mercoledì 24 settembre 2014

Ho creato un mostro.... Third culture kids!

Li vedi con aria rilassata tirarsi dietro le loro valigette negli aeroporti. Li vedi viaggiare da soli, sorridenti e sicuri. Li vedi mentre gestiscono due o tre conversazioni in tre lingue diverse l'aria di chi sa comunicare con tutti senza problemi. Conoscono la geografia del mondo come le loro tasche, spesso però confondono una città con un'altra del loro Paese di origine, questo grande sconosciuto. Sono abituati a presentarsi agli altri, sanno essere il nuovo a scuola, al parco, alle attività sportive, in apparenza sembra che tutto fili liscio, si integrano e sanno integrare, non sempre però tutto è facile come appare. Hanno capacità di adattamento fuori dal comune, sanno dire addio senza lacrime e hanno fatto di Skype un amico fedele. Vivono nonni e cugini per brevi intensi periodi e hanno imparato che la qualità conta molto più della quantità, ci si attaccano con forza, perché non hanno scelta.
Si questi bambini expat, ben definiti come third culture kids, non hanno scelta. Noi genitori non abbiamo mai chiesto loro se Si erano contenti di seguirci, e nel caso contrario saremmo tornati a casa. Ce li siamo allegramente trascinati in giro per il mondo, coinvolgendoli certo, ma senza che potessero dire stop. Siamo noi adulti a decidere e questo è normale. Immaginiamo tutte le volte che un cambio paese si profila, lo mettessimo ai voti: sarebbe la guerra in casa. Invece loro seguono, fanno i bagagli. Impacchettano il loro mondo. Salutano i compagni e sono pronti a sedersi ad un nuovo banco, ad una nuova scuola dall'altra parte del mondo.
I Third culture kids sono i figli di mille culture che si sovrappongono, non sono italiani, francesi, tedeschi o americani, o meglio non lo sono come i loro genitori possono esserlo. Alla loro cultura di base, quella che vivono in famiglia si sono sommate le altre, quelle dei paesi in cui hanno vissuto. Di ognuno possono cogliere le sfumature profonde, proprio perché ci vivono e lo vivono dall'interno, non come un turista o come uno studente che viene per sei mesi a provare cosa vuol dire studiare all'estero. Questi bambini diventano bambini locali, pur rimanendo expat. Ne colgono le profondità culturali e le mischiano con la loro cultura di base, ne creano così una terza, la third culture, che
accomunerà i bambini e ragazzi come loro.
Sono bambini e ragazzi fragili, come tutti i bambini e ragazzi, hanno le fragilità legate al crescere e diventare grandi, ma hanno anche una grande forza, quella che nasce dall'aver imparato che niente è conquistato in partenza, che nulla è stabile, che ci si deve aprire, che si deve essere tolleranti, che si è ospiti in un Paese e lo si deve rispettare in tutte le sue sfumature, che lo sguardo degli altri può essere diffile da gestire, ma che nella loro differenza sta la grande ricchezza. É il regalo più bello che abbiamo fatto loro.
Lo penso davvero, e l'ho pensato ieri accompagnando mia figlia al suo incontro a scuola con la sua counselor. Neanche 17 anni e così tante cose alle spalle, la sicurezza di chi ha imparato sulla sua pelle cosa vuol dire cambiare, di chi tante volte ha dovuto rimettersi in gioco tirando fuori risorse incredibili, piangendo in silenzio, stando a guardare sicurezze spazzate via. É adesso che posso incominciare a vedere i frutti di questa vita itinerante, adesso che mi rendo veramente conto della forza di questi third culture kids, sono sicura che saranno adulti speciali.... Cosa ne pensate?

Third culture kids

Third Culture Kids: Growing Up Among Worlds David Pollock  and Ruth van Reken

giovedì 18 settembre 2014

Cultural shock!

Sono veramente fantastiche le Amiche di fuso con le loro idee che permettono ampie riflessioni.
Questa mattina al risveglio ecco un bel posto sullo shock culturale, in giorni in cui sto proprio riflettendo sul problema. Eh si perché cambiare paese di per se può anche essere semplice sulla carta, trasloco, scatoloni, scuola nuova, casa nuova, quartiere nuovo da scoprire, amici da recuperare.... Ma alla fine del tutto si devono fare i conti soprattutto con culture nuove e questa è la parte più difficile del gioco!
cani vestiti a Tokyo... povere bestie!
negozio di vestiti per cani: la faccia assurda del consumismo
Ci si abitua a nuovi spazi, con il tempo si impara in fretta a ricreare legami, ma il bagaglio culturale che ci portiamo dietro, quello che durante la nostra crescita i nostri genitori ci hanno trasmesso, fatto di modi di pensare e di agire, quello non potremo mai chiuderlo in uno scatolone e dimenticarlo in cantina, ci seguirà sempre applicando un filtro alla percezione che avremo del nuovo Paese. Non potremo mai guardarlo come se tutto il nostro passato non ci fosse come se il mondo nel quale siamo cresciuti non ci avesse dato le fondamenta sulle quali abbiamo costruito il resto.
Lo Snock culturale è a volte difficile da superare, ma nello stesso tempo è anche quello che rende il vivere in un Paese diverso dal nostro, così interessante!

sporcizia.......e I cassonetti sono stati introdotti a Chennai da pochissimi anni
Se tutto fosse uguale e come ce lo aspettiamo, se niente ci stupisse, né in positivo, né in negativo; se guardandoci intorno non avessimo la voglia continua di tirar fuori la macchina fotografica e fissare tutto ciò che vediamo; se le nostre orecchie non registrassero cose diverse da quelle che siamo abituati a sentire.... Beh spostarci di 100, 1000 o 10000 chilometri non avrebbe più lo stesso gusto!
case rotte, tipica strada a Chennai... distruggono le case se sono costruite occupando spazi abusive... distruggono lo spazio abusive e lasciano il resto...
Proprio nella differenza sta la bellezza dell'espatrio, in questo scontro continuo con cose che ci allibiscono, ci danno da pensare, ci fanno anche avere nostalgia di casa, a volte!
Nascere e crescere con certi valori e riferimenti non è un qualcosa che si può chiudere dietro la porta ad ogni cambio di casa, è un bagaglino che ci accompagna, trasformandosi un po' ad ogni passo, ma non modificandosi nel profondo.
schifezze alimentary, solo in America
Non sono certo più la stessa Giulietta che è salita sul volo per Parigi 17 anni fa, paese dopo paese sono diventata un po' meno italiana e più internazionale, mi piace pensare che ho preso il meglio da ogni cultura o l'ho mischiato con la mia. La mia cultura di base però anche se modificata, rimane la stessa, mi stupirò sempre per ciò che è diverso, e sarò felice di farlo!
Forse nel momento in cui non si ha più quel sentimento di scontrarci con qualcosa che non capiamo,  quel sentimento di confrontarci con bizzarrie assurde, allora vorrà dire che l'espatrio avrà finito di stupirci e sarà il momento di tornare a casa!

libro per bambina... questo secondo me funziona solo in Silicon Valley



 

domenica 14 settembre 2014

Volunteer mom!

La scuola americana si basa tantissimo sul volontariato, i genitori sono implicati in mille attività diverse. Volunteer mom, team mom, lunch mom, chi più ne ha più ne metta....
Alle scuole elementari la partecipazione è richiesta in vari tipi di attività anche proprio prettamente scolastiche,  dalle medie in poi, la presenza dei genitori è necessaria per le attività sportive, la gestione logistica di merende e attività di team building,  e, a volte , gli spostamenti in macchina come volunteer driver.
Già nella scuola francese l'aiuto dei genitori nelle varie attività scolastiche ed extra ( la presenza nelle gite o in certi atelier creativi) era molto sollecitata. E quando dico molto non me ne lamento, anzi, ho sempre trovato che questo implicare i genitori nelle vita di scuola fosse estremamente positivo. Ho sempre visto papà e mamme prestarsi al gioco, prendendo a volte una giornata di vacanza per godersi la gita della classe del proprio marmocchio.
La differenza nella partecipazione dei genitori nella scuola francese e in quella americana sta nel fatto che per i francesi è chiaro dall'inizio, e non perdono occasione a sottolinearlo, che i genitori sono si sollecitati a dare una mano, ma ben devono guardarsi dall'aprire bocca sulle faccende di scuola, nel senso che la pedagogia e la sua gestione sono argomento tabù, assolutamente non discutibile con i genitori. Fondamentalmente al genitore si chiede di partecipare, ma i due universi casa e scuola non devono interagire oltre questa partecipazione. Ognuno ha i suoi compiti e si evita il lavoro di squadra.
Nella scuola americana i genitori invece sono invitati ad esprimersi, ovviamente nei limiti delle loro competenze, si chiede una stretta collaborazione tra scuola e famiglia proprio con il fine ultimo e solo di far crescere al meglio i ragazzi.
Un insegnante sarà disposto ad aggiungere un qualcosa al suo programma se un genitore e disponibile ad esempio a venire a fare una lezione su un argomento di un qualche tipo.
Questo è fantastico.
Camilla in battuta



Partecipando alle mille attività di volontariato, i genitori si sentono poi veramente coinvolti nella comunità scuola.... Andare ad accompagnare la scquadra di softball in trasferta ti fa per forza di cose partecipare all'avvenimento e anche se, come me, non capisci nulla, alla fine esulti per la vittoria!
Quest'anno ho deciso veramente di lanciarmi nelle attività scolastiche, dopo questi due primi anni di osservazione, era il momento di tuffarmi e veder come funziona dall'interno.
consigli dall'allenatore
Devo anche dire che avevo voglia di concedermi una pausa dopo anni e anni di onorato servizio come mamma rappresentante, accompagnatrice, organizzatrice e via dicendo. Ho passato due anni ad osservare e quest'anno mi sono lanciata, team mom del tennis e volunteer driver per il softball, per il momento.
squadra ...
Eh qui mi si apre un mondo, quello dei genitori super implicati. I genitori americani sono estremamente partecipi della vita solastico-sportiva dei figli, forse anche troppo...sono organizzatissimi,, arrivano alle partite con seggioline pieghevoli con integrato porta bevande e stoicamente si eccitano per tutta la partita, quando tu sei il stravaccato alla belle e meglio per terra , arso dal sole, e incapace di non sbadigliare di fronte alla lentezza della partita...
Poi li sentì parlare tra loro e sei ammirativo... In settimana si fanno partita su partita per correre tra un figlio e l'altro e anche i week end sono all'insegna delle attività sportive. E questa è gente che lavora, e che nella nostra egoistica mentalità europea, uscendo dall'ufficio non avrebbe forse voglia di correre tutti i giorni alla partita dei propri pargoli.
E proprio una questione di mentalità, qui lo sport ha una parte importante nella vita dello scolaro e studente americano. C'è chi entrerà anche al college grazie alle capacità sportive. I genitori si impegnano ad aiutare i figli a coltivare le loro capacità.
Comunque io guardo e imparo.... Il giorno in cui avrò la mia seggiolina pieghevole  da portare a tracolla e incomincerò animatamente a discutere sugli errori arbitrali con le altre mamme....beh sarò completamente integrata! Aspettando continuo a stravaccarmi per terra, ma guardo con occhio fiero le mie ragazzine americane, perfettamente integrate!

martedì 9 settembre 2014

Il Giappone nel cuore!


Qualche giorno fa a cena con amici, parlavamo delle nostre esperienze di vita in giro per il mondo, alla domanda del perché abbiamo amato Tokyo cosi intensamente, ho risposto perché Tokyo é Tokyo, una città ineguagliabile, perché forse il suo ricordo é legato ad anni speciali, perché forse tutto nella città calzava a pennello con quello che ci serviva per essere felici.
Ho voluto rifletterci poi...
Per raccontare il Giappone non bastano di sicuro le pagine del blog. Avrei dovuto allora, dieci anni fa, lanciarmi nella blogosfera  e comunicare giorno dopo giorno la grandiosità di questo Paese.
Ormai sono passati tanti anni, ma il ricordo della nostra vita in terra giapponese é vivo e indelebile. Spesso ci tornano in mente immagini dei nostri anni, ci divertiamo a ricordare spazi e luoghi, certe espressioni giapponesi sono entrate a far parte del nostro lessico famigliare, cosi come certi modi di fare...

La nostra è stata un’esperienza di vita indimenticabile, tre anni fantastici alla scoperta di una cultura interessantissima. Abbiamo amato il Giappone e abbiamo amato Tokyo, é uno di quei posti in cui sarei pronta ad installarmi di nuovo,domani!
 
Riflettere su un Paese in cui si è vissuto e farlo tanti anni  è un buon esercizio di memoria. Farlo poi quando in mezzo, tra il ieri giapponese e l'oggi americano, ci sono state altre esperienze, aiuta ancora di più ad analizzare.
il Giappone l'abbiamo amato ad ogni passo, in ogni istante, anche se  il primo impatto con la grande metropoli nipponica è stato abbastanza mediocre…. arrivando a Tokyo dopo un volo intercontinentale di 13 ore e con sulle spalle il peso di 7 ore di fuso, imbattersi nel groviglio di fili elettrici che ne sorvolano le strade e’ stato un piccolo choc!
 
Perchè Tokyo, che per me resta una delle piu affascinanti citta del mondo, quando la si scopre in fretta al primo impatto , soprattutto confrontata con le città europee stupende, non è bella, anzi…. e per me i fili elettrici onnipresenti ovunque sono la prima immagine impressa nella mente, il primo duro scontro con quella che poi sarebbe diventata la mia città per i successivi tre anni.
Tokyo è una metropoli incredibile, un misto di antico e nuovo che affascina, una città che pulsa di vita, con un’atmosfera direi magica.
nella zona di Ueno
 
Tokyo è una citta da vivere per veramente apprezzarla, bisogna lasciarsi andare a passeggiare 
per le sue strade ed imparare dai giapponsi il gusto per il dettaglio. Tokyo e’ fatta di dettagli, di 
particolari che balzano agli occhi immersi in un oceano di cose qualunque, e in questo sta il suo 
fascino.

E’ una città che riesce a combinare vecchio e nuovo, bello e brutto, utile e inutile in un’armonia incredibile…. allora rimani estasiato a guardare dalla finestra il tramonto tra i grattacieli, mentre lontano le cime degli alberi perfettamente scolpite del parco imperiale chiudono il quadro:(questa 
era la vista dalle finestre del nostro salone 18-1 Ichibancho Chiyoda-Ku)

dalla mia finestra

 
Sono pochi i Paesi nei quali la forza della tradizione è così forte, sono pochi i Paesi che hanno 

mantenuto così vivo un legame con il passato e in questo sta tutto il fascino di questa terra, isolata per secoli e avvolta dal mare....
Tokyo mantiene tantissime tracce di questo mondo antico che i giapponesi conservano con forza, come per sottolineare la differenza con gli altri popoli che si sono fatti trascinare dai cambiamenti. Tokyo è una metropoli iper moderna, dove il tempo scorre rapido, la tecnologia e il progresso hanno un ruolo centrale, cercando di inghiottire l'antico che rimane a stento in piedi. Ma se le vecchie case lasciano il posto a grattacieli di vetro che toccano le nuvole e i piccoli templi soffocano tra cemento e asfalto, nelle mentalità e nei costumi il passato rimane forte, la tradizione resiste.

Tokyo è fermento, fibrillazione, corsa continua, Tokyo non si ferma mai con il suo ritmo incredibile, si lavora sette giorni su sette, 24 ore su 24 , una gara a chi da di più, una corsa ai limiti.... Tokyo è ordinata nel suo fluire senza sosta, nel suo continuo protendersi verso il futuro…
ma Tokyo é anche capace di fermarsi completamente ad osservare le foglie dell’autunno che cadono dai rami, stupendosi ogni volta di quanto sia forte la natura in questo suo ciclo continuo. Tokyo sa estasiarsi rimanendo ore a guardare i colori del cielo al tramonto, a fissare stupiti i fiori di ciliegio che ogni anno rinnovano la magia del loro sbocciare, tingendo di rosa la città.
 
Tokyo é un qualcosa di a sè stante nel panorama giapponese, unica nei suoi ritmi e nei suoi contrasti. Tokyo é multiculturalita, apertura, flusso continuo di idee, che si fondono con tutto cio che c’é di bello nella cultura giapponese.
tornare da scuola con in sakura in fiore

Tokyo e' stravaganza portata all'estremo tra I giovani di Haraju-ku, convinti di vivere nel mondo dei manga. Tokyo è pulizia assoluta, unico posto al mondo dove ho visto pulire tra le piastrelle nelle toilette della metropolitan. Tokyo è follia, con I suoi cani vestiti portati a spazzo in passeggini Louis Vuitton e con la sua frutta perfetta, quasi finta, venduta a prezzi 
senza senso

Tokyo sono le luci di Ginza ed I fuochi d'artificio visti da Odaiba, Tokyo è una marea umana che attraversa ordinate, Tokyo sono gli scolari con I cappelli gialli e il gps attaccato alla cartella, Tokyo sono le mamme con I cappottini neri che tengono per mano bambine in divisa alla marinara e bambini con I pantaloni corti e le gambe gelate nell'inverno tokioita: sono le mamme e I bambini dell'elite giapponese, delle scuole prestigiose che ci guardavano passare allegri in bicicletta, che forse invidiavano la spensieratezza dei bambini del Lycee rispetto alla loro infanzia un po' sacrificata.
Tokyo sono I salaryman vestiti di tutto punto che rientrano ubricahi il venerdi sera, perchè solo davanti ad un bicchiere ci si lascia andare. Tokyo è karaoke, un modo per stare insieme, Tokyo è il pachinko che fa rumore quando ci passi davanti. Tokyo è il Fujii che ti guarda da lontano, con la sua cima innevata ancora piu bianca nel cielo blu.Tokyo è l'onsen dal quale esci rinato.
Fuji-san
Poi si esce da Tokyo e tutto cambia e allora c'e' il Giappone,  che si impone con forza, il Giappone vero che evolve lento, che resta legato al passato, il Giappone delle campagne dove perdersi e immergersi in un mondo nuovo, lontano dal nostro, intenso e vero.....
Abbiamo passato qualche giorno sull'isola di Sado, un isolotto nel mar del Giappone, dove camminavamo noi, unici stranieri, persi in spazi rimasti indietro di 100 anni rispetto alla grande città.... Troppo lontani per farci assalire dalla fibrillazione metropolitana, troppi imbevuti di tradizione per buttarla alle spalle. E proprio in questo Giappone se ne capisce la profondità , se ne percepiscono le differenze, ci si sente veramente stranieri, si ha quasi paura di farsi notare, noi così lontani dalla loro delicata e educata cultura.
Ci sono stati tanti Giapponi per noi, quello effervescente di tutti i giorni, della città da vivere e da integrare in tutte le sue dimensioni, e quello vissuto al di fuori della città, alla scoperta del paese e delle sue complessità.
Il Giappone del Fuji e dei ritmi pacati dell'onsen di Kawaguchiko ( il bagno tradizionale 
giapponese), il Giappone di Hiroshima con la sua storia dura da respirare ad ogni passo. Il Giappone dei templi e delle tradizioni, Kyoto, Nara....


Hiroshima

Kioto
 Il Giappone freddo e innevato di Okkaido e quello altrettanto bianco delle Alpi Giapponesi, il Giappone delle isole e quello dei samurai con i loro castelli imponenti e ricchi di storia. Li abbiamo vissuti tutti in modo intenso assorbendone caratteristiche e facendo nostri sentimenti e modi di fare....
Sado
 
Himejii
 

 
Siamo diventati un po' giapponesi in quei tre anni e il nostro essere così c'è lo portiamo dietro ancora adesso!
Sono stati anni complessi, dove abbiamo tutti dovuto tirar fuori energie e imparare ad adattarsi al nuovo come non mai.
Non è stato difficile stare bene in Giappone, spesso la gente ci chiede com'è stata la nostra esperienza e di fronte al mio "grandiosa" vedo stupore nei loro occhi.  E’ stata grandiosa perché Tokyo è così, una città che ti assorbe al 100%  e ti restituisce una grande quantità di cose positive, è una città intensa dove hai spazio per vivere tutto e tutti, per lasciarti andare a scoprire e per assorbirne abitudini e riflessi...
Siamo partiti diversi dopo tre anni in Giappone, da Europei che eravamo abbiamo aggiunto qualcosa di più al nostro bagaglino,personale, e questo è stato possibile perché dall'inizio 
abbiamo cercato di integrare il Giappone con i suoi valori e i suoi punti di forza, senza criticarne le differenze forti con il nostro essere europei.

momento di integrazione
È importante integrare i meccanismi per capire a fondo questo paese.
Spesso penso che i nostri anni giapponesi siano stati particolarmente belli perché legato ad un periodo fantastico della nostra vita, le bambine piccole ma non piccolissime, così da poter tutti prendere il meglio da questo nostro soggiorno nipponico, gli incontri con persone speciali che adesso sono anni e anni sono sempre nella nostra vita, un miscuglio di fattori positivi che ha reso tutto semplice e piacevole. Mi sono sempre chiesta come sarebbe stato viverci in un altro contesto..... Rimarrò con il dubbio...
 
 

 

lunedì 8 settembre 2014

je sais parler toutes les langues toutes les langues...

je sais parler les langues du monde entier... cosi dice il ritornello di una famosa canzone francese per bambini. Magari, aggiungerei io, per noi expat sarebbe una benedizione! essere poliglotti il sogno di tutti, ma purtroppo anche quelli fluenti in piu lingue un giorno o l'altro dovranno fare i conti con la lingua che non conoscono

Un bel post di Alessia sul suo divertentissimo blog mammacongelo, sul tema delle barriere linguistiche,intitolato impotenza linguistica, mi porta ad una serie di riflessioni. 
Certo parlare o non parlare la lingua del Paese in cui si espatria, da tutto un altro ritmo agli inizi della nostra espatriazione. Poi la lingua la si può imparare, o almeno ci si può mettere di impegno, mettendolo in cima ai buoni propositi, ma all'inizio, quando già tutto sembra più complicate, non riuscire a dire due parole di fila, o dirne due e essere sicuri di averle dette a sproposito, beh non aiuta.
Non è facile arrivare in un Paese nel quale si è assolutamente privi dei fondamenti della comunicazione, anche comprare il pane può sembrare difficile, ci si sente dei bambini in balia di un mondo sconosciuto. Perdiamo appigli e capacità di interazione, proprio nel momento in cui la comunicazione potrebbe aiutarci a relativizzare le difficoltà.
Solo in queste situazioni ci si rende conto di quanto comunicare sia indispensabile nella gestione della vita di tutti i giorni, nel superare le piccole complicazioni legate all'installarsi, nel cercare di ricostruire una vita normale.
Quando sono arrivata in Giappone, assolutamente digiuna di giapponese, subito mi sono resa conto che con il mio inglese non sarei andata molto lontano. Per non parlare del francese che non mi sarebbe servito a molto....in Giappone l'unica lingua utilizzabile era il giapponese, nel 99% dei casi.
I primi tempi questa impossibilità a capire mi ha fortemente handicappata, ci sono state diverse situazioni in cui mi sono demoralizzata, anche semplicemente al supermercato davanti a dei pacchi di possibile farina, di cui non potevo leggere l'etichetta, e tantomeno sui quali potevo farmi guidare dai commessi. Ho passato ore a contemplare scatole cercando un appiglio, ho sbagliato più volte comprando una cosa per l'altra, memorabile la volta in cui felice sono arrivata all'uscita di scuola fiera di proporre alle mie bambine dei pancake alla nutella... Almeno così pensavo. Non si trattava di nutella ma di pasta di fagioli rossi...
Comunque in queste situazioni da poco conto si ride, si sdrammatizza, ci si rende conto che non è grave, che pian piano si riuscirà a capire...
Il tutto si complica quando ci sono dei problemi, una visita medica, un urgenza, un appuntamento per procedure burocratiche, insomma tutte quelle cose che bisogna essere in grado di trattare con un buon livello di comunicazione, per evitare di perdersi nello scambio e di capire Roma per toma.
Alcuni mesi prima di partire in Giappone ero al pronto soccorso di un ospedale in Normandia con Chiara che si era rotta il polso, di fianco a me una mamma con il suo bambino che era appena stato investito da una macchina, sconvolta lei, in lacrime e sanguinante lui. Era lì seduta e aspettava un interprete. Non parlava una parola di francese e non riusciva a capire quello che con pazienza i medici cercavano di spiegarle... Avrei voluto aiutarla, ma non capivo la sua lingua, capivo quello che i medici le dicevano, cercavo di rassicurarla con il mio sorriso, e poi mi immaginavo come mi sarei sentita fosse toccato a me, essere li seduta ad ascoltare parole di cui non avrei colto il significato...
Sei mesi dopo, 10000 km più lontano, mi sono trovata io seduta in un pronto soccorso con mia figlia che si era fatta investire da un'auto mentre andavamo a scuola in bicicletta. Nessuno mi ha proposto un interprete. Non era previsto. Nessuno ha cercato di comunicare con me in una lingua diversa dal giapponese, ed era chiarissimo che non capissi niente. Ho capito subito come si era sentita quella mamma sei mesi prima, 10000 km più in la: persa, come solo ci si può sentire in queste situazioni, persa e piena di rabbia contro le barriere che la conoscenza di una lingua ci impone.
Allora mi buttai a capofitto nel giapponese, senza gloriosi risultati, ma almeno con impegno, conscia che come ospite di un Paese stava a me fare lo sforzo per farmi capire e continuo ad esserne convinta. Non sopporto gli expat che si ostinano, ovunque siano, a comunicare nella loro lingua, credendola universale e senza voglia di fare sforzi.... E ne ho visti tanti. Così come non sopporto i locali che non cercano di mettersi nei panni dello straniero, che se anche non ha l'accento giusto e il vocabolario più forbito, fa comunque uno sforzo, da premiare!
La comunicazione, proprio perché tale, è un venirsi incontro e un cercare di capirsi, una fatica da dividere tra chi parla e chi ascolta, tra chi parla una lingua, perché è la sua, e chi cerca di utilizzarla nel migliore dei modi, pur non essendo la sua.

l'importante è comunicare e questo anche si je ne parle pas toutes les langue du monde

mercoledì 3 settembre 2014

un giro al farmers market!

Che la California sia sotto molti aspetti un'oasi felice e che la Silicon Valley potenzi molti di questi aspetti, ne sono ormai convinta. Sicuramente per questo me ne innamoro ogni giorno di più!
Certo agli occhi dell'europeo medio, che guarda questo paese da lontano, una cosa che salta all'occhio è la scarsa cultura alimentare.... Non ci sarebbero così tanti obesi e soprattutto nei supermercati non si troverebbero tonnellate di porcherie, non fosse così. Sempre mi stupisco di come prodotti assurdi non solo possano essere messi sul mercato, ma trovino papille che li apprezzano appassionatamente.
Se c'è una cosa che dall'inizio non ho voluto cambiare è il nostro modo di mangiare, la ricerca dei prodotti di qualità, il mettere nel piatto sempre e solo cose buone e sane. Con questo però, anche in America, così come lo siamo stati nei Paesi precedenti, siamo aperti a quello che la tradizione gastronomica ci offre, con dei limiti ovviamente!
frutta a Goa
In California siamo fortunati, c'è molta attenzione verso il cibo sano, il prodotto biologico, e via discorrendo. Certo faccio attenzione quando compro certe cose per essere sicura che ormoni e antibiotici non siano presenti in quel che compro, e mai come qui sono stata attratta da tutto ciò che è biologico, cosa che prima, in Europa come in Asia, non mi attraeva particolarmente.
Il piacere di ritrovare un mercato, un po' come quelli che ben conosciamo in Italia, mi manda in estasi. e devo dire che con i mercati ci sanno fare, viene voglia di comprare e per me abituata fin da bambina al giretto al mercato per fare la spesa, è un vero piacere.
Tsukiji Tokyo
Tsukiji Tokyo
 
Negli anni d'espatrio ho avuto fortune alterne per quanto riguarda i mercati, io cresciuta con il giretto al mercato quotidiano rientrando a casa da scuola alle elementari. ho sempre visto la mia mamma fare la spesa dai contadini, mi ricordo mia nonna con il carretto, e quell'atmosfera piacevole, avvolta da cose buone! In Normandia avevamo un mercato stupendo, me lo godevo spesso da sola il sabato mattina, prima di correre a lezione. Depositavo Federica all'asilo ( era l'epoca in cui in Francia si andava a scuola il sabato mattina) e filavo a comprare pane, burro, uova e verdure. Avevo i miei banchi, il mio giro ben preciso .
Tsukiji Tokyo
In Giappone , a parte il grande mercato di Tsukiji, non c'erano a Tokyo mercatini rionali, mi sono rassegnata comperare frutta e verdura come qualsiasi giapponese, al supermercato... Frutta e verdura perfetta da sembrare quasi finta!
 

Mercato di Pondichery Tamil Nadu India




farmers market di Los Altos
In India i mercati sono caotici, il caldo, la folla, gli odori forti non ti spingono a passarci delle ore, anche se ammetto che su di me avevano un certo fascino, almeno per farci un giro. Le mosche poi a farsi belle sul pesce steso al sole, non invitavano all'acquisto.... Anzi avevi voglia solo di nutrirti d'altro.
A Saint Germain il mercato era bellissimo, caro come il fuoco, ma un vero piacere.
Arrivata qui ci ho messo un po' a lasciarmi convincere che il farmers market avrebbe potuto essere una piacevole scoperta. Così è stato.  Adesso il mercato di Los Altos sta diventando la mia quotidiana abitudine del giovedì. Una bella passeggiata tra i banchi, un assaggio ad ogni passo. Frutta gustosa, pane fragrante, ottimi polli allo spiedo. Si trova di tutto, ovviamente a prezzi da Silicon Valley dove uno zucchino buono e bello si fa pagare ( molto simile ai nostri gustosi zucchini italiani, che mi aiuta a spazzare dalla memoria orrendi e amari zucchini da 3 chili l'uno che piacciono tanto ai francesi)
Ci sono poi cose assurde che mi lasciano ammirativa: C' è un genio che ha inventato, trasformandola in prodotto d vendere al farmers market, un concetto abbastanza basilare di kit da insalata. Insomma questo furbo signore, signora o gruppo di amici, ha concepito dei kit d'insalata, vendono in contenitori separati l'insalata, il condimento, scaglie di pecorino, carciofini sott'olio, pomodorini secchi, pinoli e noci... Il tutto in una busta di carta riciclata che da all'insieme un ulteriore sigillo di biologico alla potenza. Il principio è: mi compro il kit, vado a casa, l'assemblo e mangio.... Sorvolerei, ma non ci riesco, sul fatto che per 4 persone uno ha speso ben più di 20$. Conclusione: anche questa è la Silicon Valley, 20$ per un'insalata non sono poi tanti (gulp!)...e soprattutto esiste un genio che di quello che io faccio in cucina regolarmente, ne ha fatto un business che funziona e funzionerà sempre, perché in California vendere healthy food è una genialata!
Corro a farmi venire delle idee.....