mercoledì 24 settembre 2014

Ho creato un mostro.... Third culture kids!

Li vedi con aria rilassata tirarsi dietro le loro valigette negli aeroporti. Li vedi viaggiare da soli, sorridenti e sicuri. Li vedi mentre gestiscono due o tre conversazioni in tre lingue diverse l'aria di chi sa comunicare con tutti senza problemi. Conoscono la geografia del mondo come le loro tasche, spesso però confondono una città con un'altra del loro Paese di origine, questo grande sconosciuto. Sono abituati a presentarsi agli altri, sanno essere il nuovo a scuola, al parco, alle attività sportive, in apparenza sembra che tutto fili liscio, si integrano e sanno integrare, non sempre però tutto è facile come appare. Hanno capacità di adattamento fuori dal comune, sanno dire addio senza lacrime e hanno fatto di Skype un amico fedele. Vivono nonni e cugini per brevi intensi periodi e hanno imparato che la qualità conta molto più della quantità, ci si attaccano con forza, perché non hanno scelta.
Si questi bambini expat, ben definiti come third culture kids, non hanno scelta. Noi genitori non abbiamo mai chiesto loro se Si erano contenti di seguirci, e nel caso contrario saremmo tornati a casa. Ce li siamo allegramente trascinati in giro per il mondo, coinvolgendoli certo, ma senza che potessero dire stop. Siamo noi adulti a decidere e questo è normale. Immaginiamo tutte le volte che un cambio paese si profila, lo mettessimo ai voti: sarebbe la guerra in casa. Invece loro seguono, fanno i bagagli. Impacchettano il loro mondo. Salutano i compagni e sono pronti a sedersi ad un nuovo banco, ad una nuova scuola dall'altra parte del mondo.
I Third culture kids sono i figli di mille culture che si sovrappongono, non sono italiani, francesi, tedeschi o americani, o meglio non lo sono come i loro genitori possono esserlo. Alla loro cultura di base, quella che vivono in famiglia si sono sommate le altre, quelle dei paesi in cui hanno vissuto. Di ognuno possono cogliere le sfumature profonde, proprio perché ci vivono e lo vivono dall'interno, non come un turista o come uno studente che viene per sei mesi a provare cosa vuol dire studiare all'estero. Questi bambini diventano bambini locali, pur rimanendo expat. Ne colgono le profondità culturali e le mischiano con la loro cultura di base, ne creano così una terza, la third culture, che
accomunerà i bambini e ragazzi come loro.
Sono bambini e ragazzi fragili, come tutti i bambini e ragazzi, hanno le fragilità legate al crescere e diventare grandi, ma hanno anche una grande forza, quella che nasce dall'aver imparato che niente è conquistato in partenza, che nulla è stabile, che ci si deve aprire, che si deve essere tolleranti, che si è ospiti in un Paese e lo si deve rispettare in tutte le sue sfumature, che lo sguardo degli altri può essere diffile da gestire, ma che nella loro differenza sta la grande ricchezza. É il regalo più bello che abbiamo fatto loro.
Lo penso davvero, e l'ho pensato ieri accompagnando mia figlia al suo incontro a scuola con la sua counselor. Neanche 17 anni e così tante cose alle spalle, la sicurezza di chi ha imparato sulla sua pelle cosa vuol dire cambiare, di chi tante volte ha dovuto rimettersi in gioco tirando fuori risorse incredibili, piangendo in silenzio, stando a guardare sicurezze spazzate via. É adesso che posso incominciare a vedere i frutti di questa vita itinerante, adesso che mi rendo veramente conto della forza di questi third culture kids, sono sicura che saranno adulti speciali.... Cosa ne pensate?

Third culture kids

Third Culture Kids: Growing Up Among Worlds David Pollock  and Ruth van Reken

8 commenti:

Mimma Zizzo ha detto...

Che bello ! Lo spero davvero . Io ne sono convinta . Ma leggerti e' sempre un bel calmante per tutte le paure ...

Valentina VK ha detto...

argomento che come puoi immaginare tocca anche me molto da vicino.
in questi ultimi anni ho incontrato molti adulti che furono tck in passato, figli di diplomatici, militari, consultants etc.
e ho osservato che se sono tutti super aperti, disponibili, flawless nel relazionarsi con qualsiasi persona cultura e lingua, riguardo alla loro vita, non c'e' la via di mezzo: o pure loro si spostano a vivere in mille luoghi, o rigettano completamente la cosa e si vogliono cementare in una citta' sola, anzi meglio in un paese, anzi meglio ancora in un villaggio, possibilmente pure con l'orto e gli animali grossi e non hanno assolutamente voglia di viaggiare se non una volta l'anno per le ferie.
altro tema collegato su cui rimugino spesso e' come molti di questi adulti che furono tck di origine anglosassone a un certo punto furono parcheggiati nelle boarding schools dai genitori, nell'intento di dargli una stabilita' che gli spostamenti genitoriali non offrivano. Anche qui mixed reviews, chi ha adorato essere finalmente fermo dai 9 ai 18 anni in un posto, in una scuola, con gli stessi compagni con cui invecchiare, nonostante la lontananza dai genitori, chi invece si e' sentito parcheggiato fuori dalla vita dei genitori come se fosse d'impiccio e avrebbe preferito continuare a girovagare cambiando sempre tutto ma avendo la certezza di essere coi genitori.
come si dice dalle parti del mio babbo, esser genitori e' uno di quei mestieri che come si fa si sbaglia, io credo che non ce la farei mai a mettere i figli in boarding school, preferisco assumermi tutte le responsabilita', positive e negative, di essere colei che crea tutti questi cambiamenti nelle loro vite

Luca Ticozzi ha detto...

Ho sempre guardato con estrema stima a chi conduce una vita come la vostra (pur immaginandone le difficoltà), vivere la quotidianità, entrare a far parte del tessuto sociale dei vari paesi è una cosa che mi è sempre mancata nei miei viaggi, ecco perché n sono così affascinato. In più nel vostro caso a mescolarsi sono culture estremamente differenti, Giappone, India, Francia e U.s. sono 4 continenti ma è come fossero 4 pianeti! Pensando ai figli credo che questo sia il più bel regalo che si possa far loro, io spero di poterlo fare un giorno, magari più in piccolo ma trasmettere loro quello che tu hai così ben descritto. C' è un altra cosa però che mi ha colpito del tuo scritto di oggi:
-"Noi genitori non abbiamo mai chiesto loro se Si erano contenti di seguirci, e nel caso contrario saremmo tornati a casa. Ce li siamo allegramente trascinati in giro per il mondo, coinvolgendoli certo, ma senza che potessero dire stop."
-"É adesso che posso incominciare a vedere i frutti di questa vita itinerante, adesso che mi rendo veramente conto della forza di questi third culture kids, sono sicura che saranno adulti speciali..."
Come ci fosse un parallelo fra le due cose, forse sarebbe bello sentire una loro opinione.
Saluti e complimenti come sempre.

Mìgola ha detto...

Non so Giulietta...mi spaventano un pochino queste loro radici così aeree, questo non sentirsi parte di nessun posto fino in fondo, non saper rispondere alla domanda: tu sei?
Aspetto e osservo...non ho davanti a me nessun figlio di espatriati così "vecchietto" da poter tirare delle somme. Solo esperimenti che promettono bene...ma nessuna certezza.
Un abbraccione...mi piace meditare con te!

sognoaustraliano ha detto...

L'ho sempre pensato e mi sembra di avertelo anche scritto in passato: stai facendo loro un bellissimo regalo.
Non semplice, ovviamente.
Ma davvero enorme.

Giulietta Saconney ha detto...

grazie per questi bei commenti!
E' vero che puo spaventare il future per questi bambini e ragazzi, ci si chiede se sapranno posarsi da qualche parte o se vivrenno in un girovagare continuo.
Solo il tempo potra dircelo, e sicuramente non tutti avranno le stesse reazioni. Io so ga' che la mia grande sara' attratta dagli spostamenti, e anche la piccolo spirit inquieto. La mia numero due, quella di mezzo forse avra bisogno di piu stabilita', comunque tra dieci anni portro' esprimermi meglio!!

mocaliana ha detto...

Riflessione molto interessante.
Non ho esperienze dirette ma mi verrebbe da dire che sono sicuramente maggiori i vantaggi degli svantaggi di una vita così varia e aperta. Specie pensando alla sempre maggiore globalizzazione.

Moky ha detto...

E' strano pensare a delle persone senza radici. Se mi domandano di dove sono, perchè le mie inflessioni non sono bergamasche, già per me è un piccolo "problema": sono nata e ho vissuto molti anni in provincia di Milano, poi ho vissuto a Bergamo, ma mio papà è veneto e ho sempre sentito parlare veneto in casa e altri dialetti fuori. Per un bimbo cresciuto da una famiglia italiana, ma soggetto a diversi spostamenti in giro per il mondo, cosa risponde a questa domanda? Non che ci sia qualcosa di negativo in questo, per niente, anzi, è solo una mia curiosità.