lunedì 30 novembre 2015

la sedia pieghevole che fa la differenza....

Dopo il nostro quarto Thanksgiving si avvicina anche il nostro quarto Natale. E qui ritorno bambina e gioisco in pieno dell´atmosfera che sanno creare. In questo sono bravi gli americani. Il Natale lo si sente in giro in modo incredibile, anche un po´ troppo presto per i miei gusti, ma non ci lamentiamo e si sa che nel Paese del consumismo ogni occasione è buona per far festa!!
Le palline di Natale e le mille decorazioni hanno preso il posto di tacchini e foglie di autunnale rossore. Dal giorno successivo al Ringraziamento l´atmosfera festiva rimane ma si traveste di nuovi colori. Pian piano per le strade le case si illuminano, gli alberi di Natale scintillanti fanno cucù dalla finestra e tutti ci sentiamo un po´ più buoni !
Praticamente da dopo l´estate i temi festivi si susseguono uno dopo l´altro, Halloween apre le danze e il resto segue a ruota.






Ieri Los Altos si è vestita a festa. La nostra simpatica cittadina della Silicon Valley, quella considerata nel 2014 come la città più cara degli Stati Uniti per comprarvi una casa (brutto record....) e settima tra le 31 città più ricche, sempre degli States, beh la nostra Los Altos ha organizzato una super sfilata, la Light Parade, mettendo in mostra tutto il suo benessere!!
Per la prima volta eravamo lì, nel pubblico, al freddo, insolito per noi (il freddo non essere nel pubblico).....
Eravamo nel pubblico soprattutto perchè Chiara e Camilla hanno sfilato insieme a tanti ragazzini vestite n costume. Eravamo immersi in una folla incredibile e festosa... avevamo l´impressione che i 30000 scarsi abitanti della città si fossero dati appuntamento lungo le sue strade principali per seguire il festoso passaggio dei carri luminosi.
La musica natalizia era dal vivo e simpaticamente fornita dalle diverse Marching Band, non solo quella di los Altos High School, ma anche quelle delle cittadne limitrofe e di qualche scuola privata.
La folla era ordinata, composta, seduta!! in tantissimi si sono portati le sedie pieghevoli da casa, anzi molti le avevano installate già nel primo pomeriggio per prendere i posti migliori (lasciandole lì senza problemi per buona parte del pomeriggio, senza  non solo che nessuno le spostasse, ma anche che nessuno le portasse via....). Altri meno organizzati avevano steso teli protettivi per terra, sui quali sedersi coperti da copertine di pile o morbidi sacchi a pelo. In tanti avevano grandi cestini da picnic, addirittura c´era chi sorseggiava del rosso in bicchieri di vetro.
cosi alle due del pomeriggio
E qui ci siamo resi conto che ci manca ancora qualcosa per essere veramente integrati, ci manca indubbiamente quella seggiolina pieghevole da portarci in giro in spalla pronta per ogni occasione. Quando chiederò a Babbo Natale la mia seggiolina da campeggio, sarà arrivato il momento di imballare armi e bagagli, riempire il container e ripartire  per altri lidi.... mi piace l´integrazione ma la seggiolina anche no!!

eccolo a chiudere la sfilata in diretta dal Polo Nord, Babbo Natale!!







mercoledì 25 novembre 2015

Thanksgiving again

Quarto Thanksgiving da quando siamo negli States. Quarta festa del Ringraziamento che ci tuffa in un´atmosfera tutta americana, fino a qualche anno fa totalmente sconosciuta. Quarto tartassamento di tacchini in tutte le salse e di tutte le dimensioni, con la loro cranberry sauce e le mashed potatoes.
Quarto anno di riflessioni in stile buoni propositi di Capodanno, ma più che buoni propositi è un guardarsi indietro e ringraziare per come è andata fin qui!
Certo aprire i giornali al mattino in queste ultime settimane, in questi ultimi mesi, ci fa dire che non ci sia molto da ringraziare. Non è questione di pessimismo ma una semplice considerazione!
Allora mi dico che forse questo Thanksgiving potrebbe aiutarci a riflettere, non su noi stessi e quello che di bello e gratificante succede nelle nostre vite, al nostro piccolo entusiasmante quotidiano, ma sulla globalità di questo mondo che potenzialmente sarebbe grandioso se non ci fosse a rovinarlo quella capacità, tutta umana, di creare conflitti e tensioni.
Qualche giorno fa ero ad una delle mie festicciole con un gruppo di fantastiche donne da ogni parte del mondo. Mi sono messa in modo spettatore esterno ad osservare le nostre dinamiche, ad osservare questo piacere di ritrovarsi e condividere insieme i piatti dei nostri Paesi. Ognuna proveniente da un'angolo diverso del globo, con le proprie particolarità e la propria cultura. Ognuna capace di aprirsi agli altri ed ascoltare la differenza, quella differenza che rende il nostro mondo così entusiasmante.
Ho guardato questo gruppo sorridente e mi sono detta che forse si potrebbe provare a riprodurre in scala più grande queste splendide dinamiche , dove ognuno di noi accetta gli altri per quello che sono, senza la voglia di cambiarne le idee e le credenze, con tolleranza.
Forse la tolleranza è quella che manca. Forse la convinzione che le nostre idee e le nostre culture siano le migliori è quello che ci fa vivere male i rapporti con il prossimo. Forse fossimo tutti un po' più umili e disposti ad accettare quello che così, di primo acchito, ci sembra diverso, vivremmo tutti più felici.
Approfittiamo di questo Thanksgiving non tanto per ringraziare per quello che abbiamo, ma per sperare che, mettendoci tutti un po' di buona volontà, aprire il giornale al mattino non sia solo e sempre un susseguirsi di orrende notizie!
Happy Thanksgiving dalla California!

venerdì 20 novembre 2015

Dove sarò da grande?

Quando si è bambini e giovani adulti spesso ci si chiede cosa farò da grande. 
Spesso ci si trova a riflettere su percorsi e scelte con la voglia di trovare la strada giusta.
A volte anche da adulti ci si rittova a rifarsi la domanda, boffocchiando, a volte, risposte poco chiare!
Questo fa parte della vita di tutti, stanziali o nomadi...quel che invece è prerogativa di chi ha scelto di girare il mondo e di sparpagliare le proprie radici, è il chiedersi dove sarò in futuro. 
Tante le risposte possibili. Tante e confuse.
Spesso ce lo chiedono e ancora piu spesso ce li chiediamo noi.
In realtà non riesco a pensare a dove vorrei essere, quanto più forse al dove non vorrei... Allora vado per esclusione e rimango nel dubbio.
La nostra tappa attuale sta diventando la più lunga degli ultimi 10 anni e benchè non senta come in precedenza ancora la voglia di imballare tutto, mi faccio delle domande sulla mia vita qui quando le ragazze avranno tutte lasciato il nido.
Qui è bello, senza ombra di dubbio, si vive bene, l'ambiente è stimolante, la maggior parte della gente attiva e interessante. Abbiamo ricreato un nostro mondo piacevole e ci sentiamo bene.
Ma ci soni dei MA. Dei valori che non condivido e mi chiedo se alla lunga la cosa non mi peserà.
E normale non condividere valori di un posto che tutto sommato non fa parte della nostra cultura, e l'interrogarsi sul come questi valori un giorno o l'altro non ci faranno piu stare bene dove siamo è lecito.
Passiamo la nostra vita da nomadi a barcamenarci tra la nostra cultura di origine e tutto quello che troviamo altrove, cercando di trovare punti di contatto attraverso più o meno stabili equilibri. Spesso ci troviamo ad assimilare valori nuovi lontani dai nostri perchè vivendo all'estero si impara ad adeguarsi e ne mettiamo da parte altri perchè il continuo confronto con la differenza ci spinge al cambiamento.
Scegliere dove installarci in un futuro è un interrogativo che ci segue e ci seguirà finchè non troveremo una risposta. 
Quello che mi dico è che forse non siamo ancora pronti per una scelta definitiva e che sicuramente invecchiando la scelta la faremo naturalmente. 
Così d´istinto penso che non saremo troppo lontani dalle nostre ragazze che ormai saranno adulte, ammesso che il granino di follia itinerante non le porti a installarsi agli antipodi una dall´altra, lasciandoci nel dubbio del dove andare noi, all´infinito.
Molti espatriati scelgono di rientrare nel proprio Paese, ma le difficoltà non sono poche. Nei venti o trent´anni in cui ci si costruisce un futuro in altri altrove, il nostro Paese cambia anche lui e il rischio è di ritrovarsi in un mondo estremamente diverso e nel quale non troveremo più i punti di riferimento attesi.
Questo può rendere un ritorno molto complesso e a volte impossibile.
L´ideale forse sarebbe non installarsi troppo lontano ma pur sempre in un Paese nuovo per mantenere vivo quello spitiro di scoperta che ci ha accompagnati per tutta la vita e che difficilmente riusciremmo a mettere nel cassetto. L´adrenalina della scoperta di un nuovo posto è qualcosa che è diventata parte di noi, nel bene e nel male. Nel bene perchè ci da le ali nel partire, vince la paura dell´arrivare, e ci aiuta a mantenere il morale alto e il sorriso sulle labbra. Nel male perchè forse ci impedisce veramente di diventare sedentari, rendendoci a cicli di qualche anno, sempre curiosi di un posto che ancora non conosciamo.
Ogni tanto vorrei avere una sfera di cristallo e vedermi installata serena in un posto, capace di entusiasmarmi per un semplice quotidiano senza sorprese, per una cultura non più d scoprire, per un paesaggio sempre uguale e rilassante...
Ma dove sarò da grande?

sabato 14 novembre 2015

Love Paris

Ed eccoci di nuovo ad andare a letto con il terrore negli occhi, sperando che la notte cancelli quello che è successo, ritrovandoci al risveglio con il sentimento di essere solo inciampati in un bruttissimo sogno.... Purtroppo non è così. Ci si risveglia e  l'orrore è ancora li, con tutta la sua forza e noi con la nostra rabbia rimaniamo impotenti spettatori dell'ennesima carneficina.
Non ci sono risposte ai tanti perché... Non ci sono parole per spiegare. Non ci sono formule che ci aiutino a capire l'orrore.
Potenzialmente siamo tutti le prossime innocenti vittime. Potenzialmente saremo i prossimi a trovarci nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ognuno di noi poteva essere in quel teatro, rilassato e felice.
Hanno di nuovo toccato Parigi, la mia città. Hanno di nuovo cercato di mettere in ginocchio un Paese. Hanno di nuovo provato a terrorizzarci. Dobbiamo essere più forti e continuare a vivere, anche se adesso la paura ci annichilisce. Anche se adesso ci rivediamo tutti lì in mezzo ad una folla terrorizzata, spettatori innocenti di un massacrato che non ha giustificazioni.
Nessuna religione, nessun Dio, arma la mano di un uomo contro un altro uomo. Nessun credo giustifica questo massacro e tutti gli altri.
Adesso, ancor più di prima, dobbiamo mostrarci uniti, al di là delle nostre credenze personali, al di là del nostro colore di pelle, al di là del nostro orientamento politico.
Uniti contro l'orrore, perché ciò che è successo a Parigi non succeda più.

giovedì 12 novembre 2015

ma gli expat non sono mica dei mostri!

Giornata simpatica oggi, sin dal mattino, con contemporaneamente l'uscita dell'intervista fattami tempo fa dal Fatto Quotidiano e di quella di Italiane con la valigia!


Nella prima si parla di noi, nella seconda, per una decina di minuti, mi si ascolta raccontare. Oltre 18 anni di sensazioni magiche in giro per il mondo racchiusi in un pezzo giornalistico e in un piccolo fiume di parole.
Nei due casi non ho avuto problemi a parlare di noi, convinta, come sempre, che la nostra vita itinerante e le nostre scelte, possano aiutare chi si appresta a prendere la decisione importante di trasferirsi all'estero.
Quello che mi ha stupita è la reazione acida delle decine e decine di commenti apparsi sul Fatto quotidiano come risposta all'articolo. La cosa mi ha spiazzata ma non stupita.
Quando il Fatto mi ha contattata durante l´estate, ho trovato l´idea divertente. Parlare della nostra vita all´estero, senza presunzione, poteva aiutare chi aveva la voglia di seguire lo stesso percorso. lo vedo attraverso il blog quante persone mi contattano per avere informazioni sulla vita all´estero, e anche per essere rassicurati nelle proprie scelte. Non c´è un senso di onnipotenza e superiorità nel prestarsi al gioco dell´ntervista e ancora meno la presunzione di essere un esempio. Noi l´abbiamo fatto e ne siamo felici. Per noi, per la nostra famiglia era la scelta giusta.
Invidia? Ignoranza? Voglia gratuita di polemizzare? 
Ma cosa spinge la gente a dover per forza commentare senza conoscere persone e situazioni!
Si noi abbiamo avuto il coraggio di partire, tanti non ce l'hanno. Con questo non siamo eroi ma di sicuro non siamo mostri senza sentimenti!. Abbiamo avuto delle occasioni e le abbiamo colte al volo perchè ci corrispondevano. Non è sempre stato facile, perché vivere all'estero non è solo il mondo dorato e l'oasi felici, il quotidiano è quello di tutti semplice, normale, con i problemi che la vita pone davanti, ma si è lontani dai solidi affetti e soprattutto all'inizio da tante certezze. Ogni volta ci si rimette in gioco, certo è una scelta, ma non tutto fila liscio e senza intoppi, sempre e per sempre, come nella vita normale, quella di tutti, di chi non è partito ma è rimasto.
Si devono ricreare equilibri e ristabilire relazioni, il tutto è molto eccitante, ma non sempre semplice semplice.
Non abbiamo mai anteposto carriera e soldi al benessere della nostra famiglia e l'equlibrio delle nostre figlie è stata sempre la cosa piu importante.
Non abbiamo bisogno di giustificarci e giustificare le nostre scelta. Abbiamo preso una strada che non tutti avrebbero imboccato e non giudichiamo chi non l'ha fatto. Ognuno costruisce la propria vita e si realizza attraverso il proprio percorso, siamo tutti diversi e facciamo scelte diverse, però basta giudicare gli expat per le scelte che fanno, basta vederne solo i contorni di vita senza capirne il senso, basta guardare al confort materiale che si ha in certi Paesi, come al peggiore dei mali, non tutti sarebbero pronti a farlo di vivere in posti così, ma le aziende devono pur andare avanti, e hanno bisogno di gente pronta a correre dei rischi!

Non si può pensare che tutti nella vita abbiano gli stessi percorsi o le stesse ambizioni. Siamo tutti diversi e facciamo scelte differenti, e proprio in questo sta il bello delle relazioni umane e dello scambio che ne consegue.
Non ci sogneremmo mai di pensare di aver fatto l´unica scelta di vita possibile e che questa sia perfetta per tutti, lo è per noi. 
Se ognuno guardasse alle proprie di scelte e lo facesse con serenitá e convinzione, saremmo tutti più felici e il mondo sarebbe un pochino migliore!!

domenica 8 novembre 2015

essere o non essere bilingue, questo e' il problema...

Prendo spunto da un piccolo scambio di vedute qualche giorno fa sul gruppo di mamme italiane all'estero di cui faccio parte. Si parlava di bi e tirlinguismo, argomenti abbastanza gettonati per chi vive all'estero da anni e con figli. Solitamente il bi e tirlinguismo spaventano. Sono pochi i genitori che partono all'estero senza grandi ansie sull'apprendimento da parte dei proprio pargoletti del nuovo idioma. Le domande per i nuovi futuri expat sono sempre tante. Le risposte molteplici e dettate sempre dalla propria esperienza personale. Solitamente alla fine tutti sono d'accordo sul fatto che per i bambini la difficoltà nell'apprendimento non esiste, i bambini assimilano alla velocità della luce e dopo qualche mese si integrano allegramente.
La discussione però questa volta non verteva sulla facilità o meno da parte dei bambini di assimilare e di conseguenza integrarsi, ma sulla definizione stessa di bambino multilingue.
Si può definire bi o trilingue un bambino nato all'estero e cresciuto in una lingua diversa da quella genitoriale, pur mantenendo in casa la sola o, qualora fossero divers, le sole lingue dei genitori?
Si e no risponderei... per me il no va più verso la lingua di famiglia che quella della comunità e della socializzazione....il si invece si impone quando senza grandi sorprese si vede avanzare a loro agio questo bambini nelle diverse lingue.
Ovvio che un bambino nato in una famiglia italiana, nei suoi primi mesi di vita sarà esposto all'italiano in modo più intenso, ma non si deve sottovalutare l'ambiente esterno, un bambino per il semplice fatto di vivere in un Paese in cui si parla un'altra lingua ne capterà, anche dall'inizio, molte intonazioni e sfumature... Nel momento in cui poi il bambino viene inserito in contesti di socializzazione la nuova lingua diventerà per forza pian piano dominante.
La lingua di famiglia rimarrà circoscritta all'ambiente familiare e pur essendo assimilata perfettamente mancherà comunque di un qualcosa che avranno invece la lingua o le lingue della socializzazione. Mi spiego meglio. Penso a mia figlia maggiore. Perché per le successive lei è stata all'interno della famiglia la personcina che ha veicolato il francese come lingua dominante delle relazioni tra sorelle. Federica era la prima. Con lei parlavamo solo in italiano, ma il francese lo viveva quotidianamente, attraverso i nostri amici e le relazioni di tutti i giorni. A sei mesi andava al nido per qualche ora alla settimana. Ha incominciato a parlare presto, prima dell'anno una miriade di parole, ad un anno le prime frasi ben strutturate. L'alternarsi conscio della due lingue era spiazzante. L'assimilazione dei vocaboli anche. Dopo papà e mamma, le prime parole sono state Aurevoir, e non arrivederci o ciao perché onestamente erano parole molto poco usate intorno a lei, e attenta, cosa che le ripetevo solo io costantemente e in italiano.
Ma al di là della lingua quello che la bambina ha veramente assimilato, e che fa la differenza tra il parlare perfettamente una lingua ed essere bilingue, sono tutti i meccanismi di mettersi in relazione che stanno dietro la lingua stessa, tutto quel bagaglio di comportamenti legati al far parte di una cultura che difficilmente fai tuoi quando non ci sei tuffato dentro da piccolo.
Un adulto pur parlando perfettamente una lingua non sarà mai bilingue nel senso largo del termine proprio perché rimane legato a tutta una serie di meccanismi che dominano la sua lingua di nascita e che difficilmente abbandonerà per assimilare completamente quelli della nuova o delle nuove.
Per lo stesso motivo un bambino che cresce all'estero, come le mie ragazze, pur parlando perfettamente l'italiano, non avrà mai il pieno possesso di tutte quelle sfumature culturali e relazionali che sono tipiche della nostra lingua.
In questo per me sta tutta la differenza.
Le mie figlie hanno aggiunto l'inglese come lingua straniera abbastanza presto nel loro percorso, e dopo il nostro periodo giapponese e poi indiano, l'inglese è diventato una lingua ben nota e utilizzata con dimestichezza... Quel che mancava per fare il salto verso il trilingue era proprio la dominanza assoluta di tutti quegli aspetti legati alla lingua, tra cui in primis queste benedette regole di vivere sociale tipiche del Paese....l'acquisizione è stata rapida proprio perché immerse nel mondo americano al 100%, e obbligate a mettersi in relazione con i loro coetanei utilizzando i loro stessi metodi e strumenti e non quelli all'europea.
Sono assolutamente convinta che ci sia una bella differenza tra il parlare bene e l'essere bilingue, io stessa pur parlando francese perfettamente e conoscendone mille sfumature, non mi definirei bilingue ( pur cresciuta con un padre che a casa ha sempre e solo parlato in francese), e non mi definirei bilingue proprio perché i meccanismi dominanti del mio comunicare sono più italiani  e questo pur essendo sempre meno italiana e sempre più cittadina del mondo.
E se si cambia Paese? Beh se vi si resta il tempo sufficiente perché i bambini veramente possano essere immersi in  profondità nei suoi meccanismi sociali, creeremo dei mostri poliglotti e soprattutto poli culturali che è quello che li rende Third culture kids (TCKIDS).
questo libro e' da leggere
Possedere la cultura di un Paese e farla propria: questo rende veramente multilingue!

martedì 3 novembre 2015

Qualche precisione sul funzionamento delle assicurazioni americane

L'altro giorno ho dovuto scegliere il tipo di copertura assicurativa che prevediamo per il 2016. A fine ottobre infatti Tesla ci chiede di scegliere tra le diverse opzioni assicurative quella che riteniamo più opportuna per la nostra famiglia e per coprire le nostre esigenze.
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Come sempre tuffarsi in questo mondo di business legato alla malattia, mi fa dire quanto la gente è fortunata a vivere in Paesi in cui l'assistenza sanitaria è un diritto accessibile a tutti.
In America se non si è assicurati si rischia veramente di finire sul lastrico per problemi di salute e tanti sono purtroppo i cittadini che non possono permettersi una copertura assicurativa dignitosa, che permetta loro di affrontare serenamente dal punto di vista economico eventuali problemi.
Noi siamo fortunati perché abbiamo un'azienda alle spalle che copre in modo abbastanza generoso i costi di assicurazione, liberi poi noi di volerla eventualmente integrare per avere una copertura ancora maggiore, o meglio per non rischiare di dover tirare fuori troppi soldi di tasca nostra.
Ormai al nostro quarto anno negli States ho capito un po' meglio come il tutto funziona.
Poche sono le assicurazioni che coprono tutto e in toto dal primo giorno dell'anno, nel senso che esiste sempre una piccola parte di spesa, il copay, che tocca pagare agli assicurati, almeno fino ad un massimo di out of pocket previsto al momento in cui si stipula il contratto e che può essere più o meno elevato a seconda di quanto cara è l'assicurazione.
Questo copay varia poi a seconda che si sia seguiti in una struttura convenzionata con l'assicurazione, per noi ad esempio l'ospedale di Stanford o il rinomato Palo Alto Medical Foundation, o che si vada fuori dal circuito previsto dall'assicurazione. In questo secondo caso ti rimborsano lo stesso, ma con una percentuale minore e di conseguenza un copay più alto. Per noi ad esempio i rimborsi vanno dal 90% in network al 70 fuori dal network. Qui molto spesso risiede l'assurdo, e vengono a galla le pecche del sistema. Il network può essere carissimo e le assicurazioni vogliono dimostrare di trattare le tariffe, e questo per spingere la gente a farsi curare all'interno del sistema da esse sostenuto. Le fatture che noi riceviamo con le parti rimborsate dall'assicurazione sono in realtà poco chiare e nell'insieme non si capisce mai quanto realmente costi il servizio. Il fuori network può essere più abbordabile, ci sono medici che scelgono di non essere convenzionati con nessuna assicurazione, per non dover render loro dei conti, e a volte, come la nostra dottoressa, hanno tariffe assolutamente competitive per il mercato, e a mio avviso per le assicurazioni stesse, in quanto di tasca loro sulla carta si troverebbero a sborsare meno... Ma non è così proprio perché nel network i conti non sono fatti in chiaro e il paziente non li vedrà mai nella loro realtà!
Questo può essere importante da tener presente quando di sceglie un'assicurazione. Alcune non consentono ad esempio di andare fuori network, come ad esempio Kaiser, che ha le sue strutture e i suoi ospedali. Se si vuole avere la possibilità di scegliere si deve guardare attentamente questi dettagli.
Ma alla fine anche se assicurati quanto ci può costare farci curare?
Per questo esiste sempre un massimale, individuale o per famiglia, stabilito dal contratto, oltre al quale si sa non si tirerà più fuori un soldo. Anche qui la cifra è variabile ed è importante prenderla in considerazione ad esempio se si ha in previsione in grosso intervento o una patologia delicata, o anche se semplicemente non si vuole correre il rischio di tirar fuori troppi soldi di tasca propria.
Esistono poi dei conti bancari appositi per le cure mediche. I soldi che vi vengono versati devono essere utilizzati per le cure mediche,  i medicinali e tutto ciò che rientra in ambito salute ( anche occhiali e lenti a contatto per esempio). Questi conti sono utili ad esempio per metter i soldi previsti come massimo out of pocket, che non saranno tassabili e saranno trasferibili da un anno all'altro.
Fin qui il discorso riguarda la Health insurance, quindi la copertura medica e ospedaliera, ma non dentistica e oculistica.
Per queste due ci sono assicurazioni separate, anch'esse con le loro particolarità e i vari in network e out of network. E anche per loro si deve fare attenzione nella scelta. Ad esempio per la dentistica non tutte propongono la stessa copertura al di là dei controlli di routine, che di solito sono molto ben coperti. In questo il principio del prevenire è meglio che curare è preso ben in conto negli Stati Uniti.
Hanno capito che si rischia di sborsare molto di più a non rimborsare completamente una mammografia o degli esami del sangue, così come costa meno rimborsare la pillola al 100% anziché ritrovarsi a pagare profumatamente le spese di un parto!
Comunque non molte assicurazioni dentistiche coprono bene l'ortodonzia, e in generale quasi tutte, almeno tra quelle proposte dalla nostra società, che sono tra le più comuni e grosse polize assicurative, coprono un massimo di 2000$ totali per tutta la vita.... Se si pensa che un apparecchio costa sui 7000$, è chiaro che il rimborso non sarà mai eccezionale.
Le spese oculistiche e dentistiche non rientrano poi nel massimale di out of pocket per individuo e famiglia, quindi sono da valutare separatamente.
Globalmente anche se ben assicurati, non lo si è mai completamente, e si deve sempre prevedere un po' di soldini da sborsare.
Mi chiedo se un giorno il sistema cambierà, se gli Stati Uiti raggiungeranno gli altri Paesi civilizzati dove farsi curare è un servizio per tutti e dove non si deve aver paura di farsi visitare per la conseguente paura di una fattura troppo salata.
Grazie ad Obama comunque non solo tutti hanno l'obbligo di assicurarsi, cosa sacrosanta non esistendo il servizio pubblico, ma chi non può perché ha risorse limitate può comunque accedere alle cure necessarie.
Il mio post non vuole essere una spiegazione tecnica ed esaustiva del sistema assicurativo, ma semplicemente un tentativo di spiegare con parole mie quello che pian piano ho integrato dopo qualche anno di vita americana!