lunedì 21 gennaio 2019

Storia di una panchina.

Quando numero due ha incomincia la scuola materna, in Francia, aveva due anni e mezzo e poco più e pochissimo entusiasmo. Gli anni di nido erano stati catastrofici, la separazione sempre difficile, ma tutti mi rassicuravano dicendomi che i bambini che piangono al nido poi dopo vanno a scuola correndo. Ovviamente sarei stata un’illusa a credere che fosse così.
Comunque dopo qualche giorno dall’inizio della scuola la direttrice, maestra dei piccoli e molto vecchio stampo come approccio educativo, decretava che i genitori non erano più i benvenuti, che ormai i bambini dovevano essersi abituati, e via discorrendo. Che poi non è che i genitori si attardassero in classe, ci veniva data solo la possibilità di accompagnarli alla porta dell’aula, di aiutarli a spogliarsi, a togliersi le scarpe, insomma piccole attenzioni di cui i bambini a quell’età possono avere bisogno.
Image result for bench
 Per non rendere il passaggio dall’accompagnamento alla porta della classe a quello alla porta d’ingresso della scuola troppo brusco, concedeva però una settimana di lento avvicinamento o allontanamento, dipende dal punto di vista, mettendo a metà corridoio e spostandola gradualmente più vicino al portone della scuola, una panchina. Ogni mattina un passetto in meno con la mamma e un passetto in più da soli.
La panchina come spartiacque tra l’essere piccoli pulcini coccolati e bambini autonomi e indipendenti. Il corridoio visto altezza occhi di un bambino di quell’eta sembrava lunghissimo e quella panchina non faceva che renderlo più angosciante. 
Ogni mattina durante quella lunga settimana camminando per mano con lei verso la panchina le spiegavo “ecco adesso arriviamo lì, ti do un bacino e poi tu vai e io ti guardo”. Lei annuiva pensierosa e poi arrivate alla panchina con gli occhi gonfi di lacrime mi diceva mamma ancora un passo, ancora due, ancora tre... e ogni mattina mi facevo trascinare da lei, dal cuore, dalla sua manina forte che non mollava la mia, ed ogni mattina non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, non trovavo le parole per lasciarla andare, non capivo io stessa perché imporle quel tragitto da sola, conscia che quello che voleva era solo che le togliessi io la giacca, le scarpe e le dessi quell’ultimo bacio che le avrebbe fatto compagnia fino all’uscita.

Quella panchina era il distacco, il momento in cui ci si separa per camminare in direzioni diverse. Oggi osservando mia figlia passare la security all’aeroporto, con l’aria un po’ triste, con la voglia di un ultimo bacio, ho avuto la stessa sensazione di allora, quella separazione che non riesci a spiegarle ma che sai che è giusta, normale, necessaria.

Avrei voluto accompagnarla un po’ oltre, tenerle la mano ancora un secondo, vederla forse non voltarsi più.... 

giovedì 17 gennaio 2019

Tempo che scorre o tempo che fugge: bambini che crescono

Da qualche giorno gira sui social media il 10 years challenge, ammetto che in un momento di dolce far niente anch’io ho portato il mio contributo, tirando fuori una foto dell’India di 10 anni fa e affiancandola ad una delle nostre ultime vacanze al sole. Ecco quello che mi sconvolge non sono io ma loro, le mie bambine di una volta che in 10 anni si sono trasformate e sono diventate grandi.

        

Non sono i miei anni aumentati di una decina, le rughe che non c’erano e che ci sono, trasformando il mio viso in un maturo che non guasta, o quel qualche chilo in più che non sta neanche male, sono loro  che sottolineano insesorabilmente il tempo che passa. Loro che erano piccole e fragili nei loro vestitini coordinati, con i visi bambini, le mollette nei capelli, e che adesso sono grandi, con i lineamenti precisi di giovani donne, senza più mollette nei capelli, con un tatuaggio sbarazzino ad indicare la loro indipendenza.

Ecco non è il guardare la Giulietta che ero che mi lascia un senso di ansia, ma guardare loro che con il loro diventare grandi segnano questo inesorabile passare del tempo. Osservarle trasformarsi negli anni dice molto di più dell’osservare il mio viso di giovane adulta che lentamente si è trasformato in quello di una donna più matura. Questa maturità acquisita non mi turba, anzi ammetto che ho imparato ad amarmi molto di più  da quando gli anni delicatamente segnano viso e corpo con il loro passaggio, non mi dispiace questo mio essere serena nel vedermi diventare più grande e saggia... quello che diffonde un velo di tristezza è pensare alla bambine che erano e che non sono più, al bisogno che avevano di noi e anche se in un certo senso avranno bisogno di noi per sempre, per le piccole cose non serviamo più.
Essere genitori è anche questo, occuparsi dei figli, dedicarsi a loro con mille piccole attenzioni, cullarli la notte, consolarli per un brusco risveglio, abbracciarli dopo un ginocchio sbucciato, ascoltarli dopo le prime delusioni, le prime ingiustizie, i primi errori, per poi di colpo accorgersi di essere sempre più spettatori e meno attori e motori delle loro piccole vite.
Ho sempre in mente un immagine delle mie bambine un’estate di passaggio a Torino in transito tra Giappone e India, loro tre con deliziosissimi vestiti leggeri, le faccine abbronzate, i capelli schiariti dal sole, eravamo alla stazione di  Porta Susa, quando era ancora tutta da rinnovare, ad aspettare il treno di 
Paolo in arrivo da Parigi. Loro erano eccitate e saltellanti, eravamo in cima alle scale e quando l’hanno visto spuntare di sono precipitate in braccio a lui urlanti e felici. Un paio di signori inteneriti dalla scena si sono voltati a guardare questo abbraccio tenero e profondo tra un papà in giacca e cravatta che a guardarlo sembrava anche lui poco più di un ragazzino e quei tre cuccioli di donna. Ecco in quel momento pensai a quanto avessero bisogno di noi, del nostro calore, della nostra mano, del nostro sorridere emozionato.
Avrei voluto fermare il tempo per un attimo e continuare ad averle così, ma poi l’ho lasciato andare, scorrere lieve, passare su di noi delicatamente e adesso all’improvviso osservo tre ragazze quasi donne piene di vita con in fondo agli occhi la luce delle bambine che erano e che non sono più, e osservo la me per nulla diversa da quella di dieci anni fa, con le stesse energie, lo stesso entusiasmo, la stessa voglia di scoprire, ma senza ombra di dubbio osservando loro molto ma molto più vecchia!

sabato 12 gennaio 2019

13 gennaio 2002

17 anni fa sono diventata mamma per la terza volta, erano da poco passate le tre del mattino quando per la prima volta l’abbiamo guardata negli occhi, quando per la prima volta abbiamo sentito il suo respiro, il calore del suo piccolo corpo.
È incredibile come ogni volta si rinnovino sensazioni uniche che solo la nascita di un figlio sa darci. Ogni volta lo stesso turbinio di sentimenti, un susseguirsi di indescrivibili emozioni, l’amore puro che avvolge il tutto.
13 gennaio 2002

A distanza di 17 anni quel giorno rimane uno dei momenti indimenticabili della nostra vita. Siamo diventati famiglia di cinque nel giro di pochi istanti, le nostre responsabilità di giovani genitori sono di colpo triplicate, noi due adulti consci del compito di far crescere tre piccoli individui e di dar loro gli strumenti per affrontare il mondo nel modo migliore.
Lei ci guardava con i suoi piccoli occhi intensi, quel profumo di vita nuova da respirare all’infinito, la ricerca affannata del mio seno, quel contatto unico, il primo che ti lega loro per sempre.
Me l’ero immaginata per mesi, ancor prima di aspettarla, sapevo che la nostra piccola famiglia sarebbe stata completa solo con lei, sapevo che avrebbe chiuso il cerchio del nostro amore, rendendolo indistruttibile. Non avevo paura della fatica, delle responsabilità, mi sembrava normale completarci così, con una nuova vita, con nuovi occhi, con nuove manine da stringere e capelli da accarezzare.
L’ho osservata per qualche ora piccola e fragile, cercando di immaginarmi come sarebbe stata, lei la piccola di casa, poi sono arrivate loro, le sorelle maggiori, adoro il primo incontro, quel loro primo conoscersi, quando per loro la pancia che hanno osservato, ammirato, odiato per mesi, si concretizza in un esserino piccolo, che osserveranno, ammireranno e odieranno a tratti, per sempre.
Loro sono entrate sorridenti, con le mollettine nei capelli e le gonnelline coordinate. Di colpo le ho viste grandi, grandi vicino a lei. Sono corse verso la sua cullina con entusiasmo, l’hanno spinta con forza contro il muro, lei non ha fatto una piega, quasi le aspettasse e lo sapesse che il primo incontro sarebbe stata o così, le hanno messo nella culla una sorpresa di ovetto kinder, tanto il cioccolato non può mangiarlo, certo ovvio. L’hanno accarezzata, baciata, adottata. Federica nel suo ruolo di grandissima dall’alto dei suoi quattro anni, Chiara leggermente perplessa da questa presenza che la spodestava dal ruolo di piccola, chiudendola da quel giorno tra due fuochi, ma lei non lo sapeva che questo le avrebbe regalato alla fine la posizione migliore, l’ha capito dopo.
Ecco lei da quel giorno è stata la piccola, lo è ancora adesso e lo sarà per sempre. Una piccola con le idee chiare, sempre di corsa per raggiungere le sue sorelle, sempre protesa in avanti per non perdere il passo, una piccola che ha sempre dovuto farsi spazio, farsi sentire, gridare un po’ più forte, arrivare più in alto.
17 anni da quel giorno in cui sono diventata mamma di tre, in cui le nostre responsabilità di genitori sono aumentate, in cui di colpo ho sentito che mancava solo lei per completarci.
gennaio 2019

Buon compleanno cucciolo, rimarrai sempre la nostra piccola anche se sei grande, indipendente, testarda, piena di ambizioni, farai grandi cose, l’ho visto nei tuoi occhi quella mattina all’alba a Parigi, 17 anni fa!