giovedì 31 marzo 2016

Empty nesters

È quasi di nuovo tempo di decisioni universitarie qui da noi. L´anno scolastico sta filando alla velocità della luce, il tempo è volato quest´anno in un modo incredibile. Neanche l´incidente e l´operazione delle ultime settimane hanno messo un freno allo scorrere delle giornate. Poco più di due mesi e saremo in volo per l´Europa, poco più di un anno e anche Chiara prenderà il volo direzione il college.
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Sembra incredibile e tra qualche anno entreremo a far parte degli empty nesters.  Il nido si sta svuotando inesorabilmente, fa strano pensare che di colpo ci ritroveremo noi due, con loro tre sparse qua e là.
Da agosto Federica ha preso il volo, devo dire che è stata meno dura di quello che postessi pensare, certo ci manca, un figlio che va via da casa lascia un vuoto assolutamente incolmabile, ma ci manca in modo positivo e non sofferto. Non è un vuoto che fa male, manca il contatto fisico, ma il resto c´è. C´è la voglia di sentirci, di condividere, di coinvolgerci da parte sua in questa sua vita da giovane donne, e c´è la voglia da parte nostra di scoprirla così, quasi adulta.
Il nido che si svuota mi spaventava forse più prima della sua partenza, mi chiedevo come sarebbe stata. Una volta che ci sei dentro ti rendi conto che fa parte della vita, i genitori crescono i figli per vederli volare lontano, anche se poi il ontano sarà solo fisico, per tutto il resto non si allontaneranno mai da noi, se siamo riusciti a creare quel legame capace di attraversare montagne e oceani e di mantenersi saldo (poi con l´aiuto di facetime si fa il resto).
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Un figlio che va via destabilizza un po´, si deve essere pronti a ricreare al volo mille equilibri, a mettere toppe li dove si forma il vuoto, a trovare sorrisi quando ci verrebbe voglia di versare una lacrima.
Il mese di aprile è un mese di decisioni qui in America per tutti quei ragazzi arrivati al capolinea degli studi superiori e che si apprestano a lasciare la propria casa per vivere da soli il passaggio all´età adulta. Si sceglie il college in questo periodo, si cerca di fare la scelta giusta tra le diverse opportunità. Eravamo in questa fase l´anno scorso e lo saremo di nuovo l´anno prossimo con Chiara. Saremo forse più preparati perchè abbiamo già accompagnato una prima figlia verso questo piccolo grande salto. Sarà sicuramente più preparata anche lei che ha visto partire una sorella e tutto sommato si è resa conto che la vita per lei non è per nulla malaccio.
Sono giovani questi ragazzini quando escono da casa ma non credo che sia un male, diventano indipendenti in fretta, imparano a cavarsela senza avere sempre un adulto  a disposizione.
E noi genitori impariamo anche a lascire che se la cavino senza il nostro intervento... fondamentalmente si impara dalle due parti qualcosa quando ci si ritrova a vivere separati: gli uccellini prendono il volo una volta che hanno ali solide per poter volare lontani, ma tornano sempre nel nido per una carezza e un consiglio che sanno di poter trovare in qualsiasi momento, perchè il nido è così sempre pronto ad accoglierli con amore

mercoledì 23 marzo 2016

Integrarsi e disintegrarsi!

Le mie figlie sono nate e cresciute all´estero, in Italia non ci hanno mai vissuto, l´Italia è il loro Paese, certo, ma il loro concetto di italianità è quello che noi abbiamo cercato di trasmettere loro, così come una buona parte della nostra cultura d´origine. Non ci siamo mai preoccupate che non si integrassero culturamente nei Paesi in cui abbiamo vissuto, non abbiamo mai pensato che il fatto di essere straniere le avrebbe tagliate fuori dal mondo in cui crescevano e del qual´è indubbiamente assorbivano valori e pensieri. Le abbiamo sempre spinte ad integrarli.
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Questo vuol dire vivere e crescere all´estero, vale per loro e vale anche per noi adulti, magari all´inizio più restii ad adeguarci alle differenze, ma obbligati a farlo per veramente sentirci integrati e parte di una nuova comunità, e questo senza rinnegare da dove veniamo (Pippo Baudo fa parte del nostro background volenti e nolenti :) ....)
Una cosa che non abbiamo mai cercato di fare è stato di  ritagliarci un mondo tutto italiano, una specie di oasi impenetrabile ai valori e alla cultura del nostro Paese ospitante, per dire, adesso siamo in America e stà a noi adeguarci un po'ai sui valori, senza per questo rinnegare i nostri,  giusto quella capacità di bilanciare e adattarci necessaria quando si vive altrove.
Così non accade sempre, ci sono giovani che nascono e crescono in un certo mondo, che ne assorbono, almeno in apparenza i valori, gli usi e i costumi, che ne frequentano le scuole che dovrebbero renderli adulti responsabili, questi giovani crescono come sono cresciute le mie figlie tra radici lontane che i genitori cercano di mantenere ben salde e nuovi valori, magari neanche tanto lontani dai quelli d´origine.
Questi giovani crescono, diventano adulti  e poi si rivoltano contro il mondo che li ha cresciuti, contro i valori del mondo che li ha cresciuti. Questi giovani si armano, si mettono tre bombe in tasca e vanno a farsi saltare per aria all´aeroporto, quell´aeroporto che magari li ha visti andare e venire bambini con le valgie piene di ricordi di vacanze a ¨casa¨.
C´è da qualche parte una catena che si è spezzata, c´è qualcosa che si è rotto nel processo d´integrazione, ci sono pensieri odiosi più forti di quelli che un Paese dovrebbe riuscire ad inculcare. Paesi laici e liberi fanno crescere mostri attratti dal sangue.... dov´è la colpa di noi genitori, mamma e papà in terra straniera? siamo noi i primi a dover spingere i nostri figli verso il mondo che ci ospita e che ci tende la mano, siamo noi i primi a dover toglier loro le bende della nostra cultura e lasciarli liberi di avanzare come cittadini del mondo....

lunedì 21 marzo 2016

Fra veri amici e semplici conoscenti: come scoprirlo rapidamente....

Qualche hanno fa, quando vivevamo ancora in Giappone, ho avuto un incidente in bicicletta, ne uscì abbastanza mal concia, con la schiena malandata e il divieto assoluto di muovermi per qualche giorno. Non fu semplice allora con tre bambine piccole e un marito fuori dal mattino presto alla sera tardi. In quel momento mi accorsi di quanto creare una rete di amicizie e conoscenze sia importante nella buona e nella cattiva sorte, non solo quindi per passare simpatiche serate e momenti ludici ricreativi indimenticabili, o semplicemente avere qualcuno con cui condividere un caffè e mescolarlo con i propri pensieri, ma anche per un puro e semplice sostegno logistico. Essere soli dall'altra parte del mondo può essere dura, quando si è malati, lo è ancora di più. Allora mi resi conto di come ero fortunata, la rete di amicizie si è stretta intorno a noi e non mi sono neanche resa conto dei giorni che passavano senza poter fare le stesse cose di prima.
Oggi come allora la stessa considerazione, tante le offerte di aiuto, non soltanto per le 4 chiacchiere che fanno sempre piacere, ma di un vero aiuto logistico, e questo nonostante ormai abbia ragazze grandi ed autonome, che tutto sommato potrebbero dare una mano.
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Oggi come allora mi rendo conto di come il "momento del bisogno" metta in luce la vera natura delle persone, di come ce ne siano anche assolutamente incapaci di una semplice messaggio, che sono poi le stesse che da te invece si aspettano sempre la luna....Non è grave perché alla fine è il modo per fare il menage tra chi ci sta intorno, o meglio il modo di fare la differenza tra i conoscenti e i veri amici.
È un po come quando si parte in espatrio, se la destinazione è super bella, tutti saranno pronti a venirci a trovare, se invece la destinazione è così così, solo i veri amici faranno il viaggio per il puro piacere di stare con noi!
Comunque mi reputo fortunata, mi sono arrampicata sui muri agli inizi per ricreare dei veri rapporti, ho messo tante energie nell'incontrare gente, e raccolgo i frutti ora che ho bisogno anche solo di una semplice mano tesa.... E per quei pochi che hanno rivelato la loro vera natura.... neanche tanto sorpresa, della serie molto spesso le sensazioni sono quella giuste!

venerdì 18 marzo 2016

Surgery: cronaca di un intervento made in US....

 Il mio ginocchio ha reso l´anima 4 settimane  fa sulla double black di Big Ski, nel nevoso Montana ho lasciato il legamento crociato del ginocchio sinistro e mi sono condannata a due mesi di semi inattività.
L´unica scelta possibile per riprendere una vita normale e soprattutto per poter fare sport senza grande inquietudine, del tipo: ¨ aiuto adesso mi fracasso anche il menisco....¨ ad ogni passetto..., era l´operazione.
E operazione sia. Per un´ipocondriaca come me ovviamente non sono state semplici le settimane di attesa, ma adesso che è passato l´intervento, posso quasi sorriderne.
Premetto che con gli interventi nonho grande dimestichezza, prima di questa volta sono stata operata due sole volte in vita mia, di cui una da bambina, e l´ultima 17 anni fa.... non conosco quindi molto bene il come si fa e come ci si organizza nei vari Paesi, sapevo sicuramente che qui in US sarebbe stata routine organizzata nel dettaglio, e così è stato.
Due settimane prima della surgery, una volta fissata la data, ho ricevuto una serie di fogli esplicativi di quel che sarebbe successo, con la data fissata della visita post operatoria, l´elenco dei centri di fisioterapia e i vari step prima e dopo l´intervento. Cosa fare e non fare. Una settimana prima ho ricevuto le medicine da prendere a partire dal giorno dell´operazione, antidolorifici e antibiotici. Il giorno prima dell´intervento si sono susseguite tutta una serie di telefonate. La prima per comunicarmi l´ora dell´operazione e l´ora alla quale avrei dovuto presentarmi, mi è stato dato il timing esatto del tutto, 75 minuti d´intervento e 60 in osservazione, ¨poi a casa¨, raccomandandosi che dovevo essere riaccompagnata da qualcuno... (cosa abbastanza ovvia, soprattutto che ti fanno uscire dopo esserti svegliato mezz´ora prima dall´anestesia generale). La telefonata successiva era della società connessa alla clinica che voleva affittarmi la macchina del ghiaccio (sorta di ice bucket con tubo che serve a tener fresco il ginocchio), io me n´ero procurata una mettendo un annuncio sul sito dei vicini di casa, quindi ho declinato l´offerta di affitto a 150$ alla settimana!!
La terza telefonata è stata quella della contabilità della clinica, dove mi dettagliavano i costi coperti e non dall´assicurazione e dove mi dicevano candidamente che accettavano tutte le carte di credito. Almeno uno sa di che morte deve morire, che qui negli States può essere molto dolorosa per il portafoglio, nonostante l´assicurazione!!
sexy
Arriviamo al giorno dell´intervento. Ovviamente ho una paura furiosa. Alle 9:45 siamo in clinica, come previsto. L´accettazione dura una ventina di minuti, firmo caterve di carte, mi mettono il braccialettino da malata, e mi fanno entrare accompagnata da un´infermiera in una specie di stanzone diviso in loculi ognuno con un paziente in attesa d´ intervento (così di prima impressione tutti di natura ortopedica). Mi consegnano una busta dove mettere i miei vestiti, un camicione modello sexy che più sexy non si può,una cuffietta niente male, una calza elastica anti trombo, da utilizzare per la gamba sana e da indossare anche per dire questa è la gamba buona non toccatela! un pennarello per scirvre YES sul ginocchio da operare ( devo dire che l´hanno scritto su talmente tanti fogli che era il ginocchio sinistro che se si fossero sbagliati sarebbe stato il colmo), un boccettino per l´esame delle urine.
il malato
borsa e vestiti nel locker, come una povera tapina sono uscita dallo spogliatoio e sono stata accompagnata nel mio loculo dove nell´ordine ho incontrato il chirurgo che mi ha rispiegato in breve cosa avrebbe fatto, una prima infermiera che mi ha fatto miliardi di domande, l´anestesista che mi ha spiegato cosa avrebbe fatto , un infermiere che avrebbe assistito all´intervento. Tutti hanno avuto parole gentili, la mi agitazione era visibile, il mio cuore batteva a mille, ma insomma tutto normale.
pronti, via....

Alle 11:30 in perfetta tabella di marcia ci siamo mossi verso la sala operatoria, Paolo mi ha salutata e sul mio letto a 4 ruote motrici, con un po´ di angoscia, sono arrivata a destinazione. Sono entrata sulle mie gambe in sala operatoria, l´anestesista mi ha sorriso, e poi.... beh senza che me ne accorgessi riaprivo gli occhi assetata con la gamba chiusa stretta in una spessa guaina nera, in un´altro loculo, questa volta in zona risveglio, fila di loculi post operatori.
Tutto finito. L´infermiera mi ha dato da bere e mi ha detto che avrebbe chiamato Paolo e che se tutto procedeva così dopo una ventina di minuti avrei potuto vestirmi.... e così è stato. Efficienza a mille 75+60 minuti dopo ero seduta in macchina direzione casa.... un po´ tuonata ancora, ma un´oretta di riposo una volta nel mio letto, mi ha rimesso in forma.... quell´oretta in più che per il terribile potere delle assicurazioni, non ti concedono, costerebbe troppo...
la gamba

Il sentimento è quello di una vera e propria catena di montaggio, entra uno e via l´altro, molta gentilezza e empatia con il paziente, questo si, ma comunque rapidissimo....da un lato forse meglio, sempre più facile essere a casa, almeno per me, ma io sto bene e sono in forma, se non fosse stato così?
questa mattina


domenica 13 marzo 2016

La terra trema

Ci sono dei giorni che non si dimenticano mai. Ci sono giornate che a distanza di anni ricordiamo in ogni dettaglio. Spesso sono giorni felici, ogni tanto sono i momenti tristi, rimangono impressi e indelebili nella nostra memoria e siamo capaci di rivivrli a rallentatore, di ripercorrerne i dettagli e di percepire le stesse sensazioni, senza che il tempo ne cancelli l´intensità.
Fa parte della vita.

5 anni sono passati da Fukushima, dal terremoto devastante che ha colpito il Giappone. Avremmo potutto esserci, ma eravamo già partiti, avremmo potuto viverlo in diretta, ma per fortuna le scelte della vita ci avevano portato altrove.  Quando si vive e si è vissuto in Paesi in cui la minaccia di una catastrofe naturale è violentemente presente, ci pensi e non ci pensi. Vivi il tuo quotidiano con leggerezza, ma poi ogni tanto ti blocchi e ti fa quasi male: potrebbe succederci ad ogni momento.
Sono passati 5 anni, era l'11 marzo. Atterravo a Parigi di ritorno dall´India dopo una settimana passata a Chennai a lavorare. Come sempre il riflesso di riaccendere il telefono per mandare il solito messaggio: atterrata! neanche il tempo di incominciare a scrivere che un messaggio di Paolo mi annunciava quello che era successo. Brividi nella schiena. Per noi Tokyo era ed è un mondo di affetti, una città alla quale ci sentiamo particolarmente legati. Subito il pensiero è corso a tutti loro, i nostri amici li, quelli che ancora vivevano nella grande metropoli. Sono scesa come uno zombi dall´aereo e mi sono fermata a guardare le immagini che arrivavano sulle TV dell´aeroporto direttamente dal Giappone. Paura, desolazione, attesa.... attesa del peggio che doveva ancora arrivare... attesa di capira perchè la natura si accanisse così e il mare spazzasse tutto al suo passaggio, attesa con il fiato sospeso.
Sono rientrata a casa angosciata, volevo sentire le loro voci, le voci dei nostri amici, essere rassicurata che in realtà non fosse successo nulla. Volevo saperli sereni. Ho ascoltato i loro racconti via skype, facendo mie le sensazioni di paura e disagio. Sapevo cosa voleva dire la terra che trema sotto i piedi, la paura che continui a farlo in eterno e che non ci dia via di scampo. Sapevo come il tempo si dilati quando ti senti insicuro tra le pareti di casa tua. ¨non ha mai tremato così, non ti immagini¨ sono state le parole della mia amica Clara.... e lì ho capito.
Poi c´è stato tutto il resto, oltre il terremoto. Gli stranieri sono partiti. I nostri amici gaijin sono partiti tutti, evacuati in massa. I nostri amici giapponesi sono rimasti, giusto, è il loro Paese, la loro città, non si volta le spalle al proprio mondo, questo è il solo privilegio che abbiano noi expat, recuperiamo le nostre cose e torniamo indietro.... soffrendo  ma abbiamo la scelta.
Alcuni amici non sono più tornati, non hanno avuto il coraggio, la forza, altri si, hanno sentito che lì era casa, non riuscivano a chiudere la porta e basta.
La vita ci ha messo un po´ a tornare normale, poi pian piano il ritmo è ripreso come si gira una pagina di un libro, si ricomincia leccandosi le ferite e incorciando le dita che non succeda di nuovo.
Ho passato 3 anni in Giappone a sentire la terra che tremava sotto i piedi, ci ho messo del tempo a dimenticare la sensazione che ogni piccola scossa mi procurava. Adesso in California cerco di non pensarci, di non pensare a quello che potrebbe essere se la terra impazzisse di colpo. Si impara a vivere in Paesi in cui da un giorno all'alltro si rischia di perdere tutto. Si impara, ma non ci si abitua mai. Non ci pensiamo e andiamo avanti.....

lunedì 7 marzo 2016

scegliere un sistema scolastico: piccola presentazione dei diversi sistemi.

Per chi è espatriato la scelta del sistema scolastico per i prorpi figli è uno dei grossi tormentoni! 
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Scegliere una scuola non è già facile quando si vive sempre nello stesso Paese, pubblico, privato, montessori, steineriano, e via dicendo. Quando si vive all´estero la difficoltà aumenta per una serie di motivi. Non sarà sempre facile scegliere per loro un sistema che conosciamo bene, che corrisponda a quello nel quale noi siamo stati educati, che rispecchi quello che noi vogliamo che la scuola comunichi ai nostri figli.
Spesso ci si ritrova a scegliere scuole in lingue diverse dalla nostra, per il semplice motivo che di scuole italiane non ce ne sono molte in giro per il mondo e se si vuole dare una certa continuità educativa, si rischia cambiando da un Paese all´altro di non poter continuare, nello stesso sistema.
Sistema italiano
il sistema italiano comprende nel mondo 8 scuole onnicomprensive,dalla materna al liceo, ad Addis Abeba, Asmara, Atene, Barcellona, Istanbul, Madrid, Parigi e Zurigo, alle quali si aggiungono 43 scuole paritarie, presenti in Africa, Medio Oriente e Americhe, oltre che Europa e bacino mediterraneo.
Oltre alle scuole esistono le sezioni italiane all’interno delle scuole europee e delle scuole internazionali, per un totale di circa 80 sezioni.
Per aver conosciuto direttamente la realtà di una sezione italiana all’interno di un liceo internazionale (quello di Saint Germain en Laye, in Francia) devo dire che questo è un fantastico compromesso per i nostri ragazzi, che possono da un lato impadronirsi sempre più della loro lingua e della cultura del loro paese di origine, pur rimanendo immersi nella lingua e nella cultura locale, in ambienti internazionali veramente stimolanti.
La scelta ricade allora sulle scuole locali o su sistemi scolastici stranieri ben rappresentati in giro per il mondo.
Una cosa da tenere presente quando si deve decidere è che spesso quello che corrisponde ad un bambino non corrisponderà necessariamente ad un altro, così come quello che calza a pennello per una famiglia, per un’altra sarà una scelta più sofferta. La cosa migliore sarà quindi scegliere in base alle nostre esigenze, liberi da idee e giudizi che ci vengono da altri. (non è sempre facile, noi eravamo un po´ prevenuti nei confronti della scuola americana prima di esserci immersi, e adesso ne siamo entusiasti!)
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Avere le idee chiare su quella che sarà la nostra vita all’estero è importante per la scelta di un programma educativo che ci corrisponda. Se si parte per un paio d’anni si puo decidere di tuffare i figli in un nuovo sistema e in una nuova lingua per dar loro tutte le chance di impararla al meglio, sapendo che rientrando nel proprio Paese potranno riprendere il filo del discorso scolastico interrotto in precedenza, e senza troppi problemi. Se si rimane all’estero per molto tempo e si vuole però che i propri figli integrino poi a livello universitario l’offerta educativa del nostro Paese, allora si dovranno valutare bene le diverse opzioni, scuola nella nostra lingua, scuola internazionale, scuola locale, valutando però se e come è riconosciuta nel nostro Paese.
Non dimentichiamo poi che scegliamo per i nostri figli ed è anche importante che possano esprimersi in questa scelta, soprattutto quando sono abbastanza grandi da capirne l’importanza. Sono loro a doversi esporre in prima persona, a dover fare sforzi di apprendimento e, soprattutto, é il loro futuro ad essere in gioco.
Al giorno d’oggi il numero di scuole internazionali che possiamo incontrare sul nostro cammino di expat è altissimo e impone un’attenta analisi e una scelta ponderata.



Il Sistema Francese è uno dei sistemi più diffusi all’estero. L’insegnamento francese è presente in 125 Paesi con 429 scuole che assicurano la formazione di circa 250 mila studenti di cui solo un terzo di nazionalità francese. L’AEFE, Agence pour l’Enseignement Français a l'Etranger gestisce e coordina la maggior parte delle scuole francesi, insieme alla Mission Laique Française, entrambe sotto la tutela del Ministero degli Affari Esteri. Tutte le scuole francesi all’estero garantiscono un insegnamento conforme ai programmi e agli obiettivi pedagogici delle scuole sul territorio francese. Questa continutà didattica permette di passare senza problemi da una scuola all’altra che sia in Francia o altrove, senza scontrarsi con grosse differenze. Un bambino, ovunque si trovi e ovunque vada,  ritroverà lo stesso ambiente, la stessa filosofia di insegnamento, le stesse regole e gli stessi ritmi di apprendimento, e questo è un vantaggio notevole per i ragazzi che devono già confrontarsi con il cambiamento, con nuove amicizie, con un nuovo contesto. Se la scuola rimane uguale nelle sue linee guida, sarà facile per i ragazzi ritrovare in fretta dei punti di riferimento, almeno all'interno dell'ambiente scolastico. Gli insegnanti sono per la maggior parte francesi inviati dal Ministero della Pubblica istruzione, alcuni come espatriati altri con contratti locali. Nelle scuole è presente anche personale locale, perfettamente bilingue, che permette la transizione verso la cultura ldel posto. In molti Licei francesi all’estero si cerca di avvicinare i bambini alla lingua e alla cultura locale, in modo più o meno marcato. Quando vivevamo in Giappone i bambini avevano corsi di giapponese e alla scuola materna in ogni classe era presente un'assistente giapponese, fluente in francese (e nel caso di Camilla in classe bilingue francese inglese, anche in inglese), queste assistenti veicolavano la loro cultura in modo estremamente interessante e ludico. Da diversi anni nei licei francesi della zona Asia sono anche state create classi bilingue francese-inglese, che permettono ai ragazzi che vivono passando da un Paese asiatico all’altro di portare avanti insieme al francese anche l’inglese in un perfetto bilinguismo.
Il contesto locale viene preso in considerazione non soltanto a livello linguistico e culturale, ma anche a livello di calendario e ritmo scolastico che dovranno per forza di cose adeguarsi alle esigenze del Paese ospitante. In sud America le scuole francesi seguono il calendario sudamericano che è sfasato rispetto al nostro.
Qualora non vi fosse un numero elevato di studenti, come avviene spesso per le ultime classi del ciclo liceale, e molto spesso per le piccole scuole messe in piedi dalla Mission Laique Francaise, vengono organizzati dei corsi che utilizzano i programmi del CNED (di cui ho parlato più sopra) con insegnanti-ripetitori locali per l’impostazione del lavoro. La preparazione dei ragazzi è ottima.
Il sistema francese è suddiviso in diversi cicli didattici, un primo ciclo comprende i due primi anni di scuola materna, estremamente bene strutturati, con programmi veri e propri e moltissime attività che permettono l'apprendimento attraverso il gioco. Il ciclo due va dall'ultimo anno di materna alla seconda elementare (grand section, CP, cours preparatorie, CE1, cours elemantaire 1) ciclo tre (CE2, cours elemantaire 2, CM1 e CM2, cours moyen 1 e 2). Finite le elementari si passa alle scuole medie, collége, in 4 anni dalla 6 ème alla 3 ème, per finire con il Lycée, dalla 2nd alla terminal, tre anni. Gli indirizzi al liceo detto generale, sono tre S, quello scientifico, ES, l'economico-sociale, L, letterario. Alla fine del collège, i ragazzi passano l'esame che si chiama Brevet des collèges, uguale per tutti gli studenti. Alla fine della classe di 1 ER, secondo anno di Liceo, gli studenti affrontano il bac di francese, una sorta di prova di maturità anticipata, mentre l'anno di terminal hanno il Bac vero e proprio su tutte le altre materie. Nei licei francesi all'estero non sono generalmente presenti indirizzi professionali o tecnici, come è possibile trovare nelle scuole sul territorio nazionale.
La scuola francese rimane una validissima opzione per tutti coloro che si spostano da un Paese all'altro, l'insegnamento è ottimo e riconosciuto ovunque.
La scuola francese è rimasta per tantissimi anni l'opzione numero uno per gli espatriati  in tempi in cui le scuole americane al di fuori degli Stati Uniti non avevano una grande fama e non si parlava ancora di scuole internazionali con i famosi programmi IB che permettono agli studenti di accedere all'insegnamento universitario in qualsiasi Paese.
“Per noi in un certo senso il problema della scelta non si è posto. Quando Alessandro ha cominciato l'asilo (20 anni fa!) eravamo in un paese francofono, in cui la scuola internazionale era ancora considerata qualcosa di esotico per super ricchi. All'epoca non c'era la profusione di scelta di sistemi internazionali che c'è ora, e le scuole di stampo anglofono esistenti non erano ancora così ben strutturate e non costituivano una rete solida e diffusa, come lo era invece la scuola francese. La nostra scelta si è basata quindi su questi fattori: 1. solidità e diffusione della rete (sapevamo che avremmo continuato a girare il mondo per molti anni a venire); 2) lingua del paese in cui il bimbo affrontava la scuola materna (quindi il francese, perché eravamo in Congo); 3) il fatto che il francese era piuttosto diffuso in Africa (e fino a quel momento avevamo vissuto e lavorato solo in Africa) e che sentivamo il sistema scolastico francofono molto più vicino al nostro italiano di quanto non sentissimo quello anglofono. A distanza d'anni e con due cicli scolastici conclusi, non ci siamo pentiti. Il sistema francese è rigoroso e li prepara bene, sia alla vita che all'entrata in istituzioni universitarie di vario genere” Claudia



ll sistema inglese puo essere una valida alternativa. Il Council of British international schools raggruppa 201 scuole in 61 Paesi, con un’offerta educativa di qualità.
La scuola inglese prevede 13 anni di frequenza, suddivisi in 6 di “elementari”,con due esami da sostenere alla fine di ogni ciclo (key stage 1 e Key stage 2). questi esami a 7 e 11 anni  si chiamano SAT, Standard Attainment Targets, e permettono di valutare i bambini sulle materie comuni, inglese, matematica, scienze, e a volte anche in altre aree, storia, geografia, musica.
Seguono  3 anni di “medie” (Key stage 3 fino ai 14 anni) e 4 di liceo e  a loro volta divisi in 2 parti: durante i primi  due anni (year 10 e 11) il curriculum è lo stesso per tutti gli studenti e alla fine si sostengono gli esami cosiddetti “GCSE”,General Certificate of Secondary Education , che concludono il ciclo obbligatorio nel Regno Unito. Le materie vanno da un minimo di 5 ad un massimo di 9, con una particolare importanza data alle discipline musicali e artistiche, che nel sistema anglofono hanno la stessa importanza delle materie cosidette principali.
Gli ultimi due anni di scuola superiore (year 12 e 13) culminano nel diploma finale pre-universitario, che si chiama “A-Level GCE” (General Certificate of Education - Advanced Level); le materie studiate si riducono e non c’è alcun obbligo nella scelta; al termine di year 12 si sostiene la prima parte degli esami per le proprie materie, alla fine di year 13 si svolgono gli esami per la parte restante, e i punteggi dei due anni si sommano.
Nei diversi Paesi la scuola cerca più o meno di adattarsi alla cultura locale “Per cominciare la mattinata, tutti i bambini si raccolgono all’esterno per il canto solenne dell’inno thai con relativo alzabandiera. Molte lezioni si svolgono anche sul pavimento, le famiglie Thai spesso svolgono così attività di scrittura, lettura, ascolto. La lingua ufficiale è l’inglese, ma i bambini hanno un’ora di lingua locale al giorno e una lezione settimanale di cinese” Paola L.
Non avviene però lo stesso in tutti i Paesi, segno del come a volte per mantenere una cultura si eviti in parte o del tutto l’approccio con la cultura che ci accoglie. ”La scuola offriva l’insegnamento dell’arabo (prima del 3rd grade) solo per i bambini con genitori arabi, quindi che già lo parlano. Io volevo che i miei figli imparassero un po’ di arabo, ma non potevo iscriverli a questa attività extra scolastica” Drusilla G.



Il sistema scolastico Americano è anch’esso molto ben rappresentato intorno al mondo, permettendo così una certa continuità nel curriculum scolastico. Vi sono 197 scuole americane che dipendono dal Ministero degli Affari Esteri americano, direttamente o indirettamente, dall’Africa, all’Asia passando per l’Europa. Vi sono poi molte scuole internazionali che ne riprendono le strutture di base e ne veicolano gli stessi tipi di insegnamenti


Il Sistema Americano è strutturato in 12 anni e va dal K al 12 grade.
Il Kindergarden corrisponde al nostro ultimo anno di scuola materna, ma  in realtà è una vera e propria prima elementare. Il Kindergarden è anche fisicamente integrato nelle scuole elementari. Non esiste scuola materna pubblica negli Stati Uniti.
La scuola primaria va quindi dal K al grade 5 o 6, dipende dalle scuole. Il 6 grade è un anno di passaggio dal sistema elementare al sistema di Junior School, può essere integrato nella scuola elementare in alcuni distretti o nella scuola media in altri. I programmi rimangono gli stessi.
Nella scuola primaria i bambini si dedicano principalmente alle materie di base, matematica, inglese, scienze, storia. Sono proposte molte attività extra scolastiche.
La middle school, equivalente della nostra scuola media, è strutturata in due o tre anni, a seconda che il 6 grade sia inserito nel ciclo primary o no.
Il funzionamento della scuola media ruota intorno alle materie principali, inglese, matematica, scienze, storia, alle quali si aggiungono delle materie elective, come ad esempio la lingua straniera. Ci sono molti corsi interessanti che fuoriescono un po’ dai sentieri battuti tipici dell’insegnamento francese o italiano:
Applied Design Art, banda, coro, chitarra, orchestra, leadership, robotica, cinese, fotografia per citarne alcuni.
La struttura della scuola media riflette in piccolo la struttura del Liceo. Gli studenti cambiano aula ad ogni materia e anche gruppo di compagni: all’inizio può essere complicato, ma i ragazzini si abituano in fretta e ogni classe ha il suo spirito e la sua particolarità.
Il Liceo Americano, High School, è su quattro anni. Il primo anno le materie globalmente sono le stesse per tutti gli studenti, inglese, matematica, (sebbene con la possibilità di essere inseriti in livelli diversi), storia, una materia scientifica, spesso biologia o chimica, educazione fisica. Il piano di studi è poi completato da materie a scelta dello studente: lingua straniera, teatro, fotografia, informatica. Le opzioni proposte variano da scuola a scuola.
A partire dal secondo anno di liceo, ai corsi di base e Honors (con un livello un po’ più alto) si aggiungono i corsi AP, advanced placement, corsi di livello molto più elevato che prevedono un esame finale a livello nazionale. Questi corsi sono importanti perchè dimostrano come uno studente, anche se giovane, sia capace di mettersi in gioco, scegliendo strade meno facili. Questo atteggiamento piace molto alle Università che studiano nel dettaglio i profili degli studenti al momento della selezione. C’e un minimo di corsi obbligatori necessario per uscire dall’High School e un certo numero di corsi richiesti se si vuole andare in un certo tipo di College dopo il Liceo. Non è facile muoversi nei meandri del sistema quando non lo si conosce, l’aiuto dei counselor, consiglieri pedagogici,  figure professionali presenti nei licei, è indispensabile per chi è digiuno di sistema americano e deve capirne in fretta i meccanismi.
Lo sport ha un posto centrale nella scuola americana a tutti i livelli e soprattutto al liceo. L’offerta è enorme, facile trovare la propria strada.
Alcune scuole Americane, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, offrono un programma IB “International Baccalaureate” che consente l'accesso a moltissime università europee ed è riconosciuto praticamente in tutto il mondo. Nei due anni di IB gli studenti studiano 6 materie scelte all'interno di grandi blocchi di tipo linguistico, letterario, artistico, scientifico, matematico, sociale. Tre di queste materie sono studiate a un livello alto, le altre a livello più basso, il che significa circa i due terzi delle ore rispetto alle prime tre. Anche molte scuole inglesi all'estero o scuole internazionali adottano questo tipo di diploma.
Queste le corrispondenze tra sistema italiano, francese, Inglese/internazionale e americano
Italiano
French
UK
US
II materna
MS
Maternelle
Reception
Pre-K
4 anni


5 anni
III materna
GS
Year 1
Primary School
K
prima
CP
Primaire
Year 2
1st
6 anni

7 anni

8 anni

9 anni
seconda
CE1
Year 3
2nd
terza
CE2
Year 4
3rd
quarta
CM1
Year 5
4th
quinta
CM2
Year 6
5th
10 anni

11 anni

12 anni

13 anni
I media
6ème
Collège
Year 7
Secondary School
6th
II media
5ème
Year 8
7th
III media
4ème
Year 9
8th
I Liceo o IV ginnasio
3ème
Year 10
9th
14 anni

15 anni

16 anni


17 anni
II Liceo o V ginnasio
2nde
Lycée
Year 11
10th
III liceo o I liceo
1ère
Year 12 (lower sixth)
11th
IV liceo o II liceo
Terminale
Year 13 (upper sixth)
12th


V liceo o III liceo                                                                                                                                       18 anni                                         

l´ho già detto in uno dei post precedenti, alla fine tutti i sistemi scolastici hanno pregi e difetti, l´importante è prendere il meglio con entusiasmo e senza essere troppo critici....

Adattarsi è un segno d´intelligenza!!