mercoledì 22 novembre 2017

Questione di punti di vista: ma l´espatrio fa bene o no ai nostri ragazzi?

Due ann fa o poco più venni intervistata da un giornalista del Fatto Quotidiano e poco dopo uscì un aritcolo che parlava di noi, delle nostre scelte di vita, di questo nostro perenne itinerare che ci ha portati in giro per il mondo, con entusiasmo. L'articolo in questione si tiró dietro un innumerevole numero di commenti, tantissimi incazzati che un giornale si inetressassee a gente come noi, definita di successo e fuori dai canonici schemi, molto pochi gentili e con timidi tentativi di difesa.
All´epoca fui stupita da queste reazioni, lessi e rilessi i commenti assolutamente senza parole, molti sembravano scritti con la rabbia di chi si sentiva prigioniero di un mondo senza via di scampo, altri sembravano dettati dalla convinzione che chi riesce a fare cose interessanti per foza sia nel torto.
Per caso oggi sono capitata su articolo e commenti, li ho riletti tutti e uno mi ha colpita in particolare ed è questo:
Mah, io non avrei mai fatto figli se fossi stato in loro oppure mi sarei stanziato, lo trovo molto egoistico ma ovviamente è una mia opinione personale. Sono il primo ad aver viaggiato e continuo a farlo ma solo un anno fa sono diventato padre e ora sono stabile in un posto.

Questo genitle signore scrisse allora ciò che in tanti pensano: vita itinerante si, ma solo finché non ci sono i figli ai quali in questo moto continuo non si potrebbe dare stabilità.
Ecco lo spunto di oggi per affrontare un tema che mi sta a cuore: come reagiscoo i nostri ragazzi a questo perenne spostarsi, a questo saltare senza sosta da un Paese all´altro, come riescono a mantenere dei legami e degli equilibri?
Non è semplice certo, lungi dall´esserlo... ma ci sono dei ma... se i genitori sono contenti, convinti e sicuri della loro scelta, i figli seguiranno e lo faranno con il sorriso, soprattutto fino alle porte dell´adolescenza.
Se gli adulti affrontano il nuovo spostamento in modo positivo, i figli verranno avvolti dalla positività e le difficoltà saranno più facili da affrontare.
I bambini sono sensibili agli umori genitoriali, se vedono che c´è reticenza ad accogliere il nuovo si ritroveranno a riprodurre gli stessi umori e ad adattarsi con maggiore difficoltà.
Con questo noi adulti possiamo, ovviamente, avere dei momenti di sconforto, ma meglio mantenere il sorriso davanti alla nostra progenitura, loro saranno contenti e il fatto solo di vederli contenti aiuterà anche noi a superare magari dei momenti di nostalgia... un circolo vizioso della felicità!
Noi non abbiamo mai coinvolto le ragazze nella decisione finale, nel senso che abbiamo sempre ritenuto che il decidere di partire, di accettare un nuovo challenge, di saltare nel vuoto, dovesse essere una scelta nostra, da fare noi due e solo una volta sulla via della decisione coinvolgere loro. Questo non vuol dire che non ci siano stati degl scambi con le nostre ragazze, ma solo che la decisione doveva essere nostra e nel processo decisionale era chiaro che loro non avrebbero avuto posto, pur tenendo conto dei loro desideri e delle loro aspettative.
Più i figli crescono più è necessario che vedano la decisione di partire come un qualcosa da cui non si torna indietro. Con loro si potranno discutere i dettagli, scegliere la scuola, cercare casa, navigare su internet per capire dove si andrà, ma la scelta no, è solo una scelta degli adulti.
Premesso tutto ciò arriviamo al perennne spostarcsi, a questi figli sballottati da un paese all´altro, apparentemente senza radici, in un turbinio di aerei, sempre ad affrontare lingue nuove, sempre gli ultimi arrivati, sempre quelli con una valigia pronta per essere riempita.
Ci sono momenti difficili. Ci sono momenti in cui le loro lacrime ci fanno male. Ci sono momenti in cui vederli soffrire ci fa vacillare. Ci sono momenti in cui ci facciamo delle domande, ma poi... poi basta guardarli, vedere la sicurezza con la quale affrontano il mondo, la maturità acquisita, la forza che questo continuo spostarsi ha regalato loro. Ci vogliono energie per essere i nuovi, per dire ciao alle sicurezze e crearne di nuove. Ci vuole forza per entrare in classe e vedere 40 occhi che ti guardano, tu il nuovo, con curiosità.
Può far male, così sul momento, ma poi diventa quasi un esercizio divertente, ma poi la nuova esperienza imparano a guardarla come un nuovo interessante passaggio, e il nuovo Paese diventerà casa e piccole radici l´avvolgeranno. Non è vero che questi ragazzi crescono senza radice alcuna, ne hanno tante di radici, tante quanti i Paesi in cui hanno vissuto e se le portano dietro tutte perché fanno parte del loro essere, della personcina che cambiamento dopo cambiamento sono diventati.
Non è vero che non hanno punti di riferimento, ne hanno uno molto forte che è la famiglia, i genitori e fratelli, unico elemento invariabile in questo mondo in continua evoluzione. Si impara a contare molto sulla famiglia, i ragazzi si appoggiano a fratelli e sorelle perché sanno che ci si capisce perch;e si vivono le stesse cose, così come nella coppia ci sia appoggia l´uno sull´altro. La famiglia diventa il fulcro, ma poi c´è anche il resto, il modo intorno può dar loro solidi punti di riferimento, perché in espatrio tutto diventa più intenso, si condividono emozioni forti, momenti difficili e gli amici diventano una forma di famiglia, e questo da ai nostri figli quel sentimento di essere protetti.
Abbiamo zii e zie sparsi da una parte ll´altra del mondo, adulti con i quali si è percorso un pezzo di starda e che saranno sempre presenti per i nostri figli, ragazzini con i quali si è rifatto il mondo come con dei cugini, e i legami rimarranno, si rimarranno nonostante tutto.
Allora non si dica che questa vita è negatività, dolore, sradicamento. Fa male ogni tanto, quando si part, si saluta, ci si allontana, ma molto più spesso ci rende, li rende, più forti, più solidi, pronti ad affrontare il mondo con grinta, perché di ostacoli hanno imparato anche da piccolissimi ad affrontarne, perché in espatrio ci si muove sempre ai limiti di una confort zone, e questo fa crescere!
Non c´è, caro signore, nessun egoismo nella nostra scelta di vita, ma tantissimo amore e la profonda convinzione di aver regalato il mondo alle nostre ragazze, nonostante le distanze e nonostante le lacrime.

domenica 19 novembre 2017

Genesi di un libro e idee regalo!

Perchè un blog? Me lo chiedono in tanti. Com' è nata la voglia di raccontarmi e di raccontarci, cosa voglio trasmettere con quello che scrivo, qual'e il messaggio che voglio veicolare?
Dopo tre anni in Giappone a scrivere regolarmente email ad amici e parenti per aggiornarli sulla nostra vita nipponica, dopo tre anni a scrivere di un Paese che mi aveva completamente affascinata, a cercare di comunicare con le parole quello che vedevo e provavo, una volta arrivata in India mi sono detta perché no, perché non aprire un blog e metterci dentro le stesse cose che scrivo nei mie messaggi e lasciare a chi vuole il piacere di leggermi senza impormi loro con le mie storie avventurose di expat ormai di lunga data.
All'inizio l'idea era solo raccontare e raccontarci, far vivere il nostro quotidiano a chi ci stava lontano, condividere le nostre scoperte, far entrare nel nostro nuovo mondo chi ci stava lontano. Poi pian piano il blog ha incominciato a diventare altro, qualche curioso e perfetto sconosciuto ha incominciato a seguire le nostre avventure di famiglia itinerante e mi sono resa conto che attraverso le mie parole potevo non solo raccontare quello che stavamo vivendo ma anche dare una visione della vita all'estero, consigliare chi voleva paritre, consolare chi era gia partito e faticava a muovere i primi passi.
Quando ho aperto il blog, la blogosfera era sensibilmente piu piccola di adesso, tutti i blogger muovevano i primi passi un po' spaventati su un terreno sconosciuto, cercando pian piano di crearsi un pubblico e di appropriarsi di tematiche varie. Sono passati 10 anni e da allora il panorama si è trasformato, in rete si trova di tutto e di più, ci sono blog su qualsiasi argomento e i blog d''expat sono aumentati in modo vertiginoso... forse anche perché sono aumentati gli expat stessi, negli anni, per forza di cose molti sono stati costretti a muoversi per trovare equilibri e soddisfazioni fuori dal proprio Paese.
io ho continuato sulla mia strada mantenendo quel buon equilibrio tra racconti di vita vissuta e consigli di chi ormai ha fatto del perenne itinerare il suo modo di vivere e del mondo la sua casa.
Penso che la vita vissuta sia importante perché solo in questo modo chi vuole partire si rende conto di come realmente si puo vivere, di quali sono gli ostacoli, di come affrontare certe situazioni e soprattutto di come tutto sommato il quotidiano di una famiglia sia poi lo stesso che si viva nel proprio mondo o che ci sia sia sradicati per radicarsi più o meno altrove.
Certo ci sono mille componenti che possono destabilizzare all''estero e rendere il quotidiano a volte meno liscio nel suo procedere, e proprio per questo alla parte del ti racconto cosa facciamo oggi alterno i consigli pratici e le riflessioni sulla vita all'estero spesso dettate da vita vissuta.
Il blog poi ad un certo punto, un anno o poco più fa, e diventato grande ed è diventato libro, come in tanti sapete...ed il libro è animato esattamente dalla stessa idea, alternare vita vissuta e consigli che ne derivano, mettendo a fuoco certe problematiche di vita affrontate un po' da me e un po' dalle tante persone che ho incontrato sul nostro cammino.
diciamo che il libro e il blog diventato grande e maturo!
Ammetto che ogni tanto, soprattutto adesso che sono agli inizi della nostra nuova vita in un nuovo Paese, ogni tanto mi rileggo dei passaggi, che poi li conosco quasi a memoria, ma quasi per confrotarmi nei miei piccoli passi, conscia che anche dopo vent´anni a zonzo ogni tanto ho bisogno dei un piccolo ripasso!
Adesso che ci avviciniamo a grandi passi al Natale fate felice un amico, un parente, un conoscente, o semplicemente voi stessi,  e regalate un libro, regalate questo libro, un po´ viaggio, un po´ avventura, un po´ follia, un po´ passione!
Troverete delle risposte alle mille domande,troverete delle idee, vi sentirete meno soli in questa grande follia che è la vita itinerante!
Manuale pratico dell´espatrio. Amzon.it

martedì 14 novembre 2017

Mamma di figlia femmina!

Quando ero ragazzina mi immaginavo mamma di maschi, quando pensavo alla me mamma, mi vedevo circondata da saltellanti maschietti che mi avrebbero guardato con occhi innamorati e che mi avrebbero considerato a lungo la donna della loro vita.... Io ero in sostanza un maschiaccio, tutto pallone e scorribande sullo skate, non sopportavo le bambine lamentose, quelle che non volevano correre a perdifiato per paura di rovinarsi le treccine, quelle che non si arrampicavano sugli alberi per non strappare i collant. Quando mia mamma mi imponeva la gonna soffrivo, in silenzio, le pene dell´inferno. Adoravo i miei capelli corti a caschetto. Mi divertivo a correre dietro ad un pallone e giocavo ore e ore con i miei tanti robot... e soprattutto avevo tanti amici maschi, mi sono sempre piaciuti di più, più genuini, schietti, sinceri, senza triple letture....
Ero felice di essere bambina ma sognavo di fare pipì in piedi, contro un muro,
Questo però era prima, prima che mi mettessero tra le braccia, 20 anni e poco più fa, quel corpicino caldo e delicato, prima che osservassi quella testolina ricoperta di una massa leggera di capelli neri, prima che appoggiassi le mie labbra su quelle guancette paffute, prima che mi innamorassi perdutamente di lei e diventassi mamma di femmina.

Da quel momento in poi ho vestito felicemente le vesti di mamma di piccolo personaggio femminile.
Nelle gravidanze successive ho sempre sperato di aspettare una femmina, così è stato.
A volte mi chiedo come sarebbe andata se anziché Federica avessi stretto tra le braccia Niccolò, chissà se per i successivi avrei voluto ripetere l´esperienza o se una voglia di femminuccia improvvisa mi avrebbe assalita...?
2007 Kiso Valley

2017 New York City

Comnque da 20 anni sono mamma di figlia femmina e ne sono felice.
Palo Alto 2016
Premetto che le mie ragazze non sono cresciute rinchiuse in stereotipi femminilii ben definiti, e visto che buon sangue non mente sono state anche loro un po´ maschiacci. Se c´era da recuperare un pallone in alto in alto, se c´era da saltare, urlare, arrampicarsi, erano sempre presenti. Avevano da piccole bisogno di correre e saltare fino allo sfinimento e non sono mai state delle statuine attente a non macchiare il vestitino o a far cadere la molletta... In questo erano come me le sarei immaginate, come ero io bambina, un po´ super eroe un po´ principessa, quel giusto mix di sano equilibrio.
Non so se per una donna, una mamma, sia comunque più naturale confrontarsi con un personaggino, anche se formato mignon, del nostro stesso sesso, per facilità forse...
non lo so anche perché non avendo un figlio maschio non so quanto più facile o difficile sarebbe stato entrare nei suoi pensieri.
Normandia 2004
Adesso che le mie ragazze sono tutte ormai tra l´adolescenza e l´età adulta, beh sono felice di avere tre donnine con le quali interagire, con la loro sensibilità tutta femminile. Trovo che crescendo si instauri una forma di sana complicità, (anche se ammetto che le mie girls hanno creato la stessa complicità con il loro papà, che essendo una persona molto sensibile e capace di ascoltare, ha sempre avuto un dialogo schietto e tenero con le sue ragazze), ci sono cose delle quali si parla con più facilità (loro a me e ne sono felice, nonostante i ruoli precisi e ben definiti che esistono tra di noi, io rimango la mamma, ma sono anche una donna e una donna abbastanza aperta di mentalità). Ci sono mille cose da fare insieme, cose frivole come una manicure, o più serie come osservare un quadro con lo stesso tipo di sensibilità.
Sono mamma di figlie femmine con debolezze tutte femminili, le lacrime forse più facili, un po´ di drammaticità in cose e azioni. (anche se ogni tanto giuro vi vorrei molto ma molto meno drama queen)
Vernon 2003
Soni mamma di figlie femmine che scopre prodotti di bellezza mai sentiti e impara ancora trucchi e astuzie per mettere in risalto qualcosa, anche abbondantemente passati i 40! (che poi adesso quasi mi imbarazzo a darmi solo un colpetto di mascara)
Sono mamma di figlie femmine quando mi sento dire guarda che quella giacca sta meglio a me (gioia mia come se non lo sapessi che tra me e te ci sono quel certo numero di anni che fanno si che tu stia sempre meglio di me, ma ne sono felice)
Sono mamma di figlie femmine che ascolta per ore tiritere su dimensioni di seno, di sedere, su brufoli che vanno e vengono. (ho anche integrato il fatto che la frase hai preso il sedere della mamma non sia un complimento....)
Sono mamma di figlie femmine che aspetta ore e ore che siano pronte per uscire e vede sfilare un vestito dietro l´altro che si accatasta poi sul pavimento nella scelta di quello giusto, perché non è facile piacersi, sempre, tutti i giorni. (vabbé anch´io ogni tanto mi cambio due volte perché non tutti i giorni ci guardiamo con gli stessi occhi e il vestito che ci stava bene ieri , oggi ci sta da schifo)
Central Park 2012
Sono mamma di figlie femmine seduta tra due camerini, aspettando di vederle uscire con il sorriso, sicure nel pantalone nuovo, o arrabbiate perchélalucedelcamerinomifaorrenda..... (portatemi un caffé con due biscotti... l´attesa sarà lunga)
New York ottobre 2017
Sono mamma di figlie femmine perché mi rivedo un po´ alla stessa età, gli stessi sogni e le stesse insicurezze. (perché era ieri che ero adolescente anch´io... si lo so che di anni ne sono passati tanti, ma era ieri lo stesso)
Sono mamma di figlie femmine nelle telefonate piene di singhiozzi, dove mi chiedo se stiano per morire, se siano state aggredite, se sia successo il finimondo, per poi scoprire che hanno perso un guanto (dai forse esagero)
Sono mamma di figlie femmine accoccolata con loro sul divano a guardare un film commentando gli attori (maschi).(quello è veramente troppo ma troppo figo!! Se mi invita a cena ci vado, ma mamma, ma sucsa e papà... beh se Brad Pitt mi invita a cena papà aspetterà a casa che ritorni per raccontargliela.... dialoghi di vita vissuta)
Sono mamma di figlie femmine quando mi sento dire ¨sono enorme¨ duecento volte al giorno.( e per duencento volte ripeto che 20 chili bagnata con i pesi nelle tasche... non puoi essere enorme)
Sono mamma di figlie femmine quando cancella la foto che non sorridevo bene ( e fare le foto diventa un incubo, sopratttutto con tutte e tre insieme, statisticamente una chiuderà sempre gli occhi).
Sono mamma di figlie femmine quando cerco quel maglione e non lo trovo e so già che lei rientrerà da scuola e ce l´avrà addosso (adesso adotto la stessa tecnica, almeno con maglie e giacche funziona... per pantaloni gonne e vestiti, beh sono la mamma, non ci entro!!)
Sono mamma di figlia femmina quando il mio rossetto preferito è ridotto malissimo....(e che cavolo!)
Sono mamma di figlia femmina quando già a tre anni non riuscivo a farla uscire di casa senza il ciuffo.(o con le scarpe che volevo io, con la giacca adeguata alla stagione, con il cappello che andava bene... perché decidono loro, e ci sono battaglie che non vale la pea di combattere e allora ci sono 30 gradi e vuoi il cappello di lana, metti il cappello di lana)
Sono mamma di figlia femmina perché so come le batte il cuore (...)
Sono mamma di figlia femmina da 20 anni e un mese e ne sono felice, estremamente felice!
Forse in un'altra vita sarò mamma di figlio maschio e lo troverò talmente più bello da rimangiarmi tutto.... ma per ora è così!












sabato 11 novembre 2017

Regista da stadio

Erano pìu di 30 anni che non andavo alla stadio, le prime e ultime volte dovevo avere un quindicina d´anni, schiacciata in curva Filadelfia tra i tifosi più accesi, dove un carissimo amico di mia sorella mi portava con lui per qualche partita importante. Ci andai allora forse 4 o 5 volte e in seguito mi limitai a guardare qualche partita in TV, quelle dei mondiali, quando di colpo ci sentiamo tutti un po´ più italiani.
Ma ieri era l´occasione speciale, l´Italia giocava contro la Svezia, ghiotta e rara opportunita per vedere la squadra del nostro Paese giocare contro quella del Paese che ci ospita.
Eccomi dopo oltre 30 anni a sorprendermi in uno stadio super moderno, ben lontano dalle immagini che avevo nella mia testa di tifosi stretti come sardine sulle gradinate.
Ma non è né dello stadio che voglio parlare, né della partita bruttina e deludente...
il tifo, io voglio parlare del tifo, perché ecco benché mi ricordassi i cori di allora, non mi ricordavo per nulla la coreografia che li accompagna, la regia che li produce, l´impegno presonale di due o tre tifosi che prendono in mano il tutto ergendosi a guida delle masse.
Ieri ho scoperto che ci sono tifosi di vario tipo, ma sopra tutti ce n´è uno il leader, quello che sacrifica se stesso in nome del coro collettivo, quello che mostra la schiena al campo per tutti i 90 minuti, non vedendo praticamente nulla della partita, per guardare negli occhi il resto della tifoseria e cercare di trascinarla nell´esprimersi il più rumorosamente possibile.


Non era semplice ieri sera a Solna, dei 40000 spettatori se ce n´erano 3000 italiani era tanto e farsi sentire prevaricando i cori svedesi che si rimbalzavano canzoni che sembravano botte e risposte da un lato all´altro dello stadio, non era cosa da poco.
Di registi ne avevamo tre, o meglio direi un regista e due assistenti ai sui lati. In piedi su sedili per 90 minuti senza cedimenti hanno mosso le braccia da bravi direttori d´orchestra, con un´energia notevole, direi la stessa che li ha spinti fin qui dall´Italia per seguire, schiena al campo, una partita, nulla più.
Ammetto che tanta passione mi spiazza....

Ammetto anche che il resto della tifoseria credo li abbai un po´ delusi.... abbiamo cantato, si, abbiamo cantato l´inno un paio di volte, abbiamo urlato scemo al vichingo che aveva sbagliato il tocco di palla, abbiamo saltato urlando chi non salta uno svedese è... ma tutto ciò forse con meno forza e passione, o meglio tutto ciò come una parentesi divertente alla nostra quaotidiana routine e senza le stesse energie delle nostre guide.
Poveretti si son fatti un volo dal sud d´Italia per venir fin qui a dirigere un gruppo smidollato di tifosi e in più a veder l´Italia rientrare a casa la coda tra le gambe, ricoperta di critiche, e con la paura di un grosso flop tra un paio di giorni in terra nostrana.
Mi chiedo se i nostri energici registi da Stoccolma voleranno direttamente a Milano per dirigere un nuovo coro che, speriamo, abbia la fortuna anche di gridare un paio di ¨goal¨ liberatori che apriranno all´Italia le porte die mondiali....
Stiamo a vedere.....





giovedì 9 novembre 2017

LAGOM : il segreto svedese per vivere felici.

La Svezia è uno dei Paesi d´Europa più ambiti, non per le vacanze, ma per viverci. Strano, così sulla carta chi avrebbe voglia di vivere al freddo e al buio per un tot di mesi all´anno? E invece freddo e giornate cortissime a parte, questo Paese offre una qualità della vita indubbiamente eccezionale, premettendo un buon equilibrio tra vita famigliare e professionale e offrendo a tutti buone possibilità di realizzazione.
Ma cosa rende la Svezia un Paese così accogliente?
L´essenza del tutto è rinchiusa in una sola curiosa e praticamente intraducibile parole : LAGOM.
Lagom è la parola magica che governa la vita qui. LAGOM è l´equilibrio, la giusta proporzione, il non troppo né troppo poco, la felice via di mezzo, il ragionevole, l´armonioso, ciò che di più vicino alla perfezione per noi stessi e i nostri equilibri e per il gruppo nel quale eolviamo e i suoi equilibri, esiste. E attenzione con perfezione non si intende la prefezione assoluta, ma semplicemente quello che ci calza addosso e che calza perfettamente alla società.

Questo senso di equilibrio, di moderazione, di felice bilanciamento domina le azioni e la vita degli svedesi e, di conseguenza, coinvolge anche noi stranieri e il nostro qutidiano vivere qui.
Ad esempio se di primo acchito gli svedesi ad alcuni possono sembrare fereddi e distaccat nelle relazioni sociali, beh LAGOM, nel senso che se non ti saltano addosso e ti marcano a uomo travolgendoti con discorsi a fiume, é perché rispettano i tuoi spazi, il tuo equilibrio senza metterti a disagio. Lo stesso vale nelle conversazioni dove molto spesso dominano lunghi momenti di silenzio, che possono essere percepiti da uno straniero come un momento di estremo imbarazzo, mentre invece servono a mantenere moderazione e equlibrio. Noi italiani con il nostro gesticolare e parlare qualche decibel sopra la media siamo proprio un po´ fuori LAGOM in questo mondo e possiamo imparare molto in questo senso: rispettare le pause, i silenzi, capire se ciò che dobbiamo dire è veramente interessante e importante o no.
Questo senso di moderato equilibrio ovviamente affetta positivamente tutti gli ambiti, al di là delle relazioni sociali. Allora LAGOM a tavola e in cucina, mai troppo speziato, mai troppo salato, mai troppo abbandonate, mai troppo caldo, freddo e via discorrendo e così nasce il concetto di smärgosbord, letteralmente sandwich, in modo più generico una forma di chiamiamoli assaggi da buffet.
LAGOM è la pausa caffé che gli svedesi chiamano Fika, che a differenza del té inglese a orario invariabile, è a orario variabilissimo, e si può far Fika diverse volte al giorno (niente di volgare ehhh). Fika = prendersi un momento per riconnettersi con sé stessi e il mondo circostante, fondamentale appunto per il giusto equilibrio personale.
LAGOM è nella natura vissuta al 100%, nel prendersi gli spazi giusti per approfittare di questa natura, nel saper camminare ovunque senza fretta e affanno.
LAGOM nel grande sostegno che vivene dato alle famiglie per equilibrare i compiti, per poter vivere vita professionale e famigliare in modo complementare, senza togliere nulla da una parte o dall´altra.
LAGOM è in uno stato che è assistenzialista ma in un senso postivo, aiuta a sviluppare le capacità individuali, aiuta a inserirsi nella società proprio per questo senso di equilibrio: pensiamo solo ai corsi di svedese gratuiti per i rifugiati.
LAGOM sono i mobili IKEA, che ben racchiudono questo sensa di moderato equilibrio nel loro stile sobrio, che è quello degli svedesi. Semplici, funzionali ma con qualcosa di carino.
LAGOM è una società dove non c´è sfarzo. Le differenze sociali ci sono, forse meno forti che in tanti Paesi, ma chi ha molto ma molto di più non lo sbatte in faccia agli altri, vive nello stesso modo, non c´è un reale sentimento di essere diversi (tolti ovviamente i tanti mendicanti  che affollano gli angoli delle strade). Chi è ricchissimo non si presenta con il macchinone e i vestiti tutti firmati per far vedere quanti soldi ha. Chi è ricchissimo vive di equilibrio e moderazione.
LAGOM è nel mostrarsi sempre moderati nei giudizi, non troppo né troppo poco.
LAGOM è saper aspettare il proprio turno anche alla fermata del pulman.
LAGOM è nel rispettare gli orari, mai in ritardo, piuttosto un po´ in anticipo.
Ammetto che questa filosofia di vita non mi dispiace affatto.... se solo le giornate a novembre fossero un filo più lunghi, tutto sarebbe perfetto.

lunedì 6 novembre 2017

Alla scoperta della Svezia e delle sue tradizioni: Skogskyrkorgarden e la festa di Ognissanti.

Sabato all´una eravamo a casa, un po´ fuse dal volo notturno da New York con scalo a Helsinki, un po´ tristi dopo la bellissima settimana passata con le nostre newyorkesi preferite, ma anche contente di rituffarci nella nostra vita svedese! Certo lasciare i 21 gradi di venerdì con un bellissimo cielo blu  per rituffarci nel grigiore di Stoccolma, assortito con giornate sempre più corte, beh poteva essere traumatizzante! Per evitare di stare troppo a rimuginare sui bei giorni passati, mi ero già segnata da tempo in agenda un appuntamento tipico locale, una specie di festival delle luci che ho simpaticamente ribattezzato Diwali svedese senza i botti!
In realtà con la festa indiana non ha nulla a che vedere, ma alla fin fine per chi migra come noi da una parte all´altra del mondo è divertente creare punti di contatto tra tradizioni spesso lontane.
Come attività anti jet-lag ho pensato che un giro dei cimiteri potesse essere non male... molto in tema halloween... !! Arrivare in un nuovo :aese vuol anche dire scoprirne le tradizioni che lo abitano e questa è la prima...

Nel bellissimo parco-cimitero Skogsktykorgarden, patrimonio mondiale dell´Unesco dal 1994, il giorno di Ognissanti,  che qui in Svezia si festeggia nella settimana tra il 31 ottobre e il 6 novembre, di sabato,
 c´è un suggestivo ¨spettacolo¨ di candele accese in memoria, e ce ne sono a migliaia in un susseguirsi di fiammelle luminose che danzano leggermente scosse dal vento.

Il quadro di questa festa della luce è uno splendido parco-cimitero Skogskyrkogarden, nel quartiere di Enskede, progettato e ultimato tra il 1917 e il 1940 da due prestigiosi architetti dell´epoca, con l´idea di creare qualcosa di diverso rispetto ai cimiteri classici precedentemente costruiti, rispettando in modo chiaro il rapporto con la natura circostante. Cappelle e tombe si integrano nella natiura che le ospita e in occasione di All Saints day il tutto si veste di luci, di voci, di pensieri: suggestivo, profondo, coinvolgente.

Tutti possono andare a depositare una candela in ricordo dei propri cari scomparsi, noi non eravamo un granché organizzati, ma un pensiero ai nostri papà l´abbiamo comunque avuto...., non è necessario avere una tomba su cui posare una luce, i lumini vengono depostitati qua e là e vi assicuro che il colpo d´occhio è incredibile... ogni tanto poi tra una candela e l´altra is trova un oggetto con una frase, un foglio con una poesia, anche qualche zucca di halloween era all´appello.
Dovremo comunque tornare in questo parco per passeggiare con la luce e goderne dello splendore architettonico, visto che alle 4 del pomeriggio faceva già buio.... eh si siamo in Svezia e le giornate si stanno accorciando in modo incredibile, il cambio d´ora poi non ha giovato, ma si dai non pensiamoci forse lunedì prossimo nevicherà, ma va bene lo stesso!


mercoledì 1 novembre 2017

Tanti modi di essere mamma, nel mondo nessuno è perfetto, neanche noi italiane!

C'è un blog che seguo da diversi anni e che adoro per il suo modo di prendere in giro, in modo bonario, certi comportamenti tipici di noi mamme italiane, comportamenti che,pur essendo italiana anch'io,non mi corrispondono più o forse non sono mai stati miei.
http://www.50sfumaturedimamma.com/
Loro mi fanno ridere e mi offrono quel senso di leggerezza necessario ogni tanto nel fare i genitori!
Le mamme italiane sono diverse dalle mamme del resto del mondo, credo di sì, e lo sono soprattutto per il senso di superiorità che le contraddistingue, non fraintendetemi, non è un senso di superiorità voluto, è quasi inconscio, un sentirsi sulla strada giusta nel modo di essere genitori.
loro mi hanno insegnato ad essere mamma

Sono diventata mamma all'estero e già solo questo punto di partenza mi ha forgiata non come una tipica mamma italiana. Credo di essere stata sotto certi punti di vista una mamma molto più cool, la mamma che da lontano se passeggia per le vie di una città italiana, viene subito additata come la straniera di turno, per il mio modo di rapportarmi alle mie figlie, proprio come quando da bambina sulla passeggiata di una delle tante cittadine liguri, in una giornata di sole di un marzo di un innumerevole numero di anni fa, passando gocciolante di acqua di mare con mia sorella e i miei cugini, i passanti che tenevano saldamente per mano bambini incappucciati e insciarpati, sussurravano tra i denti... saranno stranieri, con occhi sgranati a osservare questo quartetto in tenuta estiva.... Ecco sono cresciuta mamma un po' straniera, come la bimbetta gracile e bagnata di allora che camminava a piedi nudi....
Spesso in connazionali incontrati nel nostro perenne girovagare ho osservato un atteggiamento spocchioso nei confronti dei genitori degli altri Paesi, tacciati rapidamente di: meno affettuosi, più distratti, più egocentrici, meno devoti alla causa genitoriale, e via discorrendo....
Mi ricordo una conoscente orripilata raccontarmi come con orrore osservava le mamme francesi al parchetto intente a chiacchierare mentre i bambini si schiantavano al suolo cadendo dallo scivolo... No così non si fa, non si può, non va bene, non vai al parco per chiacchierare ma, devota alla causa materna, ti sottopone a ore incalcolabili di altalene e su e giù dallo scivolo. Senza banfare. 
O l'altra sconvolta dall'apparente austerità della mamma giapponese, che all'ingresso dei bambini nel mondo della scuola primaria si trasformava da vittima del cosiddetto bambino Re, a carnefice per il bene della riuscita sociale del marmocchio....
Per non parlare del questionarsi continuo delle italiane in terra statunitense sul fatto che l'essere buona madre non possa passare che attraverso preparazioni complesse di succulenti manicheretti con i quali ingozzare la prole.
Un tripudio di critiche che si appigliano a differenze certo evidenti rispetto al modo di essere genitori nella nostra italiana cultura, ma che non ci autorizzano ad ergerci come detentori sovrani del miglior modo di operare nei confronti dei nostri figli.
Si parla spesso della freddezza dei genitori nordici, invece da quando sono in Svezia vedo solo bambini coccolati in bilanciata equità da mamme e papà, teneri papà stringere manine inguantate e dispensare sorrisi con occhi che vogliono dire molto, così come nei Paesi precedenti ho sempre visto famiglie amorevoli occuparsi in modo tenero dei propri figli, in modo tenero e diverso.
Certo se si misura la capacità dell'essere genitori con la quantità di anni che riusciamo a tenere i figli legati a noi, sotto il nostro tetto, al nostro portafoglio, e al nostro lavare e stirare panni, condito con succulenti pranzetti, beh noi italiani vinceremmo di gran lunga il premio dei genitori migliori, visti tutti i 40enni comodamente installati sul divano di casa, e visti i tanti 18 enni dalla Francia agli Stati Uniti che anche se guidati incominciano a costruire vite autonome.
Certo anche che se la capacità di occuparci dei figli la si misura nel rifiuto ostinato di prendersi due ore per respirare, mollando i pargoli con una baby sitter, per fare gli adulti come è giusto che sia, allora anche qui arriviamo in testa, perché solo tra italiane ho visto l'opporsi totale al lasciare i bambini con terzi che non siano i nonni, come se il trauma causato da un tale abbandono potesse poi portare a conseguenze disastrose per la psiche della nostra progenitura....
Certo se là canottiere di spessore variabile a seconda delle stagioni fosse il fattore determinante per designare the best mamma dell'anno, anche qui ci piazzeremmo ai primissimi posti, trionfando rapidamente se aggiungessimo il rifiuto categorico dei corsi di nuoto in orario scolastico invernale con conseguente ritorno in classe la testa approssimativamente asciugata e il terrore nella ricreazione all'aperto con qualsiasi tempo e temperatura.
Si è vero che nel resto del mondo, o almeno in molti civilizzati Paesi, i genitori ritagliano grossi spazi al loro essere adulti, lasciando ai bambini il ruolo di bambini e riservando loro spazi appositi nel tempo, che siano veramente adatti a loro.... Perché imporre il ristorante figo, tra capricci e compagnia, quando meglio riservarselo per momenti senza figli, riservando a questi ultimi posti più appropriati?
È anche vero che in tantissimi Paesi i bambini sono sguinzagliati all'aria aperta ogni due per tre, ritrovandosi tra la neve e sotto la pioggia a costruire ricordi di mani gelate e nasi ghiacciati, per i quali nessun bambino è mai stato ritrovato trasformato in pupazzo di neve.
È vero che la condivisione di un buon pasto fa parte della nostra cultura, ma non possiamo definire meno profondi i rapporti tra genitori e figli, semplicemente se il rito della cena tutti insieme si è perso ( il rito del pranzo tutti insieme si è perso anche da noi, ancora in voga quando ero piccina, quando il mio papà rientrava per l'una e pranzavamo tutti insieme, prima che la pausa pranzo diventasse per tutti i lavoratori un rapido panino al bancone del bar). In questi Paesi in cui intorno al tavolo ci si ritrova eccezionalmente, beh avranno altri modi per condividere sentimenti e pensieri, non è che gli agnolotti con una spolverata di parmigiano, liberino meglio gli spiriti, che una chiacchierata a lume di candela, o due parole, una tazza di tè a scaldare le mani.
Ho vissuto in Paesi diversi, con culture lontane tra loro e climi opposti. Ho incrociato nei giardinetti da una parte all'altra del mondo mamme con merende delicate, mamme assorte in chiacchiere e libri da dimenticarsi i figli, mamme di fretta, mamme devote che tenevano in equilibrio biciclette per dare una spinta a quei due colpi di pedale che fanno in un attimo diventare un po più grandi. Ho camminato lungo strade dove papà teneri spingevano enormi passeggini, papà incravattati e di fretta parlavano al cellulare dimenticanticandosi il bacio, il primo del mattino, papà innervositi strattonavano bambini capricciosi.
Ho cercato ogni volta e lo faccio ancora di carpire i segreti del modo di essere genitori del mio 
Paese ospitante, ho messo tutto insieme, mescolando e aggrovigliando, ho costruito così il mio modo di essere mamma imperfetta, e non me ne vergogno.... Ho ancora molto da imparare e continuerò ad osservare, lo spirito libero da preconcetti e senza criticare chi fa diverso da me!

PS poi mi becco a pulire i vetri dell´appartamento di mia figlia alle sei del mattino e allora mi dico che un po´ di genetica nazionale esiste  nel mio essere mamma :)

sabato 28 ottobre 2017

Tra Stoccolma e New York!

Eccomi di nuovo in volo verso le mie ragazze, poco meno di due mesi da quando le ho lasciate e a piccoli incerti passi tornavo indietro verso quella che doveva essere la mia nuova vita. Avevo lasciato Stoccolma dopo poche settimane di installazione precaria. Quando ancora vivevamo con tre materassi e quatto piatti nell'attesa delle nostre cose. Tornavo a Stoccolma con entusiasmo e un pizzico di dolore. L'entusiasmo della nuova vita, di quella nuova città che mi aveva già conquistata, il dolore del distacco dalle mie ragazze. Ho sempre pensato, in ogni mio precedente espatrio,che la prima partenza e il primo rientro possono dare la misura di come ti troverai nella tua nuova città. Rientrare a casa e sentirsi a casa vuole dire essere veramente pronti a costruire qualcosa. Così è stato due mesi fa e lo è stato nonostante quella separazione che faceva un po' male.

Rientrai a Stoccolma allora aprendo la porta di una casa che di colpo ho sentito mia, e che nel giro di pochi giorni si sarebbe riempita delle nostre cose. Guardai dalla finestra strade già famigliari, incrocia di nuovo facce sorridenti che pian piano stavano diventando il mio nuovo mondo, ero serena.
Questi quasi due mesi sono filati in un sommarsi continuo di cose nuove, di scoperte, in uno stupirsi costante come solo avviene quando ci si tuffa al cento per cento in una nuova cultura.
Le mie giornate sono ricche di incontri, di attività, di sensazioni che mi fanno sentire viva. Abbiamo fatto passi da gigante nella ricostruzione d una vita sociale, un po' perché ormai sappiamo come fare, un po' perché abbiamo avuto la grande fortuna di cascar bene, una scuola accogliente e persone che hanno voglia di condividere cose con noi. È sicuramente presto per parlare di amicizia, ma siamo sulla buona strada per costruire bei rapporti.
E poi c'è New York dall'altra parte del mare, quelle due giovani donne che tra alti e bassi se la stanno cavando alla grande, c'è un cuore che vacilla tra due mondi, il nostro destino continuo di avere sempre un po mente piedi e sentimenti in posti diversi.
Gli Stati Uniti sono stati casa per cinque splendidi anni, New York è entrata a far parte della nostra vita da quando Federica ci ha messo i piedi per incominciare i suoi studi universitari e da allora pian pian ha incomincia a far parte di noi, abbiamo incominciato a costruirci ricordi. 
Adesso casa e Stoccolma ma anche un po' New York, con quel l'appartamento che è casa in cui posero le valigie tra qualche ora, con la cena intorno al nostro tavolo avvolta dal sorriso splendente delle mie ragazze.
Il nostro futuro sarà un altalenare tra due città nei prossimi mesi e anni, prima forse di chiamare casa un posto ancora nuovo.
Il nostro presente è un equilibrio di sentimenti, un alternarsi di spazi tra due mondi, affetti che si mischiano anche se lontani, ci si tuffa negli uni e negli altri sempre con serenità, siamo anime inquiete nel senso positivo del termine, desiderose di scoprire, sempre alla ricerca di quell'adrenalina che solo la novità da darti!

giovedì 26 ottobre 2017

Sport in lingua senza sotto titoli!

Da quando sono arrivata a Stoccolma ho avuto la fortuna di incontrare un sacco di ragazze (beh insomma ragazze come me...diversamente ragazze, meno ragazze nel corpo ma ancora molto nello spirito) sportive come me e rapidamente sono stata integrata in diversi gruppi dal pilates alla ginnastica nel parco, dal badminton alla camminata (che vita grama....).
Tutte queste attività sono in inglese, organizzate intorno alla scuola internazionale, quindi di facile comprensione.

Mi sono però iscirtta anche alla palestra davanti a casa, che in realtà fa parte di una catena di palestre in tutta Stoccolma, e noi abbiamo accesso a tutte le palestre della città... ovviamente averla dall´altra parte della strada aiuta non poco a motivarsi quando fuori fa buio (ormai dalle 5 del pomeriggio in poi e sarà sempre peggio, e soprattutto ci sono 4 gradi). L´idea è non cedere alla pigrizia invernale quando le giornate saranno cortissime e poter andare in palestra facilmente senza avere troppa strada da fare. Tantissime le classi proposte, dal pilates al tutto addominaliintuttelesalse....
Ieri avevo un´ora buca e ho prenotato di conseguenza la lezione di body balance. Ovviamente sono andata un po´ alla cieca, il sito della palestra è tutto in svedese stretto e non ho proprio capito le sfumature della classe.
Nelle lezioni varie precedenti avevo sempre avuto il tempo di presentarmi all´insegnante dicendogli che se mi vedeva persa con occhio sbarrato era soltanto un problema linguistico e di non preoccuparsi. Uno degli insegnanti è stato gentilissimo e ha fatto per me la traduzione in inlgese di ogni spiegazione di esercizio... non chiedevo tanto e ne sono stata contenta.
Comunque torniamo alla lezione di ieri, ero un po´ in ritardo, sono entrata, ho preso il tappeto, visto che tutti l´avevano e mi sono installata. Non ho parlato con l´insegnate per dirle, guarda, scusa io di svedese capisco tre cose in croce, abbi pietà di me! La classe si è rivelata essere una classe di yoga molto dinamico. In generale lo yoga non è la mia attività preferita, ma tutto sommato per i primi 50 minuti sono stata felicemente sorpresa... e poi si sono spente le luci, la musica si è fatta soffusa, l´insegnate ha acceso una candela e tutti sono caduti in catalessi sui loro tappettini. Per 10 minuti lei ci ha sussurrato dolci parole, o almeno suonavano tali (per quanto dolce possa suonare lo svedese) in svedese ... chissà cosa ci raccontava di bello. Io mi sono contorta sul tappeto, socchiudendo un occhio alla volta per cercare di capire se non ci fosse un qualche movimento da fare o un tipo di respirazione particolare ... per 10 lunghi minuti ero lì sdraiata su un tappeto da yoga nel tentativo di captare una delle 100 parole che conosco, uno dei verbi che ho ripetuto, ma nulla il vuoto....
La morale della storia: se non parli la lingua il corso di yoga con rilassamento finale forse te lo perdi... oppure ideona, visto che ad inizio corso di svedese l´insegnante mi ha chiesto se avevo dei bisogni specifici, tipo svedese per il settore legale o medico, posso dirle che ne ho bisogno per il settore ginnico-sportivo, vediamo cosa ne esce 😁😁😁



domenica 22 ottobre 2017

Speriamo di non ammalarci !

Quando sono arrivata in India dal Giappone, il mio nuovo Paese era talmente agli antipodi del precedente che non sono mai cascata in inutili confronti. L'India sta al Giappone come il dolce al salato, il caldo al freddo... Il caos del 'India strideva con l'ordine maniacale del Giappone, la sporcizia del tutto con la pulizia che mi ero lasciata alle spalle, la naturalezza delle persone con le rigide convenzioni che regolano i comportamenti nipponici. Poi c'erano i colori, gli odori, i rumori, in contrasto con i toni più tenui, i profumi meno intensi, i rumori leggeri. Insomma l'altra faccia del mondo altrettanto stupenda e intrigante.
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Diversamente i confronti tra un prima e un dopo sono abbastanza normali è assolutamente inevitabili. Nessun expat si è mai accontentato semplicemente di voltar pagina, e di immagazzinare ricordi, in modo del tutto naturale il dire vedi lì era così, adesso sarà diverso, fa parte del passaggio ad un nuovo Paese, dei piccoli passi verso l'accettazione della partenza e l'integrazione delle novità.
Ho amato profondamente la California, le sue bellezze naturali, l'aria di perenne trasformazione e innovazione che si respirava in Silicon Valley. Mi sono innamorata perdutamente di Stoccolma, vero colpo di fulmine direi.... Ma nel quadro idilliaco intravedo un piccolo punto negativo e naturalmente lo confronto con quello che ho per cinque anni avuto a disposizione....
Ho fatto un preambolo lunghissimo ma adesso arrivò al punto
Il sistema medico.
Tasto dolente in Usa per vari motivi. Tasto dolente nella bella Svezia per motivi molto diversi.
Allora incominciamo con un aneddoto.
Arriviamo a Palo Alto, settembre 2012. Figlia numero uno con un gran mal di gola. Come sempre non mi precipito dal medico, tanto più che essendo lì da un mesetto non avevo ancora affrontato seriamente il problema (leggasi avevo il sacro terrore di dover sbattermi e trovare un nuovo dottore), e tecnica dello struzzo evitavo di affrontarlo. (  Il tema assistenza sanitaria in espatrio è sempre delicatissimo...Siamo obbligati ad ogni Paese ad adeguarci ad un nuovo tipo d'approcico e psicologicamente si rimanda sempre il momento in cui si dovrà far ricorso ad un nuovo sconosciuto dottore che chissà come sarà...)
Il mal di gola dura diversi giorno e la febbre entra a far parte del quadro.
Faccio leva su me stessa e la porto da un nuovo dottore, nel super centro medico, fiore all´occhiello della Silicon Valley, di quelli in cui entri già carta di credito alla mano e speri che non sia troppo doloroso (la spesa ). Il nuovo dottore anziché incominciare con una cura adeguata, si perde alla ricerca della malattia rara. Insomma per diversi giorni non le viene data nessuna medicina, ma vengono fatti test di vario tipo, dalla mononucleosi a cosetta meno leggere... e intanto la poverette con una gola avvolta da placche e febbre a 40 attendeva la fine....
Ecco in America si parte sempre dal peggio per poi scartando pian piano ogni possibile malattia più o meno mortale si arriva a diagnosi semplici, tipo laringite o gastroenterite...
Il tutto ovviamente con costi assolutamente fantasiosi, che le assicurazioni coprono più o meno e per i quali spesso un pochetto devi tirarlo fuori di tasca tua (il famoso out of pocket).
Svezia cinque anni dopo. Semplice eczema, chiaro e lampante, questo si, ma mai avuto così per figlia numero tre. Andiamo nell´ambulatorio davanti a casa, dal quale dipendiamo (sono 12 piani di medici di tutte le forme e specializzazioni, con laboratori e rieducazioni, più farmacia dietro l´angolo). Il centro così di primo acchito non ha niente da invidiare a quello privatissimo californiano, pulito, ordinato, personale cortese e soprattutto paziente con me e il mio svedese da 5 ore di lezione alle spalle.
Aspettiamo un tempo che sembra infinito, alla fine una dottoressa ci riceve, non è il medico che ci hanno attribuito, sfiga delle sfighe era assente oggi. La dottoressa chiede come mai siamo li e io le spiego il problema, Camilla ha due placche d´eczema visibili sotto gli occhi. La dottoressa non banfa, non batte ciglio, non fa domande, non la guarda praticamente. Io parto sulla spiegazione della rava e la fava, siamo appena arrivati, forse l´acqua, forse il freddo. Sempre imperturbabile. Okay provo con gli antecedenti famigliari, storie di allergie , sorella con eczema... la dottoressa si vede che vorrebbe bloccare il mio monologo, ma non sa come fare,visibilmente di chi siamo e come stiamo le importa poco. In 5 minuti, quelli in cui ho parlato solo io, siamo fuori con in regalo un viaggio in farmacia dove recupereremo la crema da mettere due volte al giorno mattina e sera... e poi se non passa ci chiami.
Si certo l´eczema era chiaro e non c´era bisogno di cercare altro (come forse avrebbero fatto in California) ma due, dico due domandine su antecedenti e compagnia, mah...
Esco e vado verso la segretaria, carta di credito alla mano. Lei mi sorride e mi dice è gratuito signora, per i bambini fino a 18 anni non si paga nulla. Stessa scena in farmacia, esco con la crema e non ho sborsato un soldo, nulla.... beh diciamo che forse per i precedenti 5 anni abbiamo talmente dato che ora per un mondo più giusto per un po´ non diamo più....
Ecco il contrasto: una sanità cara come il fuoco, dove i medici si tutelano cercando il peggio per paura di non accorgersi di qualcosa e di essere trascinati in tribunale. Atti e medicinali prescritti alla grande, perché tanto le assicurazioni coprono, e per evitare i problemi meglio fare e strafare.
Una sanità pubblica al 100%, quella di un Paese ricco (in cui tutti pagano le tasse ), ma comunque che deve fare i conti con budget e compagnia: non si prescrive nulla di più, forse molto di meno.... il consiglio di chi è già qui da un po´ è: se hai un dubbio insisti fino a sfinirli, altrimenti vai altrove (leggasi a casa tua .... io poi dopo l´esperienza ospedaliera di quest´estate non sono mica tanto pro sanità italiana, ma qui mi sa che pare una bella lotta).
Fondamentalmente laggiù sotto il sole californiano le risorse ci sono e vengono spinte allo sfinimento ma non nel bene del paziente, ma nel bene del sistema, delle tasche delle assicurazioni e dei sonni tranquilli dei medici. Qui le risorse ci sono anche, ma appunto per evitare di sperperare sulle cavolate la si gioca al minimo indispensabile... poi pare che se ci sono veramente dei problemi lì tirano fuori l´artiglieria pesante. Il risultato po pare in modo stupefacente esseere un po´ simile in queste due parti di mondo: da un lato medici che dovendo render conto alle assicurazioni, vedono un paziente dietro l´altro senza avere veramente il tempo di fermarsi ed essere empatici. Dall´altro lato medici che devono fare i conti con una struttura pubblica alla quel si rivolgono tutti e per la quale i conti devono quadrare, per cui non hanno tempo di veramente fermarsi a capire chi sei!
Insomma per ora sono sempre follemente innamorata, ma è come se avessi scoperto che il mio grande amore ha i piedi che puzzano, un difettino di poco conto certo ma che in certe situazioni può rovinare l´armonia!

martedì 17 ottobre 2017

Domani

Domani mi sveglierò un anno più vecchia. Questa sera poserò la testa sul cuscino sapendo che da domani dovrò pensarmi con un anno di più.
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Quando ero bambina, come tutti i bambini, vivevo l´attesa del mio compleanno come se fosse Natale, quella candelina nuova sulla torta mi faceva sentire importante. Adesso le candeline incominciano a pesare, sulla torta incominciano a dover trovare i loro spazi per poterci stare, ordinatamente, tutte. Non mi spaventa questo passare del tempo su di me. Non mi rende né felice né triste passare ad un  numero nuovo. Ho voglia di festeggiare comunque anche se non ho più vent´anni, tanto per sdrammatizzare. Non mi spaventa questo correre veloce degli anni, mi piace voltarmi indietro e sorridere a quella bambina che ero, all´adolescente che sono stata, alla giovane mamma che non sono più. Non mi fa paura guardare davanti e vedermi più vecchia, più stanca, più fragile, anche se a volte vorrei fermare il tempo e dire grazie, okay, va bene, fermiamolo qui, blocchiamo l´immagine sulla me di adesso. Geliamo il tutto, noi con le stesse forze ed energie, loro grandi ma ancora abbastanza dipendenti da noi. Qualcuno ancora davanti a proteggerci da quella sensazione di primo della fila che si ha quando pian piano quelli che ci hanno sempre protetto incominciano a prendere commiato da questo mondo. Non si ferma il tempo, non si può, e poi forse è anche bello andare avanti, la curiosità di vedere il domani, un nuovo sole che sorge, un inverno più freddo, una nuova vacanza.
Fa strano pensare che gli anni davanti rischiano di essere molti meno di quelli già trascorsi, lascia una sensazione un po´ spiazzante il pensiero di aver costruito un innumerevole numero di ricordi e di momenti di vita che rischiano, anche questi, di essere più numerosi dei futuri. Ma alla fine comunque si continua a camminare, a costruire, a inventarsi una vita, a renderla nuova, allegra stimolante, qualitativamente sempre migliore ....
Domani feseggerò, riceverò auguri, abbracci sorrisi. La mia mamma, come ogni anno, mi racconterà quelle ore prima della mia nascita, il suo giro del mercato con il pancione, l´incontro con la vicina. Sentirò le voci squillanti e lontane delle mie ragazze, le parole tenere della piccola di casa. Sorriderò davanti al mio primo caffé del mattino, brinderò con nuove amiche. Guarderò i prossimi 365 giorni davanti a me fino al prossimo compleanno, sperando che siano belli, intensi e pieni di sorprese come lo sono stati i  precedenti 17520!!!

venerdì 13 ottobre 2017

La forza devastante del fuoco

La California sta bruciando. Sono qui seduta nella mia nuova casa a Stoccolma e guardo immagini devastanti di un mondo che è stato il mio fino a pochi mesi fa. Per molti può sembrare lontano, ma quando un posto è stato casa, tutto prende dimensioni diverse, succede così ogni volta che un terremoto tocca il Giappone, una catastrofe naturale colpisce l´India del sud, una bomba esplode in centro a Parigi... sono i miei mondi, sono con me e in me.
Un anno fa o poco più  ho recuperato Paolo all´aeroporto, rientrava proprio da Stoccolma e senza passare da casa siamo andati dritti a Napa, ci aspettavano degli amici per un week end all´insegna della degustazioni di ottimi vini, immersi negli splendidi paesaggi che quella regione unica al mondo sapeva offrire. Fu una delle prime occasioni in cui parlammo della possibilità di rientrare in Europa e trasferirci in Svezia. Sorseggiammo ottime bottiglie intorno ad una spelndida piscina con vista su chilometriche file di ordinati vigneti.
Tutto è andato in fumo, in poche ore di quel meraviglioso posto non è rimasto più nulla, così come non è rimasto più nulla di villaggi interi.
Vedo immagini di devastazioni che sembrano surrealiste, quartieri interi rasi al suolo, rimangono le strade a indicare un mondo che fino a pochi giorni fa era vita. La gente ha perso tutto, non solo la casa, anche il mondo nel quale era abituata a vivere. Non esistono più i vicini, la scuola, il supermercato.
Penso al mio quartiere a Los Altos, alla mia via tranquilla, il liceo alle spalle, le risate dei bambini nelle case accanto alla nostra. rivedo il gatto accovacciato sulla staccionata, la mia macchina parcheggiata davanti, le bici delle ragazze appoggiate al muro. Un quartiere tipico di ricca cittadina californiana, di quelle che hanno storie vecchie di 50 anni e ne vanno fiere. Un quartiere proprio come quelli che vedo adesso ridotti a cenere. Sono incredula. Siamo fragili di fronte a questa forza devastante. La vita stessa è fragile. Fa paura e fa riflettere.




mercoledì 11 ottobre 2017

Jag heter Giulietta, jag talar svenska!

Uno dei grossi challenge degli expat è la lingua. In un certo senso noi italiani siamo fortunati, non abbiamo aspettative da questo punto di vista, ovunque andremo saremo immersi in una nuova lingua. Certo il nostro sistema scolastico, adesso come ai miei tempi, non è veramente predisposto ad insegnare le lingue come si deve, per cui il grande sforzo rimane spesso da fare.
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Io sono stata fortunata, ho vissuto prima in un Paese francofono e conoscendo perfettamente la lingua ho diminuito di molto le difficoltà dell´impatto, potevo comunicare senza problemi e dovevo solo concentrarmi sul resto (cultura diversa, meccanismi diversi, che poi per me andavano insieme all´essere diventati famiglia con tutti i challenge che ne conseguono). Comunque non ho avuto problemi nel contatto e nell´organizzazione della nostra vita nei nostri anni francesi e di questo devo ringraziare un padre constante nel continuare a trasmettere a noi figlie la sua lingua.
La situazione è completamente cambiata quando ci siamo trasferiti in Giappone. Molto rapidamente ho capito che con inglese e francese non sarei andata molto lontano. I giapponesi non sono molto dotati per le lingue, devo anche dire che la struttura della loro è talmente diversa dalle nostre, che non mi ha mai sorpresa la loro reale difficoltà a parlare inglese. Sono pochissimi i giapponesi che veramente masticano la lingua di Shakespeare, e ancor meno quelli che osano utilizzarla: questo osare esprimersi in una lingua diversa uscendo dalle loro zone di confort comunicativo, spiazza i tre quarti dei giappponesi, che, si sa, regolano in modo molto codificato tutte le loro relazioni sociali, e trovarsi a doverle mantenere in una lingua che non maneggiano in modo disteso, li spiazza.
È stato in Giappone che ho dovuto veramente rimettermi sui banchi e provarci. Avrei potuto sopravvivere senza una parola di giappponese, certo, anche perché ero immersa in un ambiente internazionale, alternando francese e inglese e le poche amiche giapponesi parlavano un inglese perfetto (le rare eccezioni, erano quelle che gli stranieri li andavano a cercare). È stata durissima. Credo che il grosso problema fosse appunto il limitato uso del giapponese al di fuori della mia lezione. A parte comprare il pane e dare due dritte al taxi, non andavo mai oltre.
La lingua è ardua, ma non impossibile, Paolo lui è riuscito a impararla benino, ma la differenza tra noi due era che lui era immerso in un ambiente giapponese al 100% dal mattino alla sera, e alla fin fine per lui masticare un discreto giapponese era una questione di sopravvivenza.
Tornassi indietro farei diversamente e mi impegnerei molto di più... facile dirlo a posteriori, ci si dimentica in fretta di quante cose ci siano da fare con tre bambini in casa, della logistica che ne consegue, soprattutto che a Tokyo ho avuto l´ambizione di portare avanti il mio lavoro e il tutto lasciava poco tempo per veramente dedicarmi a kanji e compagnia.
Il risultato è che a distanza di 10 anni ho fatto tabula rasa e in testa mi sono rimaste solo quelle pochissime espressioni che sono entrate a far parte del nostro lessico famigliare ed ogni tanto ascoltando stralci di conversazioni in giappponese colgo parole sparse qua e là che mi fanno sorridere.
Comunque così è andata. Nelle tappe successive francese e inglese sono stati nuovamente dominanti, ho mantenuto vivace la prima lingua e costantemente migliorato la seconda, soprattutto formando il mio orecchio ad accenti diversi e a tutte le loro sfumature, dall´indiano alle diverse pronunce americane (alcune ancora un po´ ostiche, l´ammetto).
A questo punto arriviamo in Svezia. Qui l´inglese è ovunque, o meglio è nella bocca di tutti ma non su carta e indicazioni varie. Beh ovvio la lingua ufficiale è lo svedese, nessuno penserebbe mai di trovare indicazioni in inglese in Italia, lo stesso succede a Stoccolma, con l´enorme differenza che se a Torino trovare un autista di bus che ti risponde in inglese impeccabile, credo sia missione impossibile, qui è assolutamente normale.
Studiano l´inglese fin da piccolissimi, i film sono in lingua originale, questo aiuta.
E questo allevia sicuramente la vita di noi expat, possiamo tranquillamente adagiarci nel nostro piccolo confort linguistico senza tuffarci a capofitto in una lingua, che, francamente, una volta uscita dai confini svedesi non serve a nulla.
In questi due mesi mi sono però resa conto che certo  tutti parlano inglese, ma che il mondo qui gira in svedese. Il primo approccio con le persone (al di fuori degli stranieri come noi) sarà in svedese sempre perché nessuno guardandoci in faccia capirà subito che svedesi non siamo. Per me questo è comunque spiazzante ... aggiungo poi il fatto che tutto dai giornali, alle etichette dei prodotti, alla segnaletica è in svedese, ho abbastanza input per dirmi che una base di lingua locale è assolutamente necessaria....
Detto fatto, eccomi di nuovo con un libro di lingua astrusa in mano, eccomi a memorizzare verbi nuovi, cercando mezzi mnemotecnici per facilitare il tutto ( esercizio divertente!).
Di primo acchito la lingua sembra ardua, anche se l´indubbio vantaggio che utilizzino il nostro alfabeto, aiuta già. La cosa che mi sembra più difficile è la pronuncia, qui la lunghezza della vocale può cambiare il senso completo di ciò che vuoi dire.
La grammatica sembra molto meno complessa dell´italiana, il che facilita le cose.
Ci sono appigli con l´inglese, il tedesco (che ho studiato un anno e di cui non ricordo nulla, ma a sufficienza per qualche magro reminder), il francese, qualche origine latina, insomma un bel mix.
Non sarà semplice, mi sono data degli obiettivi, che non svelo... un po´ per poter sorprendere tutti ci riuscissi, un po´ per non fare una pessima figura gettassi la spugna.
Di una cosa sono contenta, imparare un´altra lingua è un ottimo esercizio per mantener viva la memoria e far funzionare certi pigri neuroni, a questo aggiungo il fatto che per me la cultura di un Paese va di pari passo con la cultura che la veicola, e visto che vivere in un Paese vuol dire prenetarlo al 100%, beh attraverso la lingua faccio passi da gigante: avete mai pensato a quanto ci dice il modo stesso di sistemare le parole all´interno di una frase rispetto alla cultura che c´è alle spalle, al modo di funzionare dei suoi abitanti? molto!!
Bei intanto jag studerar Svenska e lo faccio perché jag bor i Sverige e mi sembra il minimo!!

domenica 8 ottobre 2017

Lo shock culturale? Ci si abitua....è questione di esercizio!

Lo shock culturale è vero, reale, esiste. Vivendo all´estero non dobbiamo mai dimenticare che un Paese è fatto per far vivere bene i suoi abitanti, è ritagliato su di essi, e non è fatto per noi stranieri, che dobbiamo umilmente adeguarci. Ovviamente l´accettazione della differenza non rende lo shock culturale meno forte, ma di sicuro lo rende accettattabile!

                               
dalla follia nipponica alla miseria indiana, dalle ordinatissime scolarette giapponesi alle folkloristiche mucche che si nutrono di quel che c´è: questo è shock....

Ma lo shoch culturale esiste sempre e ci assala ovunque con la stessa violenta intensità? Non credo.
Da un lato non tutti i Paesi ci accolgono con differenze tali da far oscillare le nostre quotidiane abitudini, ma soprattutto come in tutto nella vita degli expat è questione di esercizio.
Alle differenze ci si abitua man mano che gli anni passano e i Paesi si accumulano, noi con l´esperienza diventiamo da un lato più tolleranti e dall´altro siamo meno sensibili a quello che forse agli inizi del nostro percorso di vita all´estero subito ci balzava agli occhi seguito da un questi son pazzi.
Questo non vuol dire non stupirsi più, ma stupirsi in modo diverso senza necessariamente faticare dopo lo stupore ad accettare ciò che ne consegue.
L´altra sera qualcuno mi ha detto, sentendo che eravamo dei nuovi arrivati, ¨ eh qui  lo shock culturale è notevole, come va?¨... l´ho guardato un po´ stupita e candidamente ho risposto ¨ non trovo che ci sia nessuno shock culturale a vivere in Svezia¨.
Può sembrare arrogante, ma non lo è.
Lì per lì ho pensato, accidenti perché dovrebbe essercene uno che sono europa e qui di Europa si tratta. Ma anche il mio interlocutore era europeo, e se lui arrivando qui aveva in un certo modo percepito un forte shock, vuole forse dire che noi dopo 20 anni e più in giro e all´attivo Paesi nettamente più distanti culturalmente, ci abbiamo un po´ fatto il callo e abbiamo alzato non di poco il nostro livello di allerta alla differenza.
L´esperienza aiuta, ne sono sicura, ad approcciare al meglio ciò che di assolutamente agli antipodi dal nostro originario modo di pensare, ci si pone davanti. Oltre all´esperienza poi, sicuramente, il bagaglio culturale che avevamo alla partenza, i primi tempi in giro per il mondo, si è arricchito con materiale che non ha nulla a che vedere con la nostra cultura d´ origine, rendendoci nettamente diversi dalle persone che hanno preso il volo per la prima volta anni e anni prima. C´è stato un accumularsi di culture diverse che mischiandosi insieme ci hanno portato ad una percezione nuova delle differenze, attenuando shock culturali e ciò che ne consegue.
Forse fossi arrivata a Stoccolma 20 anni fa tante cose ¨diverse¨ mi avrebbero colpito, proprio perché agli inizi del mio itinerare e ancora impregnata solo della mia cultura di origine, pur aperta e pronta ad assoribire, ma non ancora miscuglio effervescente di culture diverse.
Forse non avessi avuto alle spalle Paesi come l´India e il Giappone, il mondo occidentale mi sembrerebbe più ricco di nuances culturali pronte a stupirmi di quel che, invece, in realtà, mi appare.
Non lasciatevi travolgere dallo shock, anzi rigiratelo in positivo come estremo arricchimento e soprattutto ottima palestra per poi assimilare meglio gli shock successivi.
Girare il mondo è un arricchimento continuo che passa anche attraverso mille terromoti intimi che ci portano ad essere molto diversi dalle persone che eravamo alla partenza, non migliori o peggiori, ma diversi, forgiati con la differenza che ogni volta ci ha fatto strabuzzare un po´ gli occhi e battere forte il cuore!
poi ci si abitua e ci si gode lo spettacolo


giovedì 5 ottobre 2017

Scena odierna: il medico della mutua versione svedese.

Scena odierna Giulietta alla ricerca del medico
Ambiente: tranquillo quartiere del centro di Stoccolma, rumore di macchine e autobus in sottofondo.
Interno: immobile moderno senza segni particolari.
La nostra protagonista è vestita sportiva. Ha appena terminato la lezione di pilates. A passo svelto si avvia verso l´edificio sopracitato, camminando nel sempre sopracitato quartiere tranquillo.
In mano il foglietto con i numeri magici che aprono tutte le porte per una serena vita svedese : i person number (beh si in Italia abbiamo il codice fiscale, in US il social security number,in Francia la fattura EDF, no scherzo, il numero di securité social... qui uguale e senza sei un entita priva di esistenza).
La protagonita ha preso la decisione, oggi è il giorno in cui la famiglia, o quel che resta di essa, si iscrive al servizio medico per avere il medico, che un italiano definirebbe di base e un americano un family doctor.
La protagonista ha passato notti insonni a rigirarsi nel letto e convincersi che era il momento di abbandonare l´adorato medico statunitense che ormai dati i 10000 chilometri di distanza poteva essere di poco aiuto, e sostituirlo se non nel cuore ma nella praticità. Anche perché qui pare che i virus svedesi, dei quali siamo del tutto digiuni, abbiano già indossato abiti da combattimento e sa che non scamperanno a nulla, proprio nulla.
La protagonista è convinta, oggi è il giorno.
Varca la porta dell´edificio con un po´ di inquitudine, come sempre quando si vive un´esperienza nuova, poi pensa sempre a quando ha varcato porte analoghe in India e sa che nulla potrà essere peggio.
Si avvicina pian pian a quello che d´istinto sembra un ufficio informazioni, ovviamente le indicazioni sono in svedese ed essendo il primo corso di svedese della nostra protagonista domani, il suo livello diciamo è quello del catalogo ikea.
Come sempre poi nessun problema la gentile signora delle informazioni parla, come tutti, un inglese fluente e con un grande sorriso tende alla nostra eroina i moduli per la registrazione.... che sono rigorosamente in svedese, ovviamente non pensava fossero in un´altra lingua... ma si  sa la speranza è sempre l´ultima ha morire. Google translate fa il suo dovere e nel giro di qualche ora i moduli sono compilati (si sbaglia un paio di volte soltanto, strappa, cancella, cambia ordine delle parole).
Con i moduli viene mandata all´unidicesimo piano, lì si trova il reame dei medici di famiglia.
La folla davanti ai due ascensori è sempre più numerosa, dopo 10 minuti di attesa, capisce che il viaggio fino all´undicesimo piano sarà lungo e avventuroso. Sarebbe anche salita a piedi ma è un po´ persa tra i mille cartelli e non sapendo quale indichi le scale sta tranquilla ad attendere l´hiss ( questa sul catalogo Ikea non c´è ma deriva dal vantaggio di averne uno nell´edificio in cui abita. Tecnica mnemonica per ricordare il nome : mi isso fino a casa.... Hiss)
Solo salendo in ascensore capisce il perché di cotanta lentezza, l´ascensore non solo si ferma ad ogni piano, ma dopo ogni apertura porte ci mette una vita a richiuderle perché c´è sempre un benedetto utilizzatore, in questo caso signora anziana incerta sul da farsi, che  rimane incantato davanti ai sensori. Il viaggio è lungo e la protagonista è un po´ tesa... non conoscendo i numeri fissa allucinata i numerini che si affiggono sul quadro di comando.... ansiosa di veder apparire l´11 (lei sa solo riconoscere  il terzo piano nella voce suadente del suo ascensore). Fin qui tutto bene, se gli altri viaggiatori non si mettessero tutti a chiacchierare tra di loro, ridendo e scherzando e guardandola, mentre lei per avere l´aria relax accenna anche un sorriso come se capisse.... dentro è un groviglio di punti interrogativi alternati a dei ma dove sono capitata formato gigante.
Finalmente le porte si aprono al piano desiderato, ma non è finita, la segnaletica è ovvimente anche qui in svedese stretto, non è che salendo nei piani ci si guadagni un tuffo nell´inglese, no no.
La segretaria non è al suo posto, ci sono cartelli ovunque e con molta nonchalance l´eroina sguaina il suo iphone ultimo modello e apre la santa applicazione google translate che punta in modo convulso sui vari cartelli per capire a grandi linee se alla maniera indiana la segretaria è partita in pausa caffé (che si chiama Fika, ma ne parliamo un´altra volta, e non non è per nulla volgare) e ritornerà forse un giorno, o è semplicemente andata a fare la pipì e torna subito...
Il resto poi fila liscio, la segretaria arriva (faceva solo pipì)  quel che resta dell´allegra famigliola è registrato e come per magia il Dottor Pincopallino diventa il loro nuovo medico di famiglia... per prendere un appuntamento, beh questa è un´altra storia, lo potrà fare solo tra le 8:30 e le 9:15, quindi per oggi niente da fare, ritenta sarai più fortunato....
e non ditemi che l´inglese proprio non serve, eh????


martedì 3 ottobre 2017

Tutti quei preconcetti sul bilinguismo da sfatare.

¨Il bilinguismo spaventa. Il trilinguismo non ne parliamo. Le paure sono molteplici, all´inizio la paura che i bambini non imparino la nuova lingua, successivamente la paura che dimentichino la lingua madre.[...] un bambino bilingue ha molta più facilità nell´apprendimento delle lingue successive e la conoscenza di una lingua seconda aiuta al consolidamento di quella materna¨ (Manuale pratico dell´espatrio, capitolo 3 Espatriare in famiglia)

Gli studi sul bilinguismo sono molteplici e gli aspetti positivi vengono ripetutamente messi in evidenza, ma nonostante tutto le paure sono presenti in molti genitori e certe idee radicate fanno fatica a  essere superate.
I bambini con più di una lingua parlano più tardi.
Falso, I bambini parlano tardi o presto indipendentemente dal numero di lingue alle quali sono sottoposti e spesso agli stimoli che ne conseguono. Ci sono bambini monolingua che fino a tre anni non mettono tre parole di fila e bambini con più lingue che fanno discorsi complessi prima di soffiare la seconda candelina.
Federica ha fatto la sua prima idea di frase a neanche 10 mesi, a 15(mesi) parlava molto bene e questo nonostante più di una lingua.
Si può parlare di bilinguismo solo se una lingua è acquisita dalla nascita.
Falso. Il bilinguismo non è solo questione di lingua ma anche di immersione nella cultura da essa veicolata, solo immergendosi veramente in essa un bambino diventerà bilingue, nella sua testa la lingua diventerà puro istinto e con essa tutti quei codici di comportamento sociale che ad essa sono legati. Se dai 7 anni ci si trasferisce in un nuovo Paese e si vive completamente immersi nella sua cultura, il bilinguismo sarà perfetto.
Le mie figlie hanno avuto il francese dalla nascita, e l´inglese introdotto abbastanza rapidamente come lingua più passiva e attiva dal momento in cui siamo arrivati in Giappone, ma sicuramente l´inglese-americano è stato assimilato in tutte le sfumature quando la scuola è diventata in inglese al 100% e adesso direi cha ha preso il sopravvento
Imparare una lingua da piccolissimi non è garanzia di mantenerla nel tempo.
Vero. Si dice che una lingua sia acquisita e metabolizzata nel momento in cui si impara a leggere e a scrivere.
Camilla a tre anni faceva il verso alle giapponesi quando istericamente le accarezzavano il capello biondo oro... rispondeva a tono con prefetto accento giapponese, giocava ai playmobil in giapponese, soprattitto dopo i week end di sci, chissà dov´è finito quel giapponese, in qualche angolo remoto della sua testolina...
La lingua madre diventa automaticamente secondaria.
si e no, nel senso che io non chiedo alle mie figlie di contare in italiano quando so che per loro il contare è automatico in un´altra lingua, così come non pretendo che spontaneamente mi raccontino la loro giornata scolastica in una lingua, cioè la mia, in cui non si è svolta. Ci vuole un po´ di elasticità da parte dei genitori, anche per noi adulti che viviamo e lavoriamo all´estero può essere difficile raccontare il nostro lavoro nella nostra lingua, proprio perché lo viviamo in un´altra.
Noi ripetiamo insistentemente che ci dicano le cose in italiano... lo faremo sempre....
Il linguaggio è meno ricco.
Falso. Un bambino di due anni che parla due o tre lingue può avere un´ottima proprietà di linguaggio, con un linguaggio ricercato, non in tutte le lingue contemporaneamente, ma nella somma di esse e legata ai diversi ambiti di utilizzo di ciascuna: gioco a nascondino in italiano: conto in italiano. Leggo le storie in francese: conoscerò le parole legate a quella trama in francese. Guardo un film in inglese: ne memorizzerò le parole in inglese.
Qui avrei tanti esempi.... a volte sono rimasta basita dalla ricercatezza di linguaggio, e da come di colpo le stesse cose dette in un´altra lingua diventassero molto più basic.
Meglio lasciar perdere le lingue precedenti e conncentrarsi sulla nuova
Falso. E qui ci sono ancora tante esitazioni, ho incrociato genitori che spinti da insegnanti ignoranti in materia, hanno smesso di parlare la loro lingua per paura che i bambini non assimilassero la nuova, e cosa peggiore rivolgendosi ai bambini in una lingua che non è la loro, in modo molto innaturale.
Mai cedere a queste pressioni, il bilinguismo è solo positivo e questo anche se i bambini hanno delle difficoltà di apprendimento. Molti studi dimostrano infatti che l´introduzione di una lingua nuova può aiutare ad assimilare meglio quella madre.
Noi il giapponese l´abbiamo abbandonato, io in primis, e adesso me ne pento... però quando siamo passati completamente al sistema americano, abbiamo voluto che continuassero a scirvere e leggere anche in francese.
I ragazzi mescolano le lingue
Vero. Si mescolano che è un piacere. Le mie incominciano una frase in francese, la finiscono in inglese e nel mezzo ci mettono l´italiano, ma il tutto con logica e naturalezza, e solo con noi, perché sanno che possono fare e sanno che noi possiamo capirle. In contesti monolingua non lo farebbero mai.
A me questa ginnastica ha sempre affascinato, questo passaggio naturale da un idioma ad un altro come se nulla fosse, questo essersi appropriate in modo talmente radicato di lingue diverse da renderle un tutt´uno.
Non scriveranno mai correttamente in una lingua (spesso quella madre) in cui non studiano
Vero fino ad un certo punto. Da giovanissimi è chiaro che si, ed è nostro dovere di genitori se se ne ha l´occasione di correggerli li dove sbagliano, ma senza stress, non sottoponendoli a tour de force e improvvisandoci insegnanti, semplicemente in modo naturale.... io ad un sms in italiano dove manca una doppia o un ´acca, rispondo sempre con un SMS di ritorno in cui correggo l´errore...a forza di ripetere. Da grandi poi, una volta che avranno acquisito sicurezza nella lingua di scuola, allora pian piano saranno in grado di correggersi da soli e il livello sarà alla fine più che accettabile.
Mio figlio si stressa per la nuova lingua.
I bambini, in linea generale, soprattutto se prima dei 7/8 anni, cioè del momento in cui imparano il concetto di regola grammaticale nella loro lingua materna, non si fanno troppe domande, e infatti rapidamente imparano, proprio perché lo fanno con la mente libera da sturtture mentali già precostituite. La nuova lingua si sopvrappone senza stress e viene assimilata senza che se ne accorgano. Lo stress lo comunicano i genitori, che trasferiscono le loro paure, convinti che i figli riscontreranno difficoltà enormi. A fin di bene si mettono nei panni dei bambini, ma non possono farlo perché noi adulti abbiamo un rapporto meno naturale con l´apprendimento.

Il modo migliore per affrontare lingue nuove che si sommano alle vecchie, così come le nuove culture, è farlo senza ansia da prestaione, e consci che i tempi possono essere diversi a seconda dell´età (a 3 anni, 6 mesi in immersione totale valgono 10 anni per un 40enne!!! scherzo). Affrontiamo ogni tappa in modo rilassato, senza angosciarci per tutto, apprendimento della nuova lingua, mantenimento della lingua madre, eventuale mantenimento di quelle apprese in precedenza: in un groviglio linguistico i bambini ne escono sempre vincenti, e noi adulti godiamoci i benefici che questa babele ha sui nostri fanciulli

In principio non sono per letture teoriche ma più per l´osservazione sul campo,  questi libri possono però dare qualche chiave di lettura per capire meglio passaggi e sfide:

Barbara Abdhelilah- Bauer Le défi des enfants bilingue, ed La decouverte, interessanti spunti sui diversi tipi di bilinguismo. In francese.
Erika Hoff, Childhood Bilingualism, Multilingual Matters, inglese.
Homel, Palij, Childhood Bilinguism: Aspects of being bilingual, inglese/
America Speech Language Heritage Association, The Advantage of Being Bilingual, inglese.
Contento Carocci, Crescere nel bilinguismo. Aspetti cognitivi, linguistici ed emotivi, italiano.
C. Bettoni, Usare un´altra lingua. Guida alla pragmatica interculturale, Laterza, italiano.