giovedì 19 aprile 2018

A scuola divertendosi!

Ho appena depositato Camilla all’aeroporto, questa volta parte direzione Stoccarda dove insieme ad un gruppo di compagni di scuola parteciperà ad una conferenza delle Nazioni Unite per i ragazzi. Una delle classi che ha scelto quest’anno si chiama Model United Nations, per farla semplice un versione mini delle attività delle Nazioni Unite, in cui i tagazzi imparano a discutere su tematiche internazionali e che culmina con la partecipazione a conferenze organizzate in giro per il mondo in cui si simula una vera conferenza delle Nazioni Unite.
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Ai ragazzi viene attribuito un Paese, che non sarà necessariamente quello d'origine o quello nel quale vivono, e delle tematiche sulle quali dibattere e esprimere idee e soluzioni che non sono le loro ma quelle legate al Paese che devono rappresentare, quindi nutrite di ricerche approfonfite
Questo tipo di attività sviluppa tutta una serie di competenze, tra le quali la capacità di sostenere opinioni che magari non ci appartengono ma per le quali dobbiamo trovare fondamenta e giustificazioni.
Un altro aspetto che trovo notevole è che i ragazzi devono anche avere un abbigliamento appropriato per l'occasione, formale è quello che è richiesto esplicitamente dalla scuola ai partecipanti. In tutto e per tutto un vero transfer nel mondo adulto con i suoi codici anche vestimentari.
Questa è la scuola che avrei voluto, ricca di stimoli che vanno al di là del puro studio, delle paginette di storia ripetute all'infinito, delle regole imparate a memoria e spesso rapidamente dimenticate. Una scuola fatta di riflessione, di sviluppo delle capacità di analisi, del pensiero critico, della comprensione di ciò che accade nel mondo con tutte le implicazioni che ne derivano. Una scuola che sa andare oltre l'apprendimento piatto e sicuramente sa stimolare tutti gli spiriti anche i meno scolastici...

Ecco così ogni tanto vorrei tornare studente quindicenne, tanto per provare a divertirmi un po' anche a scuola!

martedì 17 aprile 2018

Paese che vai vicini che trovi!

Quando ero bambina vivevo in un bellissimo condominio dove tutti erano amici, genitori con genitori, bambini con bambini. Una bella grande animata famiglia. Se si saltava, cantava, urlava, beh nessun vicino si lamentava, ora il mio turno ora il tuo turno, un po' di rumore animava il palazzo e tutti vivevano allegri e in armonia! La vicina del piano di sotto vedeva ogni tanto il lampadario oscillare, ma non si scomponeva, sapeva che ha saltarle sopra la testa eravamo noi magari anche accompagnate dalle sue figlie.

Crescendo ho avuto la fortuna, la ritengo tale, di abitare soprattutto in case, di quelle con i giardini intorno, nelle quali prima di riuscire a disturbare i vicini,di casino ne devi fare veramente tanto.
Nei miei anni da adulta e da mamma i giardini intorno al nostro nido rumoroso e spensierato ci hanno sicuramente salvati da isterismi e tolleranza ai minimi storici di vicini un po' esauriti, ma in  un paio di occasioni ( espatri, Paesi) abbiamo dovuto cedere al richiamo del condominio ( vita in centro città) e scontrarci con la difficoltà del vivere in armonia tra piano di sopra e piano di sotto.
Premetto che non sono mai stata infastidita da nessun rumore, ne mi sognerei mai di andare a protestare da qualcuno se alle tre del pomeriggio cade un qualcosa sul pavimento ( neanche alle tre di notte)... ho capito però che noi siamo eccezionalmente tolleranti e di facile adattamento....
Ichibancho, Tokyo, Giappone 2005-2008. Condominio giapponese, unica famiglia straniera, gaijin, noi. 7-5-3 anni l'età delle bambine allo sbarco. Avevamo voluto vivere in un condominio non di expat con la ferma convinzione che la nostra esperienza giapponese sarebbe stata sicuramente molto più completa vivendo immersi in un panorama total-nipponico.... errore di gioventù.
Piano numero sette noi, sei loro, Kono-san e signora....
Per tre anni, senza cedimenti, hanno protestato per qualsiasi rumore.... la signora era particolarmente infastidita dal passeggino della bambola spinto a metà pomeriggio in corridoio dalla treenne....regolarmente anziché lamentarsi direttamente con noi, si lamentavano con il mitico Ichikawa-san, il portinaio, il quale a sua volta anziché riferire a noi le lamentele, telefonava in ufficio da Paolo... tutto l'ufficio sapeva che le bambine Cerruti si comportavano da bambine ( straniere rumorose) e che in casa nostra avevamo difficoltà a volare da una stanza all'altra per non disturbare i protratti riposino pomeridiano della signora....Per tre anni ci siamo anche scusati di essere esseri umani camminanti, quasi vergognandoci di aver messo al mondo bambini normali, che osavano persino correre in casa da una stanza all'altra, anche se rigorosamente senza scarpe però, Japon oblige!
Il giorno del nostro trasloco deve essere stato il più bello della loro vita....
Passano gli anni, i figli crescono, i Paesi si sommano, le case ci salvano...
Ma poi eccoci di nuovo in città, tra un secondo e un quarto piano, li in mezzo ci siamo noi e sotto c'è Ilda, e Ilda ve la presento.
Odengatan, Stoccolma, Svezia, agosto 2017- oggi.
Ilda è lei, la vicina,  ( Ilda è il nome d'arte che le abbiamo attribuito) quella che si è presentata a me in una tiepida giornata di agosto, diciamo una ventina di giorni dopo il nostro arrivo, arrivo solo di praticamente cinque adulti e un gatto traumatizzato e grasso che per l'occasione non saltava neanche più, riducendo una possibile fonte di rumore. Nessun mobile, nessuna sedia da far strisciare sul pavimento, nessun oggetto rotolante giù dal letto, solo noi con tre materassi è una tovaglia per fare pic nic!
Sono le dieci di sera di un venerdì e con grande entusiasmo stiamo montando un letto nuovo, il primo letto di casa in attesa di quelli rinchiusi nel container... montavamo ridendo, con il sorriso, una specie di gioco familiare fatto di entusiasmo... potenziato anche dall'idea che un paio di fortunati avrebbero quella notte avuto un upgrade da materasso semplice a letto in tutto e per tutto.
Suona lei, Ilda la bionda. Io ero nella doccia, Paolo via, le ragazze al montaggio aprono e educatamente la fanno entrare. Arrivo un po' gocciolante, ma quasi colpita dalla vicina gentile che viene a darci il benvenuto, nella mia ingenuità non mi stupisce neanche che lo faccia alle 10 di sera...
Dopo tre minuti dal suo Welcome e banalità, la valchiria un po attempata mi incomincia a declinare le leggi svedesi relative agli orari di disturbo accettabili in un condominio, avendo prima precisato "I'm a lawyer ". Al suo sono avvocato avevo già capito che qualcosa girava male...
Dieci di sera di un venerdì... silenzio si dorme, e non è che avessimo un festone, io e le ragazze al montaggio del letto, senza neanche un po' di musica in sottofondo.
Proprio come per Kono-san la nostra Ilda sembra non essere dotata del miglior pregio del buon vicino, la tolleranza, e incomincio a sospettare che ci sia in lei una certa forma di razzismo... le ho fatto capire che il mio svedese è lì, in progress... non sembra curarsene, e tutte le volte che ha da esternare le sue insensate lamentele, esordisce con uno sproloquio in svedese alla fine del quale mi guarda sorpresa e mi dice:" forse non capisci lo svedese?" ... e adesso, in svedese le rispondo, "non capisco".
Fino all'altro giorno pensavo che fosse Ilda l'isterica... ma non avevo ancora incontrato il gentile, si fa per dire, consorte.
Scena: sono le 4:35, sto andando ad una conferenza con un'amica, alla fermata del pullman ci rendiamo conto che lei non ha lasciato a casa mia le chiavi per la baby sitter che verrà lì per recuperare suo figlio. Vado io di corsa, salgo in ascensore, apro la porta, non chiudo neanche quella dell'ascensore, lancio un urletto del tipo le chiavi sono lì.., richiudo la porta di casa, forse un po' di fretta, salgo in ascensore e sento delle urla disumane, alle quelli non do particolare retta, se non fosse che l'ascensore si ferma al piano di sotto, la porta si apre e le urla vichinghe mi travolgono come un fiume in piena, ci metto qualche secondo per capire che sono io il bersaglio di tanta ira.
Davanti a me Ilda con l'aria tesa e il consorte urlante.
Lo guardò interdetta, in svedese mi urla se capisco, in svedese gli chiedo di parlare in inglese, ancora più alterato e minacciandomi con il dito teso mi accusa di porte sbattute e una serie di follie. Sempre più allibita gli dico che ho fretta e chiedo cortesemente di chiudere la porta dell'ascensore e lasciarmi scendere. Passano cinque minuti in cui io adulta vengo sgridata da un pazzo furioso, prima che riesca a chiudere la porta seccata e a mandarlo educatamente al diavolo.
Senza parole.
Ma perché mi chiedo questa gente non vive in campagna, lontano da tutto e tutti, lasciando il prossimo vivere la propria vita in allegria? Perché imporsi di convivere con comuni mortali che potenzialmente possono anche far scricchiolare i pavimenti sopra la nostra testa, o ancor peggio spostare una sedia?
Non ho risposta, però avrei una serie di soluzioni che qui non scrivo, per rilassare gli anime delle varie Ilde inacidite con il mondo, lascio a voi lettori spazio alla fantasia per immaginarvi cosa la mia testolina pensa possa essere una buona via per far ritrovare il sorriso a queste signore...

venerdì 13 aprile 2018

abituarsi a dire addio

Chiudere una porta è sempre una sofferenza. Lasciare un Paese nel quale si è vissuto, un Paese che ci ha accolti e che ha suscitato forti emozioni fa sempre male. Partire è doloroso.
Negli anni si impara a gestire emozioni, si diventa abili a controllare lacrime e paure, si riesce quasi a dare l'impressione che tutto sia semplice. Non è così.
Ho accumulato anni di arrivi e partenze, ogni volta ho serenamente deciso di partire e arrivare, di chiudere valigie e di riaprire scatoloni, di salutare affetti e provare a costruirne di nuovi, ma un piccolo dolore c'è sempre, e questo nonostante la serenità delle scelte.
Adoro questa vita che ci porta ad essere felicemente itineranti, a chiamare casa rapidamente mondi nuovi, ad abituarci in fretta a città sconosciute,  a paesaggi diversi, a cibi e lingue, ma non per questo non c'è tristezza nel dire addio....
Direi che fa parte del pacchetto espatrio, un pizzico di sofferenza in cambio di emozioni forti ed eccitanti scoperte. Questa vita come tutti i modi di vivere ha tanti pro e qualche contro, la sofferenza nel momento del distacco fa parte di questi.
Ho sempre pianto chiudendo la porta di una casa che per settimane, mesi e anni ci ha offerto la sicurezza di un nido sicuro. Ho sempre pianto quando l'aereo mi portava lontano da un Paese che ho amato e in cui ho costruito ricordi. Ho sempre pianto , ma non ha mai fatto male...
Ho pianto perché serve quando si chiude una porta, è un processo di lutto, l'assimilazione del cambiamento, la conferma che il nostro passato è stato intenso e bello e passare ad un presente nuovo spaventa.
Ho pianto con serenità, ho pianto per inscatolare i ricordi e proteggerli dietro un velo di lacrime, ho pianto per liberarmi del peso del partire....
Ho visto le mie lacrime come un passaggio fondamentale verso una nuova vita.
Anche dopo oltre 20 anni di arrivi e partenze, di case accumulate e di ultimi abbracci, non ci si abitua mai al momento del cambiamento, si impara a gestirlo, ad assimilarlo più in fretta, ad anticiparne i momenti più complicati, ma la nostalgia, il dolore, fanno parte del gioco!