sabato 10 novembre 2018

Forza Torino!

Oggi a Torino tanti torinesi incazzati scenderanno pacificamente in piazza per protestare contro un sindaco è una giunta comunale che tra non scelte e scelte sbagliate stanno trascinando la città verso un lento inesorabile declino.
Avrei voluto partecipare, direi la mia silenziosamente tra la folla compatta di chi pensa che si arrivato il momento di dire basta, il momento di cambiare. Avrei voluto salire su un aereo e arrivare, l’avrei fatto se Paolo fosse stato qui invece che dall’altra del mondo, ma tant’è... sarò tifosa e testimone a distanza, come avviene spesso in tante occasioni.
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Non sono mai stata una persona impegnata politicamente, anche al liceo andavo distrattamente alle manifestazioni e ci andavo perché mia sorella mi minacciava di togliermi il saluto se non avessi mostrato un minimo coinvolgimento.... da anni osservo da spettatrice lontana il lento declino del mio paese, ascolto i commenti a volte sarcastici degli stranieri che mi stanno intorno, non abbozzo mai difese particolari, non rigiro il coltello nella piaga, aspetto.
C’era negli anni una cosa però della quale rimanevo fiera, la mia città, quella Torino tristanzuola della mia giovinezza, prodotto degli umori e andamenti di mamma FIAT, una città che aveva saputo darsi un volto nuovo, cogliere l’occasione dei giochi olimpici per sorridere al mondo e finalmente ricevere in cambio quegli sguardi di cui è degna. Torino bella e austera nella sua eleganza sabauda, Torino con i suoi portici e le sue vecchie case, Torino dalle immense piazze e dal Po che la sfiora lento .
Per anni tornando a Torino da uno dei tanti paesi in cui ho vissuto ne ho respitrato l’aria di rivincita e di rinascita, ho visto turisti con le guide in mano camminare con aria curiosa e mi sono spessa sentita dire dire : ma vieni da Torino, che bella città!
Poi c’è stato un poi... un nuovo sindaco, una nuova giunta, tante promesse, aggiungerei tante bugie alla fine ...  e ogni volta Torino aveva l’aria più triste, più stanca, una vecchia signora sfatta. Camminare in centro sembra un percorso del combattente tra marciapiedi rotti, buchi stradali, negozi che chiudono i battenti, tristemente...la città ha come dicono i francesi preso un coup de vieux, ma di quelli belli tosti...
L’estate scorsa scrissi una lettera al sindaco, rimase ovviamente senza risposta, me ne stupii quasi, visto che da quel che dice lei è aperta al dialogo con i cittadini, sarà che tecnicamente cittadina non lo sono più da oltre 20anni, quindi non merito un possibile dialogo, uno scambio di vedute.
Certo ricevere critiche non piace a nessuno, certo sarebbe bello che tutti fossero felici e contenti e che nessuno avesse da ridire, però, francamente, quando si decide di investirsi pubblicamente, e soprattutto si dichiara chiaro e forte di voler cambiare il sistema corrotto e mal funzionante precedente, proponendo una ventata di novità, beh l’apertura verso le altre voci dovrebbe essere una cosa automatica...
Non sarò lì oggi silenziosamente a camminare per le strade della mia bella città, non sarò lì fisicamente, ma con il pensiero e la speranza sarò anch’io lì  con la voglia di riaprire porte e possibilità perché Torino se le merita!

giovedì 8 novembre 2018

Il malsano esercizio del lamentarsi

Ieri “cazzeggiavo” allegramente su FB, leggendo qua e là nei vari gruppi, fonte d’ispirazione spesso per le mie riflessioni. 
Capito per caso su un post in un gruppo di italiani in Svezia, leggo, rileggo, inorridisco.
In poche parole il post era un sondaggio sul cosa gli italiani non amano, non sopportano della Svezia, con l’ambizione di raccogliere il maggior numero di critiche negative, senza alcuno scopo preciso.
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Ecco spontanea la mia riflessione, che in cuor mio mi auguro sia anche quella di tanti altri alla vista di tanta stupidità: ma a cosa serve questo continuo denigrare il Paese che ti ospita, questa ossessiva negatività, questa incapacità a cogliere quanto di bello la differenza ci offre, quanto di positivo c’è nel confronto con realtà che non sono la nostra?
La soluzione è semplice e questo qualsiasi sia il motivo che ti ha spinto a lasciare il tuo Paese, non ti piace vattene, non puoi pensare che sia il tuo Paese ospitante a doversi adattare a te, la Svezia, così come ogni altro Paese, è fatta per far sentire bene i suoi abitanti, non noi che siamo ospiti!
Io personalmente ne ho un po’ abbastanza degli italiani lamentosi e negativi, perché onestamente frequentando una comunità internazionale trovo che siamo sempre solo noi quelli con qualcosa da ridire: e il clima, ma non lo sapevate prima di venire qui? E il buio, stesso discorso. E la cucina che non è come la nostra, beh no, ma aprite gli occhi, le papille e lasciatevi conquistare dall’innovazione che sono capaci di mettere nel piatto, dall’abilità che hanno di sublimare i pochi prodotti che fanno parte del loro repertorio... certo che se cercate la pasta sarete delusi, non fa parte di loro, punto.
E l’atteggiamento che non piace, ma a loro forse piace il nostro? Siamo qui, ci ospitano, ci accolgono, non devono mica conformarsi a noi, piuttosto noi fare profilo basso e ringraziare.
Nessuno è obbligato a vivere all’estero, il nostro non è un Paese in guerra dal quale fuggire con pochi stracci sulla schiena, e alla fin fine, nonostante tutto, ci si può anche vivere dignitosamente, allora perché imporsi tutto questo e vivere nell’infelicità? Chi critica costantemente non può essere felice.
Vivere all’estero dovrebbe aprire la mente e lo spirito, a volte non sembra però.

martedì 6 novembre 2018

Di nidi vuoti in espatrio...

È sempre la stessa cosa, la stessa strana sensazione e tutte le volte ne descrivo i contorni, i sentimenti che fanno a pugni, il cuore che batte a casaccio, gli occhi che si annebbiano, il sorriso stampato.
Il taxi che si lascia alle spalle quel mondo li e vola veloce verso l’altro mondo, quello costruito dall’altra parte dell’oceano. Io le guardo sorridermi da dietro i vetri dell’auto, le mani salutano, le labbra sussurrano un ultima parola, sorrido, saluto, sussurro... mi mancano già alla prima curva, ma non è una mancanza che fa male, è mancanza e basta.

Il tempo di una vacanza passa sempre troppo veloce, atterro a New York con l’idea di fare mille cose e poi pian piano riduco i programmi perché alla fin fine mi bastano loro, quella piccola routine quotidiana che si instaura quando per pochi giorni ritorniamo ad essere famiglia, una routine di cose semplici, di chiacchiere sul divano, di complicità, di piatti buoni condivisi.
Quando arriva il momento di ripartire sento tutto il peso di certe scelte, di scelte che si perdono negli anni, di quel primo volo che mi ha portata a mia volta lontano da casa, salendo su quell’aereo ho di colpo dato l’okay a tutti i voli successivi, a tutte le partenze che mi portavano altrove e come normale conseguenza a tutte le partenze che portavano lontano anche loro.
Ho scelto io per loro, abbiamo scelto noi regalando loro questa vita, abbiamo scelto di vederle muoversi da sole, troppo presto, troppo in fretta.
Guardo quei due splendidi visi che si allontanano, le loro figure sottili ferme davanti a casa a guardare l’ennesimo taxi che svolta a destra e sparisce, le guardo e vedo due ragazze mature e indipendenti, esattamente come avrei voluto che fossero, le vedo serene nella loro vita, nelle loro scelte, le vedo fragili come tutti i giovani alla loro età, ma con piccole fragilità che sono anche forza, le vedo determinate a guardare avanti, capaci di salutarmi, di piangere quando vado via, di emozionarsi quando arrivo, desiderose di condividere i loro piccoli successi, i loro grandi sogni, la loro vita in costruzione.
Guardo Camilla che mi sta accanto, stesso taxi, stessa destinazione, stesso sguardo, stesse labbra che cercano di dire, penso a come non sia facile anche per lei salutarle, per una settimana è ritornata sorella a tempo pieno, per una settimana ha ripreso il suo posto di numero tre, nel quotidiano.  Non è facile poi rifare la valigia e tornare dove dobbiamo essere, a casa, anche se casa è un po’ anche qui a New York  dove sempre rimane un pezzo di noi....

Strana accozzaglia di sentimenti quando ci si divide tra due case, due città e due pezzi di una stessa splendida famiglia.