domenica 8 novembre 2015

essere o non essere bilingue, questo e' il problema...

Prendo spunto da un piccolo scambio di vedute qualche giorno fa sul gruppo di mamme italiane all'estero di cui faccio parte. Si parlava di bi e tirlinguismo, argomenti abbastanza gettonati per chi vive all'estero da anni e con figli. Solitamente il bi e tirlinguismo spaventano. Sono pochi i genitori che partono all'estero senza grandi ansie sull'apprendimento da parte dei proprio pargoletti del nuovo idioma. Le domande per i nuovi futuri expat sono sempre tante. Le risposte molteplici e dettate sempre dalla propria esperienza personale. Solitamente alla fine tutti sono d'accordo sul fatto che per i bambini la difficoltà nell'apprendimento non esiste, i bambini assimilano alla velocità della luce e dopo qualche mese si integrano allegramente.
La discussione però questa volta non verteva sulla facilità o meno da parte dei bambini di assimilare e di conseguenza integrarsi, ma sulla definizione stessa di bambino multilingue.
Si può definire bi o trilingue un bambino nato all'estero e cresciuto in una lingua diversa da quella genitoriale, pur mantenendo in casa la sola o, qualora fossero divers, le sole lingue dei genitori?
Si e no risponderei... per me il no va più verso la lingua di famiglia che quella della comunità e della socializzazione....il si invece si impone quando senza grandi sorprese si vede avanzare a loro agio questo bambini nelle diverse lingue.
Ovvio che un bambino nato in una famiglia italiana, nei suoi primi mesi di vita sarà esposto all'italiano in modo più intenso, ma non si deve sottovalutare l'ambiente esterno, un bambino per il semplice fatto di vivere in un Paese in cui si parla un'altra lingua ne capterà, anche dall'inizio, molte intonazioni e sfumature... Nel momento in cui poi il bambino viene inserito in contesti di socializzazione la nuova lingua diventerà per forza pian piano dominante.
La lingua di famiglia rimarrà circoscritta all'ambiente familiare e pur essendo assimilata perfettamente mancherà comunque di un qualcosa che avranno invece la lingua o le lingue della socializzazione. Mi spiego meglio. Penso a mia figlia maggiore. Perché per le successive lei è stata all'interno della famiglia la personcina che ha veicolato il francese come lingua dominante delle relazioni tra sorelle. Federica era la prima. Con lei parlavamo solo in italiano, ma il francese lo viveva quotidianamente, attraverso i nostri amici e le relazioni di tutti i giorni. A sei mesi andava al nido per qualche ora alla settimana. Ha incominciato a parlare presto, prima dell'anno una miriade di parole, ad un anno le prime frasi ben strutturate. L'alternarsi conscio della due lingue era spiazzante. L'assimilazione dei vocaboli anche. Dopo papà e mamma, le prime parole sono state Aurevoir, e non arrivederci o ciao perché onestamente erano parole molto poco usate intorno a lei, e attenta, cosa che le ripetevo solo io costantemente e in italiano.
Ma al di là della lingua quello che la bambina ha veramente assimilato, e che fa la differenza tra il parlare perfettamente una lingua ed essere bilingue, sono tutti i meccanismi di mettersi in relazione che stanno dietro la lingua stessa, tutto quel bagaglio di comportamenti legati al far parte di una cultura che difficilmente fai tuoi quando non ci sei tuffato dentro da piccolo.
Un adulto pur parlando perfettamente una lingua non sarà mai bilingue nel senso largo del termine proprio perché rimane legato a tutta una serie di meccanismi che dominano la sua lingua di nascita e che difficilmente abbandonerà per assimilare completamente quelli della nuova o delle nuove.
Per lo stesso motivo un bambino che cresce all'estero, come le mie ragazze, pur parlando perfettamente l'italiano, non avrà mai il pieno possesso di tutte quelle sfumature culturali e relazionali che sono tipiche della nostra lingua.
In questo per me sta tutta la differenza.
Le mie figlie hanno aggiunto l'inglese come lingua straniera abbastanza presto nel loro percorso, e dopo il nostro periodo giapponese e poi indiano, l'inglese è diventato una lingua ben nota e utilizzata con dimestichezza... Quel che mancava per fare il salto verso il trilingue era proprio la dominanza assoluta di tutti quegli aspetti legati alla lingua, tra cui in primis queste benedette regole di vivere sociale tipiche del Paese....l'acquisizione è stata rapida proprio perché immerse nel mondo americano al 100%, e obbligate a mettersi in relazione con i loro coetanei utilizzando i loro stessi metodi e strumenti e non quelli all'europea.
Sono assolutamente convinta che ci sia una bella differenza tra il parlare bene e l'essere bilingue, io stessa pur parlando francese perfettamente e conoscendone mille sfumature, non mi definirei bilingue ( pur cresciuta con un padre che a casa ha sempre e solo parlato in francese), e non mi definirei bilingue proprio perché i meccanismi dominanti del mio comunicare sono più italiani  e questo pur essendo sempre meno italiana e sempre più cittadina del mondo.
E se si cambia Paese? Beh se vi si resta il tempo sufficiente perché i bambini veramente possano essere immersi in  profondità nei suoi meccanismi sociali, creeremo dei mostri poliglotti e soprattutto poli culturali che è quello che li rende Third culture kids (TCKIDS).
questo libro e' da leggere
Possedere la cultura di un Paese e farla propria: questo rende veramente multilingue!

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