli, per me loro avevano l´età perfetta per godere in pieno di risorse e stimoli. Hanno avuto scuole fantastiche e a disposizione tantissima innovazione, ma hanno anche goduto di libertà perché era un posto tranquillo per crescere senza preoccupazioni, il tutto in un ambiente abbastanza protetto senza essere soffocante.
Perché la Silicon Valley? perché è un posto unico, l´effervescenza che esiste qui non la torverete altrove, perché qui si viaggia ad alta velocità e il progresso è già passato. Perché si inventa il mondo ed è fantastico far parte di questa innovazione. Perché ci si alza al mattino con le batterie caricate a mille e si va a letto la sera con la voglia di rifare il mondo.
E adesso di nuovo in Europa, Stoccolma, Svezia.
Due mesi esatti che il nostro aereo ha toccato la pista a Stoccolma Arlanda. Due mesi che questa città è diventata casa. Dal primo giorno mi ha lasciata a bocca aperta, bella, bellissima. Sono già partita e tornata tre volte in questi due mesi, e per me il primo ritorno, i primi ritorni, sono la prova del nove per vedere se la sento veramente mia, la mia nuova città. Tre volte in cui aprendo la porta di casa ho sorriso felice della mia scelta. Forse non fa ancora abbastanza freddo e buio troppo presto per incrinare il mio cuore innamorato di fornte a questo equilibrio perfetto di città e natura. Sento già che anche questa esperienza lascerà il segno. Sarà l´ultima in famiglia, Camilla prenderà il volo quasi sicuramente da qui tra tre anni. 

Perché una tappa di vita a Stoccolma? è troppo presto per tirare le somme, ma di sicuro perché saprà sorprendervi, perché è Europa ma con qualcosa di speciale.... 



Poi chissà dove ci porterà il cuore?