martedì 20 novembre 2018

Primo girone dell’inferno: gli uffici dell’anagrafe!

Sono seduta nel lungo e squallido corridoio dell’anagrafe centrale davanti allo sportello dedicato ai residenti all’estero per rifare la carta d’identità. In sottofondo voci alterate, personale sgarbato, porte che sbattono. Il personale si rivolge agli utenti con toni secchi.
L’attesa è lunga, per i cittadini italiani che vivono in un oltralpe qualunque la carta d’identità  cartacea è l’unica opzione, con i tempi necessari per fartela li sul momento.
Intorno a me la gente sbuffa, c’è di tutto in attesa. Il mio vicino di sedia aveva appuntamento per le nove... sono le 10 ed è ancora seduto con tutto in mano. Una coppia di anziani racconta un pezzo di vita all’addetta dell’anagrafe che, tutto sommato, dimostra una pazienza che non avrei nell’ascoltarli.
C’è chi scuote la testa rassegnato, mormorando tra sé, questa è l’Italia.

Tutti danno del tu a tutti, come se fosse normale e ci si ritrovasse in una scampagnata tra i monti con gli amici di sempre.
Un ragazzo domiciliato a Torino ma non residente cerca di capire cosa fare, la signora dietro lo sportello non riesce a farsi capire, tira fuori quattro parole sghembe in inglese senza grandi risultati, chiede aiuto al pubblico seduto, mi alzo e mi avvicino, gli spego in inglese cosa deve fare, mi sorride ringrazia mille volte, so cosa vuol dire essere lost in translation ...
Poco più il là una signora dall’italiano incerto protesta per il ritardo, ha ragione... con toni acidi un’altra tra i denti dice “ e ha anche il coraggio di protestare” brutta bestia il razzismo.
È vero che questo corridoio un po’ squallido, dove su ogni tavolino manca la penna ad uso degli utenti, con un filo pendulo come testimone di una penna che fu e che forse qualcuno si è portato via, questo corridoio con un’umanità varia, con visi che parlano di mondi diversi, con accenti che hanno toni di posti lontani, rappresenta il nostro Paese, un po’ triste, un po’ scontento, con i toni secchi e un po’ rassegnati, con gente che viene da un altrove complesso e difficile e vorrebbe far diventare casa questa Italia sgangherata.
È un’ora che sono seduta, dati i toni di voce conosco vita, morte e miracoli di tutti, vorrei alzarmi e uscire, respirare l’aria frizzante di oggi, camminare lungo via della Consolata, riattraversare il centro in diagonale fino a casa, invece aspetto il mio numero in mano, B8.

domenica 18 novembre 2018

Vita d’expat

Sono di nuovo in volo. Meno di due settimane dal mio rientro dagli States eccomi su un nuovo aereo direzione Torino. Ho fatto la mamma a New York, adesso è arrivato il momento di fare la figlia, una parentesi di pochi giorni, che passeranno in fretta come sempre succede.
Stiamo sorvolando le Alpi, spruzzate di neve, Stoccolma sembra quasi lontana.
Eccomi sospesa come sempre tra mondi e città diverse, con pezzi di famiglia che si inseguono, si incontrano di separano. Con momenti da vivere insieme intensamente, perché poi come sempre ci si dovrà salutare.
Prestissimo questa mattina bevevo il mio caffè prima di uscire direzione aeroporto. In piedi in cucina, lo sguardo rivolto fuori dalla finestra, un fuori ancora buio, addormentato. Pensavo alla fortuna che abbiamo di vivere tutto ciò, nonostante i sacrifici, nonostante le separazioni, nonostante i mille equilibri.
Abbiamo costruito quello che volevamo, andando avanti per la nostra strada con tenacia, trattenendo le lacrime a volte, cercando sempre di guardare avanti.Siamo stati capaci di vivere senza paura mille vite, spostandoci da una parte all’altra del mondo, sempre curiosi, sempre pronti a trarne il meglio.
Ci siamo fatti un po’ male ogni tanto, quando il separarsi diventa dolore, quando l’installarsi è un arduo esercizio. Abbiamo sempre sorriso alle opportunità, abbiamo colto al volo occasioni che agli altri facevano paura. Abbiamo imparato a non voltarci mai con rimpianto, ma solo con un filo di emozione, abbiamo posato valigie, appeso quadri e reso casa mondi diversi.
Siamo anche stati capaci di divederci tra due mondi, rendendo normale il separarsi, un po’ qui un po’ là. Viviamo i momenti in cui non siamo insieme come passaggi normali prima di ritrovarci, adoriamo abbracciarci in un aeroporto e voltarci un ultima volta quando è arrivato il momento di ripartire.

Bevevo il mio caffè questa mattina, mentre il buio avvolgeva ancora la mia città. Mi sono guardata intorno spegnendo le luci prima di uscire, ho baciato nel sonno mio marito, rientrato meno di12 ore prima, di ritorno dal suo ennesimo viaggio, ho sfiorato la fronte di mia figlia, ho sorriso al gatto come sempre agitata alla vista di un bagaglio.

Ho chiuso la porta di casa mia, felice. Sotto di me ora una distesa di nuvole, sembra neve. Tra poco riconoscerò dall’alto il mio altro mondo, quello nel quale sono cresciuta, quello che tutto sommato mi ha insegnato a non avere paura di uscire dalle mie zone di confort e andare oltre. Sarò figlia per qualche giorno, fa bene ogni tanto.

giovedì 15 novembre 2018

Servizio clienti in Svezia: non pervenuto

Chi mi conosce sa che sono una persona molto positiva è raramente critico negativamente il Paese che mi accoglie, chi mi conosce meno ha sicuramente attraverso le pagine del blog tratto le stesse conclusioni, cerco sempre di guardare dal lato giusto, tirando fuori il meglio dal posto in cui vivo e rifiutando di soffermarmi su cosa non va. Che di questa città scandinava mi sia innamorata non ne ho mai fatto un mistero, sono felicissima qui e  non cambierei una virgola, ma  ovviamente ci sono delle cose, qui come ovunque che, diciamolo, mi fanno un po’ allibire...
Ne vogliamo parlare del customer service? Beh ecco se c’è una cosa che veramente non funziona qui è il customer service, terribile. Non che non siano gentili, non che non siano all’ascolto, non che ti trattino male, semplicemente fanno il loro lavoro, ti vendono un prodotto, un servizio e poi non c’è poi...
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Spiego: traslocando nel nuovo appartamento ci siamo regalati qualche elemento d’arredo nuovo, gran parte delle cose le abbiamo acquistate pochi giorni dopo la consegna delle chiavi, mentre erano in corso i lavori e noi ancora nel vecchio appartamento: era inizio agosto.
Subito ci siamo scontrati con tempi biblici di consegna, tra le sei e le otto settimane, e per chi come noi nella destinazione precedente viveva nel regno di amazon prime e delle auto nuove chiavi in mano all’uscite della concessionaria, lo stupore era grande, ma come si sa paese che vai, usanza che trovi e alla fine ci si adegua.
Abbiamo comperato consci dell’attesa e un po’ rassegnati, ma in ogni modo non avevamo molta scelta, quindi va bene così, ma non avevamo fatto i conti con i possibili ritardi, con le consegne alla cavolo e con il modello Ikea docet anche quando Ikea non è!
I ritardi: epici. Il tavolo e le sedie arriveranno la settimana 42, a questa email ne segue poi una seconda, siamo spiacenti di comunicavi che per un ritardo del produttore la consegna slitta alla settimana 46...( ormai conosco a memoria il numero di ogni settimana senza esitazioni!) 4 settimane extra da chiedersi cosa cavolo facciano... arrabbiarsi non serve a nulla ( poi vi spiego il perché)... ma quando arriva la terza email che dice che il tavolo c’è ma gli sgabelli che l’accompagnano arriveranno allegramente la settimana 49... ti fai delle domande oltre che farle a loro: del tipo ma chi produce tutto ciò i folletti di babbo Natale con ritmi di lavoro da far invidia, tipo un giorno alla settimana??
La consegna: per ora diciamo che siamo stati fortunati, abbiamo sempre avuto una consegna in casa, mi direte normale, e vi dico no: le opzioni di consegna sono varie, vanno dal marciapiede all’appartamento, con spacchettamento o no previsto... per chi non conosce il sistema difficile capirne le sfumature e quando si parla di consegna non si pensa minimamente che ti possano lasciare il divano di fronte al portone e andare via, invece succede.
Comunque noi per pura botta di fortuna ( o per il mio svedese fluente!!) abbiamo sempre ricevuto dentro casa, ma quando dico dentro può essere veramente solo dentro: tipo divano in 5 pezzi imballato mollato nel corridoio con tanti saluti e arrivederci. Alla mia richiesta di chi sballa e assembla mi hanno guardata strana... non mi hanno indicata con il dito ma nelle loro teste si saranno detti ”tu cara signora !”.
Fondamentalmente il metodo Ikea insegna che anche se compri il divano più caro del mondo siamo in Svezia e un po’ di fai da te ci vuole.... ed eccomi, cara signora che sono, a spaccarmi la schiena per assemblare il mio divano, non tanto per sedermici sopra, quanto per poter circolare nel corridoio e aprire la porta di casa.
Oggi quando mi hanno consegnato il tavolo di cui parlo un po’ più sopra, di un noto designer danese, e dal prezzo di tutto rispetto, i due signori che l’accompaganvano mi hanno detto sa che lo sballiamo solo? Ero quasi contenta che almeno si portassero via gli scatoloni, ma poi inginocchiata ad avvitare mi sono dette e che c.... son qui che avvito esattamente come avrei fatto spendendo 1/10 da Ikea... alla fine però ho guardato il tavolo e mi sono detta che così da Ikea non ce ne sono, quando poi tra tre settimane sarà accompagnato dagli sgabelli ( che spero arrivino montati) sarà ancora più bello... per adesso mangiamo in piedi!!
Servizio clienti: non pervenuto... ecco detto tutto... ma sapete perché? Perché gli svedesi non amano
le situazioni di conflitto, di scontro, di confronto, quindi non protestano, di conseguenza il servizio clienti fa come vuole senza pressione alcuna... pensate agli Stati Uniti dove ogni due per tre ti possono  denunciare per un bullone mal messo, o alla Francia dove visto come sono protestoni i francesi i servizi clienti ti fanno quasi pena. Invece qui non temono nulla, a parte le mie telefonate inferocite, che però non hn no effetto alcuno, tranne innervosire me.
Perché non hanno effetto? Perché uno svedese non prenderà mai l’iniziativa di fuoriuscire dallo schema pre costruito, in questo caso una consegna prevista spostata, più che seguire le cose da fare in questo caso, tipo chiedere spiegazioni del ritardo, non farà....perché non è nelle regole scritte utilizzate per questo genere di cose. Iniziativa molto poca, ma ve l’avevo già raccontato.
Vabbè dai ridiamoci sopra, viva la Svezia anche con i suoi disfunzionamenti!