lunedì 8 settembre 2014

je sais parler toutes les langues toutes les langues...

je sais parler les langues du monde entier... cosi dice il ritornello di una famosa canzone francese per bambini. Magari, aggiungerei io, per noi expat sarebbe una benedizione! essere poliglotti il sogno di tutti, ma purtroppo anche quelli fluenti in piu lingue un giorno o l'altro dovranno fare i conti con la lingua che non conoscono

Un bel post di Alessia sul suo divertentissimo blog mammacongelo, sul tema delle barriere linguistiche,intitolato impotenza linguistica, mi porta ad una serie di riflessioni. 
Certo parlare o non parlare la lingua del Paese in cui si espatria, da tutto un altro ritmo agli inizi della nostra espatriazione. Poi la lingua la si può imparare, o almeno ci si può mettere di impegno, mettendolo in cima ai buoni propositi, ma all'inizio, quando già tutto sembra più complicate, non riuscire a dire due parole di fila, o dirne due e essere sicuri di averle dette a sproposito, beh non aiuta.
Non è facile arrivare in un Paese nel quale si è assolutamente privi dei fondamenti della comunicazione, anche comprare il pane può sembrare difficile, ci si sente dei bambini in balia di un mondo sconosciuto. Perdiamo appigli e capacità di interazione, proprio nel momento in cui la comunicazione potrebbe aiutarci a relativizzare le difficoltà.
Solo in queste situazioni ci si rende conto di quanto comunicare sia indispensabile nella gestione della vita di tutti i giorni, nel superare le piccole complicazioni legate all'installarsi, nel cercare di ricostruire una vita normale.
Quando sono arrivata in Giappone, assolutamente digiuna di giapponese, subito mi sono resa conto che con il mio inglese non sarei andata molto lontano. Per non parlare del francese che non mi sarebbe servito a molto....in Giappone l'unica lingua utilizzabile era il giapponese, nel 99% dei casi.
I primi tempi questa impossibilità a capire mi ha fortemente handicappata, ci sono state diverse situazioni in cui mi sono demoralizzata, anche semplicemente al supermercato davanti a dei pacchi di possibile farina, di cui non potevo leggere l'etichetta, e tantomeno sui quali potevo farmi guidare dai commessi. Ho passato ore a contemplare scatole cercando un appiglio, ho sbagliato più volte comprando una cosa per l'altra, memorabile la volta in cui felice sono arrivata all'uscita di scuola fiera di proporre alle mie bambine dei pancake alla nutella... Almeno così pensavo. Non si trattava di nutella ma di pasta di fagioli rossi...
Comunque in queste situazioni da poco conto si ride, si sdrammatizza, ci si rende conto che non è grave, che pian piano si riuscirà a capire...
Il tutto si complica quando ci sono dei problemi, una visita medica, un urgenza, un appuntamento per procedure burocratiche, insomma tutte quelle cose che bisogna essere in grado di trattare con un buon livello di comunicazione, per evitare di perdersi nello scambio e di capire Roma per toma.
Alcuni mesi prima di partire in Giappone ero al pronto soccorso di un ospedale in Normandia con Chiara che si era rotta il polso, di fianco a me una mamma con il suo bambino che era appena stato investito da una macchina, sconvolta lei, in lacrime e sanguinante lui. Era lì seduta e aspettava un interprete. Non parlava una parola di francese e non riusciva a capire quello che con pazienza i medici cercavano di spiegarle... Avrei voluto aiutarla, ma non capivo la sua lingua, capivo quello che i medici le dicevano, cercavo di rassicurarla con il mio sorriso, e poi mi immaginavo come mi sarei sentita fosse toccato a me, essere li seduta ad ascoltare parole di cui non avrei colto il significato...
Sei mesi dopo, 10000 km più lontano, mi sono trovata io seduta in un pronto soccorso con mia figlia che si era fatta investire da un'auto mentre andavamo a scuola in bicicletta. Nessuno mi ha proposto un interprete. Non era previsto. Nessuno ha cercato di comunicare con me in una lingua diversa dal giapponese, ed era chiarissimo che non capissi niente. Ho capito subito come si era sentita quella mamma sei mesi prima, 10000 km più in la: persa, come solo ci si può sentire in queste situazioni, persa e piena di rabbia contro le barriere che la conoscenza di una lingua ci impone.
Allora mi buttai a capofitto nel giapponese, senza gloriosi risultati, ma almeno con impegno, conscia che come ospite di un Paese stava a me fare lo sforzo per farmi capire e continuo ad esserne convinta. Non sopporto gli expat che si ostinano, ovunque siano, a comunicare nella loro lingua, credendola universale e senza voglia di fare sforzi.... E ne ho visti tanti. Così come non sopporto i locali che non cercano di mettersi nei panni dello straniero, che se anche non ha l'accento giusto e il vocabolario più forbito, fa comunque uno sforzo, da premiare!
La comunicazione, proprio perché tale, è un venirsi incontro e un cercare di capirsi, una fatica da dividere tra chi parla e chi ascolta, tra chi parla una lingua, perché è la sua, e chi cerca di utilizzarla nel migliore dei modi, pur non essendo la sua.

l'importante è comunicare e questo anche si je ne parle pas toutes les langue du monde

1 commento:

mamma congelo ha detto...

Mi piace quando mi dicono che il mio blog è divertente!! :)
Il post in effetti ha ottenuto un riscontro che mai mi sarei aspettata.. un post di sfogo insomma che però tocca un tasto comune di tutte le mamme expat.
Per dover di cronaca inizio il corso intensivo di francese il 29 settembre! ;)
Cupcake ai fagioli rossi? Magari questa ricetta non la provo...
Un abbraccio